Anno X - Numero 39
Il tempo degli eventi è diverso dal nostro.
Eugenio Montale
Visualizzazione post con etichetta Hashtag. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Hashtag. Mostra tutti i post

giovedì 19 giugno 2025

L’Europa, i dazi e il club post-americano


Elaborando un suggerimento di Olivier Blanchard e Jean Pisani Ferry, esiste una risposta che l’Europa dovrebbe dare ai dazi di Trump (e al ritiro degli Stati Uniti dagli accordi internazionali in materia sanitaria, ambientale e di tassazione dei profitti ): farsi promotrice di un club che unisca il libero scambio con la tutela sociale e dell’ambiente, imponendo dazi ai paesi che decidono di restare fuori dal club

di Andrea Boitani e Roberto Tamborini 

Non è chiaro quanto il tourbillon trumpiano sui dazi (annunciati, imposti, ritirati, rimessi, sospesi, alzati, ridotti) risponda a un qualche disegno di riassetto dell’ordine internazionale dei commerci e di risanamento della bilancia commerciale Usa, continuando a difendere il dollaro come valuta di riserva o, invece, sia soltanto parte del tentativo di riaffermare (o ripristinare) il sempre più fragile potere egemonico degli Stati Uniti nel mondo.
Continua a leggere...

La guerra commerciale: un puzzle irrisolvibile, o quasi

La guerra commerciale di Trump è un maldestro tentativo di riequilibrare uno sbilanciato ordine commerciale e finanziario internazionale. Che sia per trattare bilateralmente da una posizione di forza, che sia per creare un nuovo (dis)ordine internazionale, la guerra commerciale lanciata dall’amministrazione americana è espressione del tentativo maldestro di Trump di risolvere problematiche strutturali con l’uso deprecabile della forza.

di Giampaolo Conte

A partire dagli anni Sessanta gli Stati Uniti hanno iniziato ad accumulare un progressivo deficit commerciale finanziato attraverso il ricorso alla spesa pubblica. Tale aspetto non è, fino ad oggi, stato un problema, essendo il dollaro la valuta egemone e i titoli del tesoro americano (i Treasury) sono andati sempre a ruba tra gli investitori. Questo per via della loro titolarità in dollari e perché riflettono il potere politico, militare ed economico della prima potenza capitalista mondiale.
Continua a leggere...

L’impatto dei dazi sull’economia americana

Sin da subito l’amministrazione Trump 2.0 ha segnato un punto di rottura con il passato di storia più recente americana: la linea politica “Make America Great Again” ha stravolto aspetti, quali la comunicazione, la gestione delle politiche interne, il dialogo con gli alleati e soprattutto la postura economica e commerciale statunitense. L’adozione di una politica doganale aggressiva e su base ideologica nei confronti di Europa, Messico, Canada e altri paesi del Sudamerica sta accrescendo l’instabilità dei mercati finanziari e modificando la congiuntura economica. In un contesto di incertezza come questo proviamo a tracciare l’impatto interno di questa manovra protezionista

di Alessio Celant

Prima a lungo minacciati, poi imposti, successivamente ritirati e infine confermati: questo è stato l’andamento del tema relativo ai dazi americani. Inizialmente Trump ha sfruttato tale strumento per fare leva su alcuni Governi sudamericani, uno su tutti quello colombiano, e costringerli ad accogliere i migranti rimpatriati. A partire da Marzo, invece, dopo settimane tese con i partner commerciali, l’amministrazione ha annunciato l’introduzione di dazi sia in Europa che in Canada e Messico.
Continua a leggere...

Gli Stati Uniti e due secoli di dazi sull’acciaio

L’obiettivo del raddoppio dei dazi su acciaio e alluminio deciso da Trump è non lasciare alle imprese Usa altra alternativa che acquistare da fornitori americani. Il protezionismo nel settore è di vecchia data, ma non ha dato grandi risultati, anzi

di Alessia Amighini

L’ultima puntata nella guerra commerciale che degli Stati Uniti hanno dichiarato al resto del mondo – non più soltanto alla Repubblica popolare cinese – è l’aumento dei dazi su acciaio e alluminio dal 25 al 50 per cento a partire dal 4 giugno. L’annuncio è avvenuto durante il comizio presso la fabbrica US Steel, quando il presidente Trump ha dichiarato di voler rendere i dazi così alti da non lasciare alle imprese statunitensi altra alternativa che acquistare da fornitori americani.
Continua a leggere...

mercoledì 16 aprile 2025

Perdere le guerre commerciali è facile

È semplicemente suicida non aver apprestato filiere alternative (sempre che sia possibile) prima di tagliare i rapporti commerciali, perché gli Stati Uniti sono e restano pesantemente dipendenti da fonti cinesi per merci fondamentali. Anche se Trump dichiara che i mercati “si stanno adattando” alla nuova realtà, stiamo assistendo all’autodemolizione sistemica di un impero morente

di Mario Seminerio

Dopo aver messo in pausa i dazi su smartphone e altri prodotti di elettronica, e dopo aver precisato che seguiranno tariffe specifiche sui semiconduttori dopo “indagine” ex Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, Donald Trump ha dichiarato che vuole “aiutare” alcuni costruttori di auto a trovare alternative domestiche alla produzione di componenti oggi realizzati in Canada e Messico. Aggiungendo che lui non cambia idea ma è “flessibile” e che a queste industrie serve “un pochino di tempo” per riconfigurarsi.
Continua a leggere...

martedì 15 aprile 2025

Dai dazi alla crisi finanziaria?

Bisogna intervenire subito per ristabilire la fiducia sui mercati finanziari e fermare il circolo vizioso avviato dai dazi americani. Perché in un’economia basata sulla finanza, gli shock di politica economica si propagano ben oltre il loro ambito iniziale

di Gianluca Benigno

All’inizio di aprile 2025, l’amministrazione Usa ha annunciato un aumento generalizzato dei dazi, con aliquote comprese tra il 10 e il 50 per cento, destinato a colpire quasi tutti i partner commerciali. Quella che inizialmente sembrava una misura di politica commerciale si è rapidamente trasformata in uno shock finanziario globale.

I dieci giorni che hanno sconvolto il mondo
Tutto ha avuto inizio il 2 aprile, quando il presidente Trump ha annunciato un nuovo pacchetto di dazi. Due giorni dopo, il 4 aprile, Pechino ha prontamente reagito con misure di ritorsione, mentre il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, si diceva preoccupato per il persistere di pressioni inflazionistiche, il che non ha mancato di aggiungere altra incertezza a una situazione già incerta.

Il 7 aprile si sono diffuse indiscrezioni su una possibile moratoria di 90 giorni sui nuovi dazi, che però avrebbe escluso le importazioni provenienti dalla Cina.

Il 9 aprile è arrivata la conferma ufficiale: la sospensione delle tariffe riguarda tutti i paesi tranne, appunto, la Cina, alla quale si applica anzi un ulteriore aumento, che porta l’aliquota al 145 per cento. Queste notizie, giunte in rapida successione, hanno alimentato incertezza, instabilità e reazioni a catena sui mercati finanziari, che negli ultimi giorni hanno vissuto momenti drammatici.

Il rendimento del Treasury a 10 anni, tradizionalmente considerato un bene rifugio, ha registrato oscillazioni marcate. Altrettanto è successo al Vix, la “proxy della paura nei mercati”, che ha avuto impennate che sono un chiaro segnale dell’incertezza diffusa. L’indice azionario S&P 500 ha avuto forti perdite, mentre lo spread del Cdx Na Investment Grade, una misura del rischio percepito nel credito corporate, ha subìto aumenti significativi. Le variazioni repentine sono avvenute non nell’arco di giorni, ma talvolta nell’arco di pochi minuti.

Continua la lettura su Lavoce.info
Continua a leggere...

I dazi di Trump, ultimo capitolo della guerra commerciale che minaccia l’economia globale

L’incertezza è il peggior nemico dell’economia, e un’impresa inserita nelle catene globali del valore oggi non è in grado di decidere quanto, dove e se investire. Con le sue politiche e l’incertezza che la contraddistingue, l’amministrazione Trump sta lentamente trascinando non solo gli Stati Uniti ma il resto del mondo verso un rallentamento economico

di Mattia Merasti

Il 2 aprile il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha presentato nel Giardino delle Rose la proposta sui dazi nei confronti degli altri paesi. Nell’annuncio, Trump ha parlato di "giorno della liberazione" che avrebbe reso l’America di nuovo grande.
Continua a leggere...

Dietro ai dazi si nasconde la fragilità dell’economia degli Stati Uniti

Il punto debole degli Stati Uniti è il deficit pubblico. Per questo Trump con i dazi ha architettato una rapina ai danni del mondo intero

di Maurizio Bongioanni

La guerra dei dazi ha tenuto il mondo con il fiato sospeso per una settimana. Le tariffe sulle esportazioni prima annunciate, poi messe in atto e poi ritirate, per ora, da Donald Trump hanno fatto impazzire i mercati finanziari. E non solo. Le motivazioni dietro la decisione, non improvvisa come vedremo, di introdurre i dazi possono essere state molte. Ultimamente molti commentatori non lesinano di accostarle a parole come speculazione, aggiotaggio o insider trading. Tutte motivazioni plausibili, in effetti.
Continua a leggere...

giovedì 13 marzo 2025

Abbiamo bisogno di un potenziamento della difesa europea. E ne abbiamo bisogno adesso

Durante la sessione plenaria del Parlamento europeo di Strasburgo, la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha pronunciato questo appello per la sicurezza dei ventisette Stati membri

di Ursula von der Leyen

Onorevoli Membri,
Alcide De Gasperi disse: «Non abbiamo bisogno solo di pace tra di noi, ma di costruire una difesa comune. Non per minacciare o conquistare, ma per dissuadere qualsiasi attacco esterno, mosso dall’odio contro un’Europa unita. Questo è il compito della nostra generazione».

Sono passati settanta anni, ma la nostra generazione si trova di fronte allo stesso compito. Perché la pace nella nostra Unione non può più essere data per scontata. Stiamo affrontando una crisi della sicurezza europea. Ma sappiamo che è proprio nei momenti di crisi che l’Europa si è sempre costruita. Questo è il momento della pace attraverso la forza. Questo è il momento per una difesa comune.

E al Consiglio Europeo ho visto un livello di consenso sulla difesa europea senza precedenti, qualcosa di impensabile solo poche settimane fa.
Continua a leggere...

Il piano di riarmo europeo di fronte a un nuovo ordine mondiale

Il ReArm Europe Plan è concepito soprattutto per gli europei che vivono in paesi confinanti con la Russia e che si sentono minacciati. Non costringe l’Italia, la Spagna o altri paesi lontani dal Fianco Est a riarmarsi e a far debito “per la guerra”, piuttosto dà agli Stati membri che ne avvertono l’urgenza strategica l’opportunità di rafforzarsi militarmente in modo più efficace, ampio e celere

di Gabriele Catania

La dottrina Trump – miscela di isolazionismo, dichiarazioni neoimperialiste, minacce contro gli alleati della Nato, disprezzo per le norme del diritto internazionale e l’Ucraina aggredita, elogi delle dittature eurasiatiche e protezionismo – è riuscita ad atterrire le cancellerie europee più dell’invasione russa del 2022. Come ha scritto Paolo Gentiloni sulla Repubblica del 10 marzo, “[l’]Europa s’è desta, almeno un poco”.

Sembra aver mutato atteggiamento persino la Spagna, che da anni tiene sotto ferreo controllo le spese militari. Nel 2023 Madrid ha dedicato alla difesa un budget pari ad appena l’1,19% del PIL (e l’1,28% nel 2024); recentemente però ha annunciato un’accelerazione nell’aumento delle spese militari. L’obiettivo ora è arrivare a un budget per la difesa pari al 2% del PIL prima del 2029.
Continua a leggere...

Difesa europea: tra ambizioni politiche e vincoli giuridici

L’Unione europea è davvero pronta per assumere una responsabilità diretta sulla propria sicurezza o resterà prigioniera delle logiche intergovernative? Il vero banco di prova sarà la risposta del Consiglio europeo

di Mauro Varotto

L’annuncio del piano “ReArm Europe” e la lettera inviata dalla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ai governi degli Stati membri segnano un passaggio cruciale nella costruzione della difesa europea. Per la prima volta, Bruxelles propone un piano che potrebbe mobilitare fino a 800 miliardi di euro per rafforzare la capacità militare degli Stati membri, sostenere l’Ucraina e aumentare l’autonomia strategica dell’Ue.
Continua a leggere...

Euro-riarmo, guai ai vinti e agli indebitati

Finanziare il riarmo dell’Europa attraverso il Sure permetterebbe ad alcuni paesi di risparmiare sul debito nazionale ma si presta a creare un ulteriore frammentazione tra gli Stati membri: chi ha capacità di spesa potrà mettersi alla testa dell’industria della difesa del continente, gli altri resteranno indietro. Ancora una volta

di Mario Seminerio

Lo scorso 4 marzo, Ursula von der Leyen ha presentato il ReArm Europe Plan, discusso dai capi di stato e di governo durante il Consiglio del 6 marzo. In sintesi, vediamo cosa prevedono i suoi cinque punti.
Continua a leggere...

lunedì 4 novembre 2024

Dai Brics guerra finanziaria al dollaro? Più facile il contrario

Il dollaro è sempre stato utilizzato come arma anche quando non è stato usato come tale dalla Federal Reserve. Anzi, già negli anni ’80 il dollaro era arma per le guerre finanziarie tra entità di mercato che operano nelle borse.

di Silvano Cacciari

“Non stiamo rifiutando né combattendo il dollaro. Ma se non ci viene data la possibilità di usarlo, cosa possiamo fare?” (Vladimir Putin, Kazan, ottobre 2024)

La dichiarazione di Putin a Kazan contiene diversi messaggi ma anche un certo rispetto per l’arma, potente, contenuta nel biglietto verde tipica di chi conosce questo contesto.
Detto questo, viste le crisi globali in atto, le domande corrette sono: il recente summit di Kazan rappresenta un evento di riequilibrio, a favore dei Brics, allo strapotere degli Stati Uniti nella guerra finanziaria?
Continua a leggere...

I Brics e il ponte immaginario sul fiume dei dollari

Lo scorso anno, durante il vertice tenutosi in Sud Africa, è stata lanciata l’idea di una moneta comune tra i paesi aderenti al Brics e qualche giorno fa sono state presentate delle banconote prototipo alla televisione russa. Ma la realtà è molto più complessa e i ministri delle Finanze di Cina, India e Sudafrica dimostrano di essere più interessati a fare affari bilaterali e a parlare, cosa sempre utile, che spingersi a un livello di fantasie considerato ancora eccessivo

di Mario Seminerio

Durante i lavori del vertice dei paesi Brics, in corso a Kazan in Russia, Vladimir Putin è tornato a fantasticare di un nuovo quadro di pagamenti internazionali, per liberarsi delle sanzioni occidentali e demolire l’ordine finanziario globale costruito dagli Stati Uniti, che usano il dollaro come arma.
Continua a leggere...

Espansione dei Brics: analisi dei 13 nuovi membri associati

L’espansione dei Brics con l’aggiunta di tredici nuovi membri associati segna un potenziale momento di svolta per la geopolitica globale. Queste economie emergenti, provenienti da diverse regioni, promettono di rafforzare il blocco e ridefinire l’equilibrio del potere mondiale

di Giulio Chinappi

La recente espansione dei Brics, che ha visto l’ingresso di tredici nuovi membri associati al vertice di Kazan’, segna un cambiamento significativo negli equilibri economici e geopolitici mondiali. La decisione di includere nuovi Paesi di Africa, Asia, Europa e America Latina riflette la crescente importanza del blocco nella promozione di un ordine multipolare, capace di rappresentare e sostenere le economie emergenti in risposta a sfide globali come il cambiamento climatico, l’equità economica e l’innovazione tecnologica.
Continua a leggere...

martedì 6 febbraio 2024

Caro Sud, ma ce l’hai un briciolo di orgoglio?

Sto per allietarvi con qualche riflessione sulla cosiddetta autonomia differenziata. Ma non parlerò di quando e se entrerà mai in vigore (ho molti dubbi a proposito), non mi inoltrerò nelle dispute tra verbosi legulei su Lep e clausole di salvaguardia, e neppure vi intratterrò sulle contorsioni di destra e sinistra sul tema (la sinistra che si oppone la volle nel 2001, la destra che l’approva si nutre di principi saldamente nazionalisti…). Proviamo quindi a mettere da parte le considerazioni politiche di giornata e guardiamo la cosa più da lontano. Solo così, vi assicuro, riusciremo a vederla meglio

di Claudio Velardi

Le Regioni vengono “previste” dalla Costituzione del 1947 (nel famoso titolo V, poi modificato), ma De Gasperi - nella sua infinita saggezza - non ci pensa neppure a istituirle effettivamente. E così i governanti che seguono, salvo dover cedere alla fine degli anni ’60 alle pressioni della sinistra, che reclamava poteri per le cosiddette regioni rosse (Emilia, Toscana, Umbria). Quando, negli anni ’90, comincia a prendere piede la Lega – che non solo pretende più autonomia per le regioni del Nord, ma minaccia il secessionismo – la sinistra al governo risponde con la riforma del titolo V, nell’illusione demenziale di arginare così le spinte separatiste. Questa, sommariamente, la vicenda delle regioni nei suoi termini essenziali.
Continua a leggere...

I rischi dell’autonomia differenziata

Con l’approvazione del Ddl Calderoli si confermano i pericoli di sostenibilità finanziaria a livello nazionale e di iniquità tra territori. Mentre manca ancora un meccanismo di finanziamento e perequazione delle funzioni già oggi attribuite alle regioni

di Ivo Rossi e Alberto Zanardi

Il processo di attuazione dell’autonomia differenziata è arrivato a un giro di boa: il 23 gennaio il Senato ha approvato in prima lettura il disegno di legge Calderoli, che ha l’obiettivo di regolare le modalità di attribuzione e di finanziamento delle funzioni pubbliche aggiuntive richieste dalle singole regioni a statuto ordinario secondo quanto previsto dall’articolo 116, terzo comma della Costituzione. Ora il testo passa alla Camera che si prevede lo approvi definitivamente in tempi brevi, presumibilmente prima delle elezioni europee di giugno.

I prossimi passi
Una volta approvata la legge, le regioni che lo vorranno potranno subito presentare le proprie richieste di attribuzione di nuove funzioni al governo, ma limitatamente alle materie meno sensibili sul piano dei diritti civili e sociali, quelle su cui il Comitato Cassese non ha rinvenuto nella legislazione vigente rilevanti livelli essenziali delle prestazioni (Lep) rilevanti. Tra le cosiddette “materie non-Lep” ci sono settori di intervento pubblico comunque importanti, come la protezione civile, la previdenza complementare e integrativa, il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Per la richiesta di attribuzione delle (molte) altre funzioni pubbliche decentrabili – quelle di ben maggiore rilievo sul piano dei diritti dei cittadini e della portata finanziaria, come l’istruzione, la tutela dell’ambiente, le grandi reti di trasporto o gli interventi nel campo della cultura, su cui invece la normativa attuale stabilisce standard nazionali – le regioni dovranno attendere: a tutela della solidarietà nazionale, il governo dovrà prima, attraverso appositi decreti, riconoscere i relativi Lep e valutare in termini standard le risorse finanziare necessarie per garantirli nei diversi territori regionali, secondo un processo che si dovrebbe concludere – dopo il rinvio introdotto dal recente decreto Milleproroghe – entro la fine del 2024.

I punti critici
Quale giudizio si può dare dell’ormai quasi-legge Calderoli? Una valutazione corretta deve necessariamente confrontarsi con quanto stabilisce la Costituzione. L’articolo 116, terzo comma prevede un catalogo amplissimo di funzioni pubbliche, oggi esercitate dallo stato in termini di potestà legislativa e amministrativa, potenzialmente decentrabili a richiesta delle singole regioni, praticamente tutta la spesa pubblica, eccetto previdenza sociale e i servizi forniti dallo stato con forti esternalità territoriali, come difesa e ordine pubblico. La frammentazione delle competenze in alcuni ambiti di intervento pubblico di primaria rilevanza che potrebbe derivare da un consistente decentramento a favore di singole regioni produrrebbe gravissime inefficienze economiche, ridurrebbe la trasparenza delle politiche pubbliche per i cittadini, renderebbe oltremodo difficili le scelte delle imprese che operano su scala sovraregionale, che dovrebbero confrontarsi con assetti regolativi differenziati sul territorio. È chiaro che, di fronte a potenziali esiti di questa gravità, una soluzione ragionevole dell’autonomia differenziata richiederà che tutti gli attori istituzionali, regioni e governo, guardino innanzitutto alla tenuta del paese, evitando decentramenti massicci di funzioni e limitando le richieste a integrazioni “al margine” delle competenze già oggi regionali.

Il “difetto di fabbrica”
Il disegno di legge Calderoli avrebbe dovuto fissare una cornice di regole generali per assicurare un’attuazione ordinata e graduale al quadro costituzionale potenzialmente produttivo di grandi instabilità. Il testo iniziale presentato dal governo a marzo 2023 (vedi), decisamente snello e di natura essenzialmente procedurale, non andava molto più in là di una serie di generici auspici, lasciando indeterminata una serie di aspetti fondamentali del rapporto tra stato e regioni richiedenti. In particolare, per quanto riguarda il meccanismo di finanziamento delle funzioni aggiuntive, il disegno di legge si limitava ad affermare il principio che l’attuazione del decentramento asimmetrico non debba comportare maggiori oneri a carico della finanza pubblica e non comprometta le risorse pubbliche disponibili nei territori che non attiveranno l’autonomia differenziata.

Il disegno di legge approvato dal Senato, dopo la discussione parlamentare in Commissione Affari costituzionali, migliora in alcuni passaggi il testo iniziale del governo. In particolare:riconosce al governo la potestà di limitare l’oggetto del negoziato ad alcune materie o ambiti di materie tra quelli individuati dalla regione al fine di “tutelare l’unità giuridica ed economica” del paese (anche se meglio sarebbe limitare le materie dell’articolo 117, terzo comma con legge costituzionale);
richiede, nell’avvio delle trattative per l’attribuzione delle funzioni aggiuntive, di tener conto del quadro finanziario della regione richiedente.
prevede una ricognizione annuale dell’allineamento fra risorse necessarie per il finanziamento delle funzioni di spesa devolute spesa nella regione e andamento del gettito dei tributi assegnati alla loro copertura evitando che la regione si possa appropriare di eventuali extra-gettiti.

Resta però un “difetto di fabbrica” che potrebbe nei fatti indebolire di molto questi aggiustamenti e produrre rischi di sostenibilità finanziaria a livello nazionale e di iniquità tra territori. La determinazione delle risorse finanziarie, umane e strumentali, da attribuirsi alle regioni differenziate resta demandato alle singole intese, e dunque a una molteplicità di atti bilaterali. Se è gioco forza che le intese definiscano le funzioni da attribuire, non lo possono essere i criteri, che invece dovrebbe essere indicati nella legge in approvazione.

Questa molteplicità di possibili letture viene poi esaltata dall’assegnazione dei compiti di attribuzione delle risorse finanziarie, umane e strumentali alle commissioni paritetiche, una per ogni regione, la cui composizione, per come indicato nel testo (stato-regione-autonomie locali) sembra più tripartita che paritetica. Va da sé che l’assegnazione a una molteplicità di commissioni della valutazione delle risorse da attribuire, regione per regione, fa venir meno qualsiasi logica unitaria che invece dovrebbe essere posta a presidio di un coordinamento trasversale, sia per le regioni che per lo stesso stato. Il ruolo attribuito alle commissioni paritetiche introduce un pericoloso vulnus tanto più se a queste viene assegnato il compito di valutare l’allineamento fra i fabbisogni di spesa già definiti e l’andamento del gettito dei tributi compartecipati con conseguenti aggiustamenti delle aliquote di compartecipazione.

Infine, e indipendentemente dai contenuti del disegno di legge Calderoli, è il quadro complessivo dell’attuazione del federalismo regionale che sembra andare contro la prospettiva di un sistema ordinato e solidale di decentramento. È infatti difficile far funzionare il finanziamento delle funzioni aggiuntive per alcune specifiche regioni (quelle differenziate) se prima, o quantomeno parallelamente, non viene data attuazione al meccanismo di finanziamento e perequazione delle funzioni già oggi attribuite a tutte le regioni (federalismo simmetrico). Quel meccanismo, fatto di tributi regionali propri, compartecipazioni su tributi erariali e fondo perequativo basato su fabbisogni standard e capacità fiscali, è ancora lettera morta dalla legge sul federalismo fiscale del 2009. E, benché l’attuazione del federalismo regionale simmetrico sia prevista come “riforma abilitante” tra gli interventi del Pnrr, non sembra suscitare altrettante attenzioni e passioni da parte della politica come l’autonomia differenziata.

Ivo Rossi e Alberto Zanardi per Lavoce.info
Continua a leggere...

venerdì 4 agosto 2023

Crisi abitativa senza fine in Germania

Se il prezzo degli immobili è in caduta libera, il costo degli affitti nelle principali città tedesche invece continua a salire a ritmi insostenibili: solo nella prima metà del 2023 gli affitti sono cresciuti in media del 6.7%, mentre l'obiettivo della Ampelkoalition di costruire 400.000 nuove abitazioni all'anno è destinato a restare solo un bel proposito sul programma elettorale

di David Maiwald

Al momento, non ci si deve aspettare un allentamento sul fronte del mercato immobiliare, bensì il contrario. Secondo uno studio appena pubblicato dalla società di consulenza statunitense Jones Lang LaSalle (Jll), gli affitti sono aumentati bruscamente, soprattutto nelle principali città tedesche. Come riportato dalla dpa martedì, gli affitti richiesti a Berlino, Amburgo, Monaco, Colonia, Francoforte sul Meno, Düsseldorf, Stoccarda e Lipsia sono cresciuti in media del 6,7% nella prima metà dell'anno in corso, rispetto all'aumento del 3,7% registrato nello stesso periodo dell'anno precedente. Nei distretti rurali, gli affitti richiesti sono aumentati del 4,9% in dodici mesi, mentre nei distretti urbani l'aumento è stato del 2,9%.
Continua a leggere...

Lione in lotta contro la crisi degli alloggi

Nel tentativo di elaborare soluzioni a lungo termine, di fronte alla crescente precarietà degli alloggi nell’area urbana di Lione, in Francia, sono state adottate misure di emergenza per dare un tetto alle persone senza fissa dimora o che vivono in alloggi inadeguati

di Renaud Payre

Le principali città europee si trovano di fronte ad una crisi abitativa senza precedenti, in cui i prezzi dei terreni e delle costruzioni aumentano vertiginosamente e i sempre più alti tassi d’interesse rendono i mutui inaccessibili per molte famiglie. I più colpiti sono ancora una volta i cittadini più disagiati in termini di alloggio, che nell’area metropolitana di Lione ammontano a 20 mila persone. L’amministrazione comunale ecologista e di sinistra, eletta nel 2020, ha fatto della crisi abitativa la sua priorità.
Continua a leggere...

Come Vienna sta evitando la crisi abitativa

Da un secolo l'amministrazione locale costruisce complessi residenziali all'avanguardia in cui mantiene bassi gli affitti, con un sistema che interessa a diverse altre capitali

di Viola Stefanello

Uscendo dalla fermata Rennbahnweg, sulla linea U1 della metropolitana di Vienna, ci si trova davanti una serie impressionante di palazzoni bianchi, dipinti qua e là di colori pastello. Si chiamano Trabrenngründe, e furono costruiti tra il 1972 e il 1977, durante uno dei primi momenti di riqualificazione del patrimonio immobiliare della città, in una zona all’epoca ancora piuttosto periferica.
Continua a leggere...