Anno X - Numero 39
Il tempo degli eventi è diverso dal nostro.
Eugenio Montale
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martedì 24 giugno 2025

Perdere il lavoro costa di più dopo la riforma Fornero

Dopo la riforma Fornero è calata la probabilità di reimpiego e se si è riassunti la perdita di salario è più forte. Non ne hanno risentito solo i precari, ma tutti i lavoratori. Invece di diminuire, le disuguaglianze nel mercato del lavoro sono aumentate

di Marco Francesconi e Daniela Sonedda

Perdere il lavoro è sempre doloroso. Ma quanto costa davvero, in termini di reddito perso e difficoltà di reinserimento? E, soprattutto, cosa succede quando cambiano le regole che tutelano i lavoratori?

Nel 2012, nel pieno della crisi del debito sovrano, il governo italiano approvò la riforma Fornero con l’obiettivo di rendere il mercato del lavoro più dinamico e di ridurre la dualità tra lavoratori “protetti” e precari. Un mercato del lavoro è definito duale quando è diviso tra lavoratori con contratti stabili e tutelati (tipicamente a tempo indeterminato) e lavoratori esterni, spesso giovani o precari, che si muovono tra contratti temporanei o discontinui.
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martedì 6 maggio 2025

ll mondo del lavoro in Italia: occupati ma sfruttati

La ricorrenza del Primo Maggio, festa dei lavoratori e delle lavoratrici, permette un momento di riflessione sulla situazione positiva nel mondo del lavoro in Italia. Che è tutt’altro che un’eccezione: in buona parte dei paesi occidentali il mercato del lavoro è in una fase di espansione

di Mattia Marasti

Durante questi ultimi anni, il governo e vari osservatori hanno posto l’accento sulla buona performance del mercato del lavoro in Italia. Secondo le serie storiche pubblicate da Istat, il tasso di occupazione ha toccato il 63 per cento, mentre il tasso di disoccupazione scende al 5,9 per cento. Anche il numero di contratti a tempo determinato ha una maggior incidenza rispetto a quelli a tempo indeterminato. Questi indicatori sembrano restituire una situazione positiva, ma è necessaria cautela.

Infatti, preme sottolineare come la situazione a cui assistiamo in Italia è tutt’altro che un’eccezione: in buona parte dei paesi occidentali il mercato del lavoro è in una fase di espansione.
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giovedì 3 aprile 2025

Se il lavoro diventa un bene di lusso

Le prospettive di lavoro per i giovani non sono incoraggianti. Le frustrazioni giovanili stanno crescendo e la rabbia contro il sistema in molti Paesi si esprime nel voto per l’estrema destra e le sue promesse di una vita migliore

di Sergio Ferrari*

Nel 2023, la disoccupazione tra i giovani dell’America Latina e dei Caraibi era tre volte superiore a quella degli adulti, mentre il fenomeno del lavoro informale li riguardava 1,3 volte di più. Questa realtà moltiplica il circolo sociale vizioso di reddito insufficiente e condizioni di lavoro fragili. Questi squilibri, sebbene strutturali, sono stati esacerbati dalla pandemia Covid-19, al punto da lasciare tracce profonde in ampi settori di un’intera generazione di giovani.

Oltreoceano, nei Paesi dell’Unione Europea, più di 3 milioni di persone sotto i 25 anni erano disoccupate nel novembre 2024. Il tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto il 15,3%, leggermente superiore al 15,2% del mese precedente.
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martedì 18 marzo 2025

Il divario retributivo? Tra uomo e donna c’è sempre

Il divario retributivo si manifesta in vari aspetti della vita sociale ed economica, dai ruoli di leadership alle opportunità professionali. Ma una delle sue espressioni più evidenti è la persistente disuguaglianza nelle retribuzioni di uomini e donne

di Francesca Ceccato, Marilena A. Ciarallo e Paola Conigliaro

La retribuzione oraria media in Italia si attesta a 16,4 euro secondo la Rilevazione sulla struttura delle retribuzioni (Rcl-Ses) condotta sul 2022, armonizzata a livello europeo: è quanto le imprese e le istituzioni pubbliche con almeno dieci dipendenti erogano per le ore di lavoro ordinario e straordinario ai lavoratori dipendenti che sono stati retribuiti durante l’intero mese di ottobre e include le trattenute fiscali e previdenziali (retribuzione lorda). I dati raccolti tramite la Ses costituiscono la base anche per l’indicatore Eurostat sul divario retributivo di genere.
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mercoledì 15 gennaio 2025

Il fascino ingannevole della piena occupazione

Se la cultura del lavoro declina, avanza la tendenza al disimpegno, la propensione a prendere le distanze rispetto al lavoro, concepito sempre più solo come uno strumento di guadagno. Per contrastare questa deriva, ci sono quattro “vie” che andrebbero congiuntamente intraprese senza pensarci ancora troppo

di Raffaele Brancati e Carlo Carboni

Nei due decenni e poco più dall’inizio del secolo, in Italia si è assistito a una rapida crescita non di un’occupazione dotata di stabilità e tutele, quanto della sottoccupazione, sotto forme e tipi di lavoro frammentato (la moltiplicazione dei lavori) e vulnerabile: una sottoutilizzazione delle persone in termini di ore, istruzione e competenze.
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giovedì 5 dicembre 2024

Se il welfare aziendale sostituisce le politiche pubbliche della casa

In attesa del più volte annunciato “piano casa”, la legge di bilancio prevede alcune agevolazioni sui costi delle abitazioni, pensate anche per favorire la mobilità dei lavoratori. Ma si tratta di politiche del lavoro più che di politiche abitative

di Raffaele Lungarella

Se l’articolo 71 del disegno di legge di bilancio 2025-2027 non sarà modificato dal Parlamento, entro la fine del prossimo mese di giugno il governo dovrebbe approvare un piano casa. Il segretario della Lega per Salvini lo annuncia pressoché da quanto è stato nominato al ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, che ha la competenza sulle politiche abitative.
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martedì 12 novembre 2024

Con la popolazione che invecchia, la 104 non basta più

Cresce la quota di lavoratori che usufruisce dei permessi retribuiti garantiti dalla legge 104. Li richiedono in prevalenza le donne. Mentre le differenze territoriali non seguono il tradizionale divario Nord-Sud. Per l’assistenza servono più strumenti

di Maria De Paola e Luca Sommario

Che l’Italia stia diventando sempre più un paese di vecchi ce lo dicono i dati, compresi quelli sull’uso dei permessi a favore di chi ha familiari in condizione di disabilità, disciplinati dalla legge n. 104 del 1992. La normativa prevede diverse forme di sostegno per i lavoratori, tra cui tre giorni di permessi al mese per chi assiste genitori o parenti con disabilità grave, pienamente retribuiti e fruibili sia in modalità oraria che giornaliera.

Aumentano le richieste di permessi retribuiti per l’assistenza
Analizzando i dati sulle richieste di permessi retribuiti, suddivise per genere e settore, emerge un trend fortemente crescente: la percentuale di lavoratori che ne usufruisce nel settore privato extra-agricolo è passata dallo 0,26 per cento nel 2005 al 2,3 per cento nel 2022. L’aumento può essere attribuito a diverse cause, tra cui l’invecchiamento della popolazione e il peggioramento delle condizioni di salute in età avanzata.
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martedì 14 maggio 2024

Perché ai disoccupati non interessa la formazione

Sono pochi i disoccupati che partecipano alle attività formative previste dal programma Gol. Perché non è semplice convincere adulti con altre priorità a parteciparvi. La soluzione è studiare politiche attive disegnate sulle caratteristiche degli utenti

di Francesco Giubileo

Acquisire determinate competenze potrebbe permettere a molte persone di migliorare le loro chance occupazionali o la loro occupazione, e uscire così da lavori non-qualificati di breve durata.
Per questo il programma Gol investe tantissime risorse nelle attività formative, proprio per ridurre lo squilibrio di competenze. Tuttavia, sul milione di utenti presi in carico tra metà 2022 e fine 2023, che potevano partecipare ad attività formativa (aderenti ai Cluster 2, 3 e 4), solo poco più di 270 mila partecipano o hanno concluso un percorso.

A ciò si aggiunge che la netta maggioranza dei discenti – circa il 60 per cento (con regioni come la Campania che raggiungono il 100 per cento) – è stato coinvolto solo in percorsi di rafforzamento delle competenze digitali di base, un processo di alfabetizzazione sicuramente utile, ma difficilmente possiamo ritenerlo rilevante per migliorare le loro opportunità di occupazione.
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martedì 30 aprile 2024

Quanto costa un’ora di lavoro in media in Germania?

Il costo del lavoro in Germania è superiore di circa il 30% rispetto alla media dell’Ue, posizionando il paese al sesto posto nel confronto con gli altri membri dell’Ue. Non solo: il lavoro orario nel settore manifatturiero è più costoso del 44% e il lavoro orario nei servizi di mercato è più costoso del 25% rispetto alla media dell’Ue

di Destatis, Ufficio federale di statistica

Nel 2023, le aziende tedesche nel settore manifatturiero e dei servizi hanno pagato in media 41,30 euro per un’ora di lavoro, secondo l’Ufficio federale di statistica (Destatis). Questo costo è il sesto più alto nell’Ue-27. In confronto, il costo più elevato per ora lavorata si è registrato in Lussemburgo, a 53,90 euro, mentre il più basso in Bulgaria, a 9,30 euro.

Rispetto alla media Ue di 31,80 euro, i datori di lavoro tedeschi hanno pagato circa il 30% in più nel 2023. Questo divario rispetto alla media Ue è rimasto invariato rispetto al 2022.
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martedì 13 febbraio 2024

Come aiutare i Neet a rientrare nel mercato del lavoro

I Neet in Italia sono tanti e tra di loro ci sono soprattutto giovani disoccupati di lungo periodo e scoraggiati. Coinvolgere queste persone nelle politiche attive non è però facile. In Germania ci sono riusciti con un programma ben definito

di Francesco Giubileo

Nel 2022, secondo i dati Eurostat, l’Italia si trovava al secondo posto in Europa, dietro solo alla Romania, per il più alto tasso di Neet (not in education, employment or training) tra i giovani (15-29 anni). Si tratta di un problema cronico: la quota di giovani che non studiano, non lavorano o non seguono corsi di formazione è sempre stata molto elevata nel nostro paese.

Dalla semplice lettura dei dati appare evidente come il programma Garanzia giovani, avviato nel 2014 proprio per contrastare il fenomeno, non abbia ottenuto i risultati sperati.
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giovedì 8 febbraio 2024

L’apprendistato, ossia lo strumento per favorire le imprese e i bassi salari

L’Italia affronta quasi tre decenni di precarietà lavorativa con scarsa attrattività per gli investitori. Le politiche governative tendono a favorire le imprese a discapito dei lavoratori, e la recente crisi pandemica ha rivelato la fallacia di affidarsi esclusivamente al sostegno alle imprese per la ripresa economica

di Emiliano Gentili e Federico Giusti

Quasi 30 anni all’insegna della precarietà lavorativa non hanno reso il capitalismo italiano attrattivo per gli investitori e capace di performance elevate. Al contrario, la tanto decantata produttività lascia alquanto a desiderare e i salari e il potere di acquisto sono in caduta libera.

I posti di lavoro creati attraverso contratti precari continuano a non coprire nemmeno il fabbisogno aziendale: da un lato gli imprenditori italiani sono alla costante ricerca di profili professionali specializzati, per avere i quali servono tempo, formazione e investimenti, mentre dall’altro non riescono nemmeno a utilizzare i contratti di apprendistato, nonostante rappresentino un grosso favore per le imprese.
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martedì 23 gennaio 2024

Parità retributiva donna-uomo: il diritto del lavoro non basta

“Pari retribuzione per lavoro di pari valore”: la direttiva Ue 2023/970 sulla trasparenza salariale vuole rafforzare l’applicazione del principio della parità retributiva di genere per lo stesso lavoro. Ma da solo il diritto del lavoro non riesce a rimuovere le cause profonde della disparità

di Lucia Valente

Secondo gli ultimi dati Eurostat, in Italia il gap retributivo medio (ossia la differenza nella retribuzione oraria lorda tra uomini e donne) è pari al 5 per cento (al di sotto della media europea che è del 13 per cento). Invece quello complessivo (ossia la differenza tra il salario annuale medio percepito da donne e uomini) è pari al 43 per cento (al di sopra della media europea, che è pari al 36,2 per cento).
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martedì 16 gennaio 2024

Maternità, una lavoratrice su cinque fuoriesce dal mercato del lavoro

Abbiamo il più basso tasso di occupazione femminile in Europa, ben 14 punti percentuali al di sotto della media Ue, e siamo deficitari anche in termini di divario retributivo di genere. Misure e strategie in atto non sembrano sufficienti, come i servizi necessari a conciliare vita e lavoro delle donne

di Giovanni Caprio

Il tasso di occupazione femminile in Italia risulta essere - secondo dati relativi al IV trimestre 2022 - quello più basso tra gli Stati dell’Unione europea, essendo di circa 14 punti percentuali al di sotto della media Ue: il tasso di occupazione delle donne di età compresa tra i 20 e i 64 anni è stato, infatti, pari al 55 per cento, mentre il tasso di occupazione medio Ue è stato pari al 69,3 per cento. Un divario significativo si registra anche nel rapporto tra la popolazione maschile e quella femminile nel mondo del lavoro: le donne occupate, infatti, sono circa 9,5 milioni, laddove i maschi occupati sono circa 13 milioni.
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martedì 2 gennaio 2024

Grande distribuzione, cosa succederà nel 2024?

Lo sguardo e la visione verso il futuro dell’imprenditore o del manager non possono mai indulgere al pessimismo. Come ci ricorda Umberto Galimberti, un filosofo bravo a leggere e interpretare il nostro tempo, “Il futuro non si attende, si fa”. Ed è questo lo spirito con cui si deve affrontare il 2024

di Mario Sassi

Abbiamo alle spalle un periodo caratterizzato da una situazione geopolitica complessa, un’inflazione che cala ma resta tignosa soprattutto sulla spesa, e un comportamento del consumatore molto più attento e sensibile alla convenienza. Pronto ad inseguirla ovunque. Sono tutti elementi che si confermeranno anche nel 2024.
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martedì 5 settembre 2023

Non solo salario minimo contro il lavoro povero

Il dibattito pubblico sul salario minimo ruota principalmente attorno al tema della povertà lavorativa. Tuttavia, l’introduzione di una paga oraria minima per legge non basta da sola a risolvere il problema, che riguarda soprattutto la quantità di tempo lavorato

di Francesco Armillei e Ivan Lagrosa

Una delle motivazioni principali utilizzate nel dibattito pubblico italiano per sostenere l’introduzione di un salario minimo risiede nella necessità di arginare la diffusione del lavoro povero. Sul sito della petizione “salariominimosubito” si legge, per esempio, come in Italia ci siano più di tre milioni di persone che pur lavorando risultano povere. Tuttavia, un intervento sul salario minimo orario, indipendentemente dalla cifra, non può considerarsi come risolutivo, per vari motivi. Tra questi c’è il fatto che il salario complessivo di un lavoratore non dipende solo dalla sua paga oraria - su cui la norma in discussione vorrebbe intervenire - ma anche e soprattutto dalla quantità di ore lavorate nel corso di un anno.
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martedì 18 luglio 2023

Sul salario minimo c’è ancora tanto da discutere

Sono molte le questioni ancora aperte nel dibattito sul salario minimo. Da un lato, l’ampia copertura della contrattazione collettiva non basta più a garantire a tutti una base salariale adeguata. Dall’altro, va riconosciuta più flessibilità al sistema

di Andrea Garnero

Nella discussione in corso sul salario minimo sono diversi i punti che suggeriscono che il dibattito sia ancora lontano dall’esaurirsi. Francesco Lombardo e Michele Tiraboschi su Adapt sollevano dubbi di costituzionalità sulla norma che prevederebbe un obbligo per i contratti collettivi di non scendere sotto il minimo. Da parte mia, oltre alle perplessità sul metodo utilizzato (o non utilizzato) per arrivare alla cifra di 9 euro, già espresse in passato e ancora valide, mi soffermo su altre due questioni: una che riguarda solo chi è fermamente contrario a un salario minimo per legge, una seconda, invece, che tocca sia la proposta di legge depositata in Parlamento sia chi vi si oppone.
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martedì 4 luglio 2023

Precarietà, il lato oscuro del mercato del lavoro

La “precarietà” riguarda 7 milioni di persone tra lavoratori a termine, disoccupati e inattivi disponibili al lavoro. Il fenomeno chiama in causa anche la qualità delle offerte di lavoro. Sarebbe utile rendere più onerosi i contratti a tempo determinato

di Carlos Corvino e Francesco Giubileo

Ottantatré per cento, ripetiamo ottantatré per cento, è questa la percentuale che dovete ricordare: nel 2022 su oltre 8.100.000 nuove assunzioni, appena il 17 per cento era a tempo indeterminato. La “precarietà” si evidenzia nell’enorme difficoltà di stabilizzare questo esercito di contratti atipici: confrontando, infatti, i dati annuali delle comunicazioni obbligatorie con il cartogramma delle forze lavoro Istat, possiamo presumere che solo un quinto dei circa 3,2 milioni di lavoratori a termine abbiano una possibilità di stabilizzazione e il calcolo non tiene conto dei circa 300 mila tirocini extra-curriculari, quindi il dato reale è peggiore di quanto è possibile stimare.
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martedì 9 maggio 2023

C’è ancora vita fuori dal lavoro?

Si inizia a parlare di settimana corta, di riduzione delle ore lavorative. Prima, però, vanno ripensati i confini tra il tempo libero e il tempo del lavoro

di Davide Coppo

La collega al telefono inizia dicendo: «Ciao, lo so che sei in ferie». Poi continua con una scusa timida, e dice una cosa del tipo: ma è una cosa veloce, ma dovevo proprio avvisarti, ma ci metto un attimo, ma ho bisogno di te per questa cosa. Io potevo non rispondere, e a volte succede così. A volte però non ci penso, e il senso di emergenza ha la meglio sul resto; altre volte non mi dispiace nemmeno troppo passare cinque minuti al telefono, magari mi sto annoiando proprio durante quelle ferie, d’altra parte la noia è un elemento della realtà ormai così difficile da gestire che anche io, come tutti, cerco inconsciamente di rifuggirla. Quindi non è solo colpa della collega, che mi chiama quando sono in ferie. O alle otto del mattino, prima che la giornata di lavoro abbia inizio. O in pausa pranzo. Stai mangiando? Allora chiede, anche se lo sa già. E continua: vabbè ci metto un attimo. Anche io sono parte di questo circolo vizioso. Questa dipendenza? Questo sistema ricattatorio? Ognuno lo chiami come vuole.
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martedì 2 maggio 2023

Perché all’Italia serve un comitato per la produttività

La produttività ha un ruolo chiave per la crescita economica. Per questo diversi paesi hanno istituito comitati che si occupano della questione. L’Italia non l’ha fatto, ma dovrebbe rimediare, facendo tesoro del lavoro di analisi che possono garantire

di Dirk Pilat

Il ruolo chiave della produttività per stimolare la crescita economica è riconosciuto da tempo. Ciononostante, solo di recente i governi dei paesi Ocse hanno creato istituzioni specifiche deputate alle politiche per la produttività.

La funzione dei comitati per la produttività
L’Australia ha istituito una commissione per la produttività nel 1998 ed è stata seguita da altri paesi tra il 2010 e il 2020. Nel 2016, a seguito di una raccomandazione del Consiglio europeo, molti paesi dell’Ue hanno nominato “productivity boards”, comitati per la produttività. Non tutti, però, lo hanno fatto: tra i paesi della zona euro, l’Austria ha istituito un comitato di questo tipo solo nel 2022, mentre Estonia, Italia e Spagna non lo hanno ancora creato. Tra gli stati non appartenenti all’Eurozona, solo la Danimarca e l’Ungheria hanno varato comitati simili. Oggi, dunque, nell’area Ocse operano all’incirca venti comitati per la produttività. E benché alcuni siano relativamente nuovi, possono già indicarci diverse lezioni.
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martedì 14 marzo 2023

La corsa dell’inflazione, il ritardo dei contratti

Nel 2022 l’inflazione ha causato un calo complessivo dei salari reali del 7,6%. I redditi da lavoro non sono protetti dagli aumenti dei prezzi e il rinnovo dei contratti procede troppo lentamente, in modo inadeguato a tutelare i salari reali. Sarebbe necessario un salario minimo indicizzato all’inflazione

di Vincenzo Maccarrone

Il ritorno dell’inflazione ha evidenziato uno dei problemi principali che caratterizzano l’economia italiana, quello dei bassi salari. L’anno scorso, a fronte di un aumento dell’Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato (Ipca) del 8,7 per cento, gli aumenti salariali negoziati tramite contrattazione collettiva sono stati in media del 1,1 per cento (dati Istat). Questo ha comportato un divario fra retribuzioni contrattuali e inflazione del 7,6 per cento, il dato più alto dal 2001, primo anno di diffusione dell’indicatore dei prezzi armonizzato a livello europeo.

La situazione è ancora più grave se si considera che il calo dei salari reali dell’anno passato va ad aggiungersi ad un quadro già deprimente.
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