L’usato cresce, ma anche i consumi: il mercato second hand spinge nuovi acquisti e non riduce davvero l’impatto della moda
Continua a leggere...
di Claudia Vago
Interno giorno. Una ragazza, che chiameremo Sofia, circa 25 anni, è sdraiata sul divano di casa. È intenta a guardare lo schermo del telefonino dove scorre il feed di Vinted. Nel carrello ha già tre maglioni a 15 euro l’uno. «È usato, quindi va bene», pensa. Il senso di colpa per l’ennesimo acquisto si dissolve. Anzi, sente di fare la cosa giusta: sta salvando vestiti dalla discarica, no? Il martedì successivo, durante la pausa pranzo, cede a quella gonna di Zara vista in vetrina. Costo: 25 euro. «Me la merito», si dice. «Ultimamente ho comprato solo usato».
Sofia non lo sa, ma sta sperimentando sulla propria pelle quello che gli psicologi chiamano moral licensing: un meccanismo per cui un’azione percepita come etica ci autorizza, inconsciamente, a comportamenti meno virtuosi.
Interno giorno. Una ragazza, che chiameremo Sofia, circa 25 anni, è sdraiata sul divano di casa. È intenta a guardare lo schermo del telefonino dove scorre il feed di Vinted. Nel carrello ha già tre maglioni a 15 euro l’uno. «È usato, quindi va bene», pensa. Il senso di colpa per l’ennesimo acquisto si dissolve. Anzi, sente di fare la cosa giusta: sta salvando vestiti dalla discarica, no? Il martedì successivo, durante la pausa pranzo, cede a quella gonna di Zara vista in vetrina. Costo: 25 euro. «Me la merito», si dice. «Ultimamente ho comprato solo usato».
Sofia non lo sa, ma sta sperimentando sulla propria pelle quello che gli psicologi chiamano moral licensing: un meccanismo per cui un’azione percepita come etica ci autorizza, inconsciamente, a comportamenti meno virtuosi.