Anno X - Numero 39
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Eugenio Montale

martedì 30 marzo 2021

Se l’assalto al diritto di proprietà arriva anche dal ministro della giustizia

L’attacco alla proprietà è prima di tutto un attacco ad un progetto evoluto di ordine sociale: è un incentivo alla degenerazione delle relazioni interpersonali, canto della miseria elevata a sistema (im)morale, un sistema che deve annegare nella palude, e verso il basso, chi cerca mediante inventiva, innovazione, spirito di azione, di elevarsi. In questo senso la proprietà è a tutti gli effetti un paradigma di sviluppo e di libertà. Negarla, al contrario, è la strada lastricata di belle parole e di buone intenzioni che conduce all’inferno della tirannia

di Andrea Venanzoni

In “Dei delitti e delle pene”, Cesare Beccaria vergò una frase destinata a suscitare un ampio e acceso dibattito: “di quella infelice parte degli uomini a cui il diritto di proprietà (terribile, e forse non necessario diritto) non ha lasciato che una nuda esistenza”, scrisse il giurista milanese.

La frase, meno nota rispetto all’impianto proto-garantistico in senso carcerario dell’opera di Beccaria, più familiare e consono questo alla sensibilità dei penalisti, causò la severa perplessità di Jeremy Bentham che pure di Beccaria era un lettore e un estimatore.

Il filosofo inglese, giustamente, sottolineò la potenzialità eversiva dell’ordine sociale di una simile asserzione, la quale pur originando dalla polemica contro il giusnaturalismo finiva per incrinare la potenza quasi ierofanica di un diritto su cui si era basata, senza tema di smentite, la civilizzazione umana.

Una forza dirompente che non ha mancato di sottolineare Stefano Rodotà che sin dal titolo del suo noto studio sul diritto di proprietà ha ripreso la locuzione e la caratterizzazione “terribile” del diritto di proprietà, scandagliandone la presunta consistenza cedevole e friabile a fronte della sua “socializzazione”.
Eppure, di terribile la proprietà ha ormai solo una vaga, evanescente e infiacchita consistenza: la stessa Costituzione repubblicana, patto assiologico che pur innervato di sfumature liberali sembra atteggiarsi comunque come un insieme di disposizioni proteso contro il liberalismo puro, all’articolo 42 sdilinquisce il portato della funzione storica della proprietà come perno edificatore della civiltà, facendolo recedere a un diritto non solo limitabile, violabile, espropriabile, ma soprattutto innestabile in un complesso tendenzialmente pianificabile in funzione sociale e collettivistica.

Scompare del tutto la eco rivelatrice delle notazioni di Ludwig von Mises che nella proprietà vedeva il portato essenziale del farsi civiltà di un ordine sociale e dell’umanità stessa, si annebbia il suono delle massime di John Locke e della rivoluzione statunitense, e si affaccia all’orizzonte una ancillarità della proprietà rispetto un insieme, composito e multiforme certo, ma comunque votato alla “giustizia sociale” e alla redistribuzione, che sin da subito colora la proprietà di una caratterizzazione recessiva, secondaria, trascurabile quasi.

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