Anno III - Numero 26
Riflettere è considerevolmente laborioso; ecco perché molta gente preferisce giudicare.
José Ortega y Gasset

martedì 7 novembre 2017

Fca e il grande imbroglio

Il racconto di Roberto, papà di una dei 530 mandati a casa da Fca senza alcun preavviso. Il contratto 'capestro'. La beffa finale. I 3950 euro di premio dati da Volkswagen agli operai

di Roberto Giannitelli

Mia figlia è uno dei 538 lavoratori non riconfermati, nonostante abbia, sua volta, una figlia a carico. In questi 6 mesi di lavoro non si è mai assentata (si è sottoposta a un importante intervento chirurgico durante le ferie nel mese di Agosto, pur di non compromettere l’attività lavorativa), non ha mai rifiutato una sola ora di straordinario o un anticipo turno (con levata alle 02.30 del mattino), ignobile modus operandi a cui Fca ha fatto ricorso fino alla scorsa settimana. La pochezza del management Fca ricade a cascata anche sui sottoposti, capetti senza scrupolo che non si sono mai posti il problema dell’affidamento, alle 2.30 del mattino, di una bambina di 18 mesi. Confidava sul fatto, inguaribile ottimista, che serietà e professionalità sarebbero state apprezzate e meritevoli di futura attenzione. Illusione vana. Sapevo che sarebbe finita così, ma non volevo distruggerle l’entusiasmo. I criteri di scelta sono ben altri, e gli spostamenti di alcuni lavoratori negli ultimi giorni ne sono la “prova provata”.

Ma il problema, ovviamente, non riguarda mia figlia! Il personalismo è, comunque, un comportamento plebeo.

A Wolfsburg, i lavoratori del più grande stabilimento Volkswagen del mondo, hanno ricevuto quest’anno, in busta paga, un premio di compartecipazione agli utili del 2016 pari a 3.950 euro cadauno. Volkswagen è un’azienda a vocazione industriale e non regala il proprio denaro. Semplicemente, da azienda industriale, investe sul capitale più importante, il capitale umano, riconoscendo il ruolo determinante di chi, di fatto, produce le autovetture. I 3.950 euro, per Volkswagen, sono stati un intelligente investimento, non un regalo. La Germania non è la Germania per caso. Il management Volkswagen non è il management Fca, da Marchionne in giù, fino all’ultimo team leader.

Fiat, Fca, Alfa Romeo o come diavolo si chiama oggi non è un’azienda industriale, ma una scaltra società finanziaria (dalle vaghe prospettive), con sede in Olanda (per pagare meno tasse) e un Amministratore Delegato residente in Svizzera (per pagare meno tasse). Questa finanziaria utilizza, per non perdere l’italianità di cui tanto si vanta, forza lavoro a basso costo nel nostro Paese, grazie a una legge (non il Job Act) che glielo consente. Ho, infatti, letto scemenze propagandistiche che addebitano il mancato rinnovo dei contratti al Job Act: scemenze, appunto. Il Job Act, del quale si potrebbe discutere, non ha nulla a che vedere con il ripugnante comportamento del management Fca. I lavoratori erano stati tutti assunti attraverso agenzie di somministrazione di lavoro temporaneo (un tempo detto lavoro interinale), in base a una legislazione, pur modificata, risalente a più di vent’anni fa.

Il mancato rinnovo di 538 contratti su 800 (comunque a tempo), l’imbroglio legato alla promessa di 1.800 posti di lavoro e le illusioni create in una devastata area del mezzogiorno, hanno tutte un comune denominatore, un nome e cognome ben precisi: Sergio Marchionne. Ho sempre ritenuto Sergio Marchionne, top manager (top mona-ger, direbbero in Veneto) e AD di Fca, una sorta di filibustiere e quest’ennesimo episodio mi conforta sul fatto di non essermi sbagliato. Mia figlia e molti amici in Fca hanno provato a convincermi del contrario, ma senza successo: è davvero un filibustiere, a cui poco importa dei lavoratori della Compagnia che guida (basti pensare che mentre si discuteva il futuro di 500 giovani, lui era impegnato a seguire la Formula Uno in Malesia).

Questo imbroglio Fca è nato da lontano, da quando il “manager de noantri” è uscito da Confindustria per avere le mani libere, imponendo ai lavoratori Fiat un contratto di lavoro assolutamente vergognoso: ne ho una copia, e non l’avrei sottoscritto neanche con una pistola alla tempia. Naturalmente, il sindacato non poté che firmarlo. Il top manager, utilizzando il metodo “Vito Corleone”, fece una proposta che non potevano rifiutare: firmare quel contratto o assistere alla chiusura degli stabilimenti in Italia. Noi rabbrividiamo quando la camorra, con le armi, impone il pizzo agli imprenditori, minacciando di morte il proprietario dell’attività. La minaccia di chiusura e delocalizzazione è, altrettanto, una minaccia di morte per un intero territorio, e le due cose non sono poi così diverse.

Cosa può fare la politica? Molto. Sono iscritto al Pd, ma mai avrei voluto vedere Renzi in Fiat a braccetto di Marchionne. Una passerella che si poteva risparmiare, soprattuto conoscendo il soggetto. Da questa vicenda, il Pd in provincia di Frosinone ne uscirà distrutto. Governa la Regione e la Provincia e, nel momento in cui sto scrivendo, ho udito soltanto, da parte dei rappresentanti Pd di entrambi gli Enti, un silenzio assordante. I 5S e la destra sapranno, furbescamente, approfittarne.

Ma Marchionne e la sua idea di azienda possono essere fermati: la buona politica può farlo. Si potrebbe cominciare eliminando quell’assistenzialismo specioso di cui si è sempre nutrita buona parte dell’imprenditoria italiana (con le dovute eccezioni, per carità!). Basta regalare soldi e agevolazioni a questa finanziaria olandese, subendo, inoltre, la beffa di un Marchionne che, severamente, ribadisce come FIAT non debba nulla allo Stato. Restituisca il maltolto di decenni di facilitazioni, soldi a fondo perduto, ammortizzatori sociali personalizzati, regalie di terreni e fabbricati e via discorrendo. Volkswagen, dallo Stato, non ha mai avuto nulla, se non buone relazioni tra persone perbene.

E il sindacato locale? Il sindacato all’interno dello stabilimento Fiat di Cassino non è mai stato molto brillante, un modo elegante per non dire che è stato un disastro. Potrebbe recuperare un minimo di credibilità con un’azione molto forte, che temo, però, non abbia il coraggio e la determinazione di fare. Un sindacato determinato, serio e credibile imporrebbe, da domani stesso, il blocco di tutti gli straordinari, di tutti gli anticipi turno e di ogni forma di lavoro supplementare fino al reintegro dei 538 fuoriusciti. Sarebbe un’azione degna di un sindacato realmente rappresentante delle necessità dei lavoratori, un sussulto di dignità che allontanerebbe, una volta per sempre, il sospetto, tutt’altro che infondato, di una complice e imbarazzante passività.
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