Anno X - Numero 39
Il tempo degli eventi è diverso dal nostro.
Eugenio Montale

venerdì 17 febbraio 2023

L’Unione europea alla prova dell’Ucraina

Le onde d’urto provocate dalla nuova invasione russa dell’Ucraina continueranno probabilmente a irradiarsi a lungo in Europa e altrove, anche se gli ucraini riusciranno a riprendere rapidamente il controllo dell’intero territorio. Se crediamo che dobbiamo “essere preparati a una lunga guerra”, che non dobbiamo “sottovalutare la Russia”, l’Unione farebbe bene a non rimandare la questione delle politiche e degli strumenti di sostegno per gli ucraini e dare così risposte concrete alle minacce alla sicurezza

di Olivier Dupuis

Ci sono persistenti contro-verità, come quella secondo cui una revisione dei Trattati diventerebbe improvvisamente necessaria a causa del prossimo allargamento dell’Unione europea all’Ucraina, alla Moldavia e ai paesi balcanici. Questo significa semplicemente trascurare il fatto che l’Ue non è stata in grado di prevedere, e tanto meno di prevenire, la massiccia invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa il 24 febbraio scorso. 
Con l’eccezione del Regno Unito, che nel frattempo l’ha lasciata, questa Unione è la stessa che ha preso atto, se non formalmente, almeno di fatto, dell’annessione della Crimea e dell’incorporazione delle repubbliche autoproclamate di Donetsk e Luhansk da parte della Federazione Russa e che, impermeabile alla realtà, sognava l’indipendenza strategica solo pochi mesi fa. 

In un simile contesto, invocare futuri allargamenti per giustificare una revisione dei Trattati è pericoloso in quanto rischia di mascherare le carenze, le mancanze e i gravi errori politici dell’Unione e dei suoi attuali stati membri, che hanno contribuito a rendere possibile la tragedia ucraina. Occorre quindi fare luce sugli errori passati dell’Unione, sulle sue carenze e sui suoi fallimenti nel campo della politica estera, di sicurezza e di difesa, anche al fine di delineare alcune idee di riforma che l’Unione e i suoi stati membri potrebbero intraprendere.

Alcuni si sono già cimentati in questa impresa, citando l’urgente necessità di modificare le procedure decisionali e, in particolare, l’abolizione del voto all’unanimità a favore del voto a maggioranza per le questioni relative agli affari esteri, alla sicurezza e alla politica di difesa. È il caso del Presidente del Consiglio spagnolo Pedro Sanchez, del Primo Ministro olandese Mark Rutte e, più recentemente, dell’ex Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi e del Cancelliere tedesco Olaf Scholz. Questa proposta, una delle poche se non l’unica che va al di là dell’incantesimo o dell’esibizione, deve essere analizzata sia in termini di accettabilità che di efficacia.

Si può in effetti dubitare che alcuni paesi – e non stiamo pensando all’Ungheria – siano disposti a rinunciare del tutto al loro diritto di veto. Alcune idee e proposte che circolano attualmente in Francia, come la creazione di un Consiglio nazionale di sicurezza, l’acquisizione del gruppo aeronautico Dassault da parte di un campione nazionale del capitalismo di connivenza, il proseguimento del progetto di costruzione di una nuova portaerei nazionale, per non parlare delle tattiche dilatorie della scorsa primavera in merito all’adesione dell’Ucraina all’Unione e della riluttanza fino a poco tempo fa a fornire armamenti a Kiev, sono indiscutibilmente segni dell’assenza della volontà di fare dell’Unione un luogo di sviluppo di un’autonomia strategica veramente europea. A Berlino regna l’ambiguità. Da un lato, il Cancelliere Scholz sembra schierarsi con i sostenitori dell’abolizione del voto all’unanimità, mentre dall’altro crea un fondo di 100 miliardi di euro per modernizzare l’esercito tedesco al fine di renderlo “la pietra miliare della difesa convenzionale in Europa, la forza meglio “equipaggiata”. Una proposta, quest’ultima, che – la cosa non sorprenderà – non ha suscitato particolare entusiasmo nelle capitali degli altri stati membri, prima di essere successivamente ampiamente rivista al ribasso.

Il futuro dell’Europa
Mentre l’Unione Europea era già impegnata, attraverso la “Conferenza sul futuro dell’Europa”, in un processo di riflessione sui possibili miglioramenti del suo funzionamento e sul rafforzamento dei suoi obiettivi, la nuova invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa ne ha già cambiato il contenuto. Senza perdere di vista il fatto che la priorità politica dell’Unione e dei suoi stati membri deve rimanere quella di fornire all’Ucraina tutto il sostegno politico, militare ed economico necessario per consentirle di respingere il più rapidamente possibile l’invasore e di riprendere il pieno controllo del territorio, ci sembra urgente integrare in questa riflessione sul futuro dell’Unione un certo numero di insegnamenti tratti dalla guerra in Ucraina.

Con poche eccezioni (Polonia e stati baltici), gli stati membri dell’Ue e l’Ue in quanto tale non sono stati in grado di anticipare l’aggressione russa, nemmeno nei mesi e nelle settimane che l’hanno preceduta, sebbene il Presidente Biden prendesse molto sul serio la sua eventualità e avvertisse ripetutamente Vladimir Putin delle conseguenze disastrose che avrebbe avuto per la Russia.

Inoltre, gli stati membri e l’Ue non sono neppure riusciti a rappresentare un luogo di elaborazione di una risposta ex post, cioè strategica, dopo il lancio della nuova invasione. È stata la Nato, sotto la forte leadership degli Stati Uniti, con il sostegno del Regno Unito, della Polonia e degli stati baltici prima, e poi degli altri paesi dell’Europa centrale e dell’Italia di Mario Draghi, il luogo in cui è stata concepita e attuata la strategia di sostegno alla resistenza ucraina di fronte all’aggressione russa.

L’Unione europea, combattuta tra un approccio di sostegno risoluto e un approccio di “dialogo”, che ricordava gli errori commessi a Monaco, è stata solo uno dei luoghi in cui la risposta strategica all’aggressione russa è stata tradotta, spesso con ritardo e parsimonia.

La piena comprensione delle ragioni di questi due gravi fallimenti – anticipazione e reazione – ci sembra una conditio sine qua non per qualsiasi riforma del funzionamento della politica estera e di sicurezza dell’Unione.

Una delle ragioni, a mio avviso, risiede nella progressiva depoliticizzazione della politica estera. Questo processo, in corso da decenni, è il risultato di diversi fattori, tra cui:

1) la graduale acquisizione (in misura maggiore o minore a seconda degli stati membri) da parte del ramo esecutivo dei settori sovrani della politica estera e di difesa.

2) la disaffezione dei media per i lavori parlamentari in generale, e per i dibattiti in contraddittorio in particolare, la cui manifestazione più visibile è la disaffezione per le cronache parlamentari a favore delle “dichiarazioni” di una cerchia di personalità senza particolare legittimità, che priva così l’opinione pubblica di visioni articolate e argomenti a confronto.

3) il processo politico di integrazione europea in generale e le modalità specifiche di integrazione nella politica estera, di sicurezza e di difesa in particolare.

È quest’ultimo punto, apparentemente paradossale, che ci interessa qui e che richiede un piccolo passo indietro. La creazione del Consiglio europeo proposta dal Presidente Valéry Giscard d’Estaing nel 1974, sulla base di un’idea (ancora una volta) di Jean Monnet del 1970, fu una risposta alla necessità di coinvolgere direttamente i capi di Stato e di governo in una costruzione europea che stava diventando sempre meno “tecnica” e sempre più politica.

Tuttavia, questo passo è stato compiuto al prezzo di una progressiva espropriazione delle prerogative del Consiglio (dei ministri degli Esteri), in ragione della concorrenza generata dall’irruzione nel campo istituzionale europeo di questa nuova istituzione rappresentativa dei governi degli stati membri, per definizione più potente e più prestigiosa. Il Consiglio europeo è stato pensato e concepito come una fotocopia collegiale dell’istituto presidenziale monarchico-repubblicano francese. Come a Parigi, dove tutto sale al vertice della piramide, anche a Bruxelles il Consiglio europeo ha fagocitato il Consiglio dei ministri, ha mantenuto il controllo sull’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune e si è guardato bene dal conferire al Parlamento europeo, nel corso delle successive riforme istituzionali, poteri reali nei settori della politica estera, di sicurezza e di difesa, tematiche che sono di primario interesse in questa riflessione.

Il Consiglio si è gradualmente trasformato in una sorta di club londinese in cui i ministri degli Esteri discutono degli affari del mondo, nascondendo sotto il tappeto le questioni che causano problemi e ratificando decisioni prese altrove: al Consiglio europeo, quando di solito è tardi, o addirittura troppo tardi, e quando il tempo per il dibattito è ridotto al minimo: circa quindici ore ogni tre mesi. La realtà del potere in questo settore è, essenzialmente, nelle mani di organismi politicamente non responsabili: l’alta amministrazione dei ministeri degli Esteri degli stati membri, i diplomatici del Coreper (Comitato dei Rappresentanti permanenti degli stati membri) e gli sherpa dei presidenti e dei primi ministri degli stati membri, la maggior parte dei quali sono anche essi diplomatici. Va da sé che questi sono particolarmente preoccupati dalla difesa della propria istituzione, del proprio Paese e del proprio governo, e persino dei propri piani di carriera, piuttosto che degli interessi dell’Unione nel suo complesso.

Per un Senato europeo
Non è in discussione il lavoro degli ambasciatori dei paesi membri né, checché ne pensi l’Alto rappresentante Josep Borrell, quello degli ambasciatori dell’Unione. Il problema è l’offuscamento, o addirittura la scomparsa in molti paesi membri, dei luoghi di dibattito, di confronto e di elaborazione dialettica della politica estera, e l’assenza di un tale luogo istituzionale a livello dell’Ue, visto che la Commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo non rappresenta, ad oggi, una vera alternativa a causa delle limitazioni imposte dal Trattato. Il problema è insomma che, parafrasando Georges Clémenceau, la pace è una questione troppo seria per essere affidata ai diplomatici.

Sulla base di questa osservazione, dovrebbe essere chiaro che qualsiasi progresso reale nel campo della politica estera e di sicurezza dell’Unione implica un ritorno allo spirito e alla lettera dell’architettura istituzionale voluta dai padri fondatori. Si basa sulla rappresentanza dei cittadini (il Parlamento europeo) e dei governi degli stati membri (il Consiglio). Se c’è stata una deriva, non si tratta, come spesso si è affermato, di una deriva intergovernativa, ma di una deriva interburocratica di apparati nazionali.

Rendere il Consiglio un’istituzione a tempo pieno ci sembra indispensabile per consentire un ritorno alla politica e della politica e ai fondamenti della democrazia: la separazione dei poteri e l’organizzazione dei poteri e dei contropoteri.

La trasformazione del Consiglio in un vero e proprio Senato dell’Unione, in un luogo di elaborazione, di follow-up e di controllo di primi segmenti di politica estera comune, ci sembra la riforma chiave da realizzare in questo settore. In una forma compiuta, questo Senato europeo potrebbe includere, oltre ai 27 Ministri degli Affari Esteri, 27 Ministri responsabili per l’Economia e le Finanze; la Giustizia e gli Affari Interni; l’Ambiente, l’Agricoltura, l’Energia e i Trasporti; gli Affari Sociali e la Salute; nonché 27 Ministri senza portafoglio per tutte le altre questioni nella loro dimensione europea. Avrebbe inoltre il vantaggio di non richiedere modifiche sostanziali al Trattato. Questo Senato si riunirebbe più volte al mese in sessione plenaria, con un ordine del giorno, la presentazione e la votazione di relazioni e risoluzioni. I ministri degli Esteri degli stati membri passerebbero la maggior parte del loro tempo a Bruxelles, delegando a uno o più vice la gestione quotidiana del ministero.

A differenza di molte politiche già ampiamente comunitarizzate, la politica estera e di sicurezza sfugge ancora in larga misura alle pratiche comunitarie. È quindi necessario tenere conto delle sensibilità, degli ostacoli e delle resistenze che ne sono all’origine, immaginando un processo graduale di “comunitarizzazione”. Solo una condivisione delle competenze tra l’Unione europea e gli stati membri basata su una differenziazione delle relazioni con i paesi terzi ci sembra fattibile.

Si potrebbero stabilire tre modelli di governo, corrispondenti a tre aree politico-geografiche di intervento.

Area comunitarizzata. Rispetto ai paesi terzi affidati a questo modello, la politica estera sarebbe gestita dalla Commissione e definita congiuntamente dal Consiglio (dei Ministri degli Esteri) e dal Parlamento europeo (in particolare dalla Commissione Affari Esteri). Le relazioni diplomatiche sarebbero di esclusiva competenza dell’Unione. Le ambasciate degli stati membri sarebbero chiuse. Le autorizzazioni alla vendita di armi sarebbero soggette al voto del Consiglio e del Parlamento europeo su proposta della Commissione.

Area di gestione condivisa. Per quanto riguarda i paesi terzi inclusi in quest’area, la Commissione proporrebbe una politica generale da sottoporre all’approvazione del Consiglio (dei Ministri) e del Parlamento. Gli stati membri sarebbero responsabili della sua attuazione, mentre la Commissione svolgerebbe un ruolo di coordinamento.

Area di cooperazione. Per questi paesi terzi, gli stati membri si sforzerebbero di coordinare le politiche a livello europeo e si impegnerebbero a garantire che le rispettive scelte non rechino danni ad altri stati membri o all’Unione nel suo complesso.

Questo processo avrebbe un “effetto a cricchetto”. In altre parole, un Paese classificato nella categoria 1 non potrebbe retrocedere nella categoria 2 o 3 e un Paese classificato nella categoria 2 non potrebbe retrocedere nella categoria 3.

A titolo di esempio, la categoria 1 potrebbe includere paesi come la Corea del Nord, la Bielorussia, l’Eritrea, la Siria, la Libia, Cuba, l’Afghanistan e una serie di stati dell’area del Pacifico, in cui nessuno Stato membro dell’Ue ha una rappresentanza diplomatica e in cui di fatto nessuno, comunitarizzando le relazioni, rinuncia ad alcuna reale prerogativa.

La categoria 2 potrebbe includere i paesi “vicini” all’Ue come Armenia, Georgia, Azerbaigian, Iraq, Iran, Turchia, Algeria, Tunisia, Marocco, Mauritania, Egitto, Niger, Sudan, Mali, Ciad e Libano.

La categoria 3 includerebbe i paesi con cui vi sono e rimarranno relazioni bilaterali da parte di tutti o molti degli stati membri, che andrebbero però ricondotte, ad ogni livello, ad una logica europea.

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