Anno III - Numero 26
Riflettere è considerevolmente laborioso; ecco perché molta gente preferisce giudicare.
José Ortega y Gasset

martedì 21 novembre 2017

Come risponderanno alla crescita italiana Francia, Germania e Spagna

Dall’Europa i segnali sono forti e chiari. Nel tempo, che coincide con la prossima legislatura, non vi saranno sconti per l’Italia. Le richieste saranno quelle di sempre: contenimento del deficit e riduzione del rapporto debito – Pil. In altre parole, una nuova stretta sui conti pubblici. “Senza se e senza ma”

di Gianfranco Polillo

L’esclusione della Nazionale dai campionati mondiali di calcio rischia di essere una metafora di ben altra portata. Gli indizi ci sono tutti. Assenza di una strategia di gioco. Sottovalutazione dell’avversario, con quei continui cross nell’area di rigore avversaria, presidiata da difensori dotati di una prestanza fisica superiore. Il non capire che per la Svezia quella sarebbe stata la partita della vita. Con giocatori disposti a tutto pur di vincere una competizione che avrebbe aperto loro la strada dell’agognato traguardo. E quindi determinati nel rispondere colpo su colpo. Trasportati questi elementi nella complessa situazione europea e vedrete che, anche, in questo grande stadio è destinato a prendere corpo un confronto così impegnativo.


Fin qui le analogie. Poi ci sono le differenze. In teoria la conoscenza del terreno di gioco dovrebbe essere migliore. In teoria. Nei fatti non sapremo dire se le principali forze politiche, che si apprestano a misurarsi nella prossima campagna elettorale, se ne siano occupati con la necessaria diligenza. A giudicare dal dibattito in corso non sembrerebbe. L’affanno è nel definire gli schieramenti. La composizione della squadra, per riprendere l’analogia. Ma c’è il tentativo di comprendere quali siano i possibili avversari? Quali siano i loro punti di forza e di debolezza? E quindi quale debba essere la strategia per evitare nuove e più dolorose esclusioni? Si risponderà che questo appartiene ad un secondo tempo della politica. Per il momento conta vincere la battaglia – quella elettorale – più ravvicinata. Ed ecco allora il susseguirsi di promesse, il tentativo di utilizzare gli ultimi scampoli di vita parlamentare per unire il fronte – pensiamo allo ius soli – senza un’adeguata valutazioni delle possibili conseguenze sul comune sentire dell’elettorato.

Eppure dall’Europa i segnali sono forti e chiari. Nel tempo, che coincide con la prossima legislatura, non vi saranno sconti per l’Italia. Le richieste saranno quelle di sempre: contenimento del deficit e riduzione del rapporto debito – Pil. In altre parole: una nuova stretta sui conti pubblici. “Senza se e senza ma”: anche a costo di deprimere ulteriormente un’economia che, dopo qualche barlume di ripresa, sembra rientrare di nuovo nel lungo ciclo della stagnazione. Almeno secondo le stesse previsioni della Commissione europea. Come tutto ciò possa conciliarsi con le ultime convulsioni di questa legge di bilancio – si pensi solo al tema dell’allungamento della vita lavorativa – resta un mistero.

Il dato che più preoccupa è la sottovalutazione dei nuovi equilibri europei. L’ipotesi di un fronte comune tra i Paesi mediterranei si è rapidamente disciolta. Emmanuel Macron ha deciso di fare da solo, puntando su un asse preferenziale con la Germania di Angela Merkel. La Spagna, dopo la Catalogna, ha ben altre gatte da pelare. Il Portogallo sembra aver consolidato la sua ripresa economica, che risulta in linea con gli standard dell’Eurozona. E la stessa Grecia, nonostante il massacro subito, mostra tassi di incremento del proprio reddito di tutto rispetto. L’Italia, al contrario, langue. Maglia nera per il suo tasso di crescita prospettico. Insomma: le economie degli altri Paesi si sono dimostrate essere resilienti. Quella italiana è, invece, entrata in un tunnel in cui la luce è sempre più lontana.

Quanto peserà quest’evidente divergenza? La risposta più evidente è che altrove le politiche economiche hanno funzionato, in Italia, invece, si è solo perso tempo. Siamo stati tra i Paesi più virtuosi nel contenere l’indebitamento netto, ma il prezzo che abbiamo pagato è stata l’afasia del sistema produttivo. Nell’ultimo quinquennio, tanto per citare qualche dato, il deficit di bilancio francese è stato pari in media al 3,6 per cento. Quello spagnolo al 5,2 per cento. Quello portoghese al 4 per cento. In Italia, invece, siamo stati ben al di sotto dei vincoli di Maastricht con una percentuale pari al 2,6 per cento. Siamo stati forse premiati? Non si direbbe: gli spread sui titoli italiani sono stati sempre superiori a quelli della Spagna e della Francia. Solo il Portogallo ha dovuto pagare un prezzo maggiore. Me nel corso di quest’ultimo anno i corsi si sono riallineati verso il basso.

Ed allora qual è stato il segreto? Un utilizzo intelligente di quei margini sottratti alle “stupide” – ricordate Romano Prodi? – regole europee. Nessun bonus, stabilizzazione della spesa corrente, grande cura nella realizzazione degli investimenti. Che nella sola Grecia, tanto per fare un esempio, sono stati pari in media al doppio di quelli italiani, nel periodo 2012 – 2016. Conclusione sconfortante. Pur nel quadro delle ristrettezze finanziarie, approfittando delle favorevoli condizioni imposte dalla politica monetaria di Mario Draghi (il quantitative easing), gli altri Paesi hanno operato al meglio. L’Italia è rimasta al palo, baloccandosi con le proprie contraddizioni politiche. Ed una cultura complessiva impigliata nella rete dei buoni sentimenti. Cosa buona e giusta. Ma il cui rispetto non produce benessere, né reddito. Ma solo una lunga agonia.
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