Anno X - Numero 39
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Eugenio Montale

mercoledì 22 febbraio 2023

Il lavoro da solo non basta: serve un buon lavoro

Non esiste una strategia unica per un ritorno dei good jobs, ogni Paese presenta caratteristiche differenti. Per realizzarla in Italia, ad esempio, sono necessari tre ingredienti fondamentali: salario minimo, ritorno della politica industriale e istruzione

di Mattia Marasti 

Qualche settimana prima che il virus li costringesse alla chiusura, i cinema passavano Sorry We Missed You, un film di Ken Loach, storico regista della sinistra britannica. Un uomo di mezza età, rimasto senza lavoro, si getta nel mondo della gig economy: vende l’auto della moglie per acquistare un furgone e diventare il corriere di una grossa azienda. Il film mostra il deterioramento del rapporto con la moglie, la sofferenza della famiglia e l’infrangersi, infine, dei sogni di ricchezza promessi da quell’avventura lavorativa così precaria.
Guardandosi intorno, tra cerchie di amicizie e social, è facile incontrare esperienze simili: lavori frenetici, stancanti, precari, con contratti predatori, stipendi miseri che riducono all’osso il resto della vita - quello per cui bisognerebbe vivere. O di imprenditori che si lamentano dell’opposto, di giovani viziati senza alcuna voglia di sgobbare.

Come sempre la pellicola di Ken Loach riesce a cogliere uno spaccato di realtà estremamente problematica: quella di un lavoro sempre più alienante, precario, sottopagato. Non è un caso quindi che anche economisti importanti si siano interessati al tema, introducendo l’espressione “good jobs”.

Che cosa sono i good jobs? Per forza di cose - differenze tra paese e paese, settore e settore - la definizione è flessibile. Nonostante le differenze, una definizione chiarificatrice può essere questa: si tratta di lavori non solo ben retribuiti, ma anche stabili, con tutele, prospettive di carriera e il giusto bilanciamento tra vita privata e lavoro.

Per comprendere meglio il concetto è meglio fare un passo indietro e comprendere le dinamiche all’interno del mondo del lavoro e dell’economia in generale.

I good jobs come fondamento dei "Trenta gloriosi"
Dopo la seconda guerra mondiale gli Stati occidentali hanno vissuto trent’anni di crescita e prosperità, quelli che in Francia sono chiamati “Trenta gloriosi”. Le fondamenta di questa crescita economica erano un sistema di tutele universalistico e la protezione nel mondo del lavoro. Nonostante questo paradigma abbia influenzato l’intero occidente, il caso più emblematico rimane quello svedese.

Dopo la Seconda guerra mondiale, a sorpresa, venne eletto Ministro di Stato Tage Earlander del Partito Socialista. Ai suoi governi si deve proprio la costruzione del modello svedese, che si compone dei due elementi essenziali di cui parlavamo in precedenza: il primo è un welfare state universalistico che porta il cittadino dalla culla alla tomba; il secondo è l’importanza delle istituzioni nel mondo del lavoro, supportate da una forte presenza sindacale. Attraverso la contrattazione collettiva, i sindacati assieme alle aziende stabilivano un salario valido per il settore secondo la formula “stesso lavoro, stessa paga”.

Questa particolare struttura del mercato non virava verso un’economia di tipo pianificata, sul modello socialista, ma regolava le forze di mercato che, in assenza di regole e organizzazioni come i sindacati, avrebbero portato, appunto, a un deficit di buoni posti di lavoro. Non vi sarebbero infatti stati i giusti incentivi per il datore di lavoro, che avrebbe invece fatto profitti proprio sulle spalle dei lavoratori.

Grazie a queste istituzioni - un termine tecnico che indica le regole, le convenzioni, i tabù e soprattutto i rapporti di forza in seno alla società - le aziende più produttive potevano prosperare, investendo per aumentare la produttività e ottenere maggiori profitti, mentre quelle meno efficienti erano costrette a chiudere.

Ma al fine di garantire condizioni di vita soddisfacenti per questa forza lavoro è necessario proprio quel sistema di tutele (Welfare State) che ha trovato terreno fertile prima nel mondo scandinavo - e britannico - e poi nel resto del mondo occidentale.

A suggerirlo è stato l’economista liberale William Beveridge che, con il suo rapporto del 1942 redatto per il Parlamento Britannico, ne ha fornito le basi ideologiche. Beveridge riteneva necessario per un’economia moderna che la forza lavoro fosse in salute, istruita e stabile. Da qui, pertanto, la necessità da parte dello Stato di fornire sanità pubblica, istruzione, edilizia e, ovviamente, di trasferimenti monetari.

È stato in Svezia che gli insegnamenti di Beveridge hanno trovato terreno fertile, attraverso la costruzione di un sistema di tutele universalistico: tutti dovevano avere accesso a certi servizi, indipendentemente dalla condizione economica. Quindi istruzione, sanità, ma anche edilizia pubblica per garantire una vita decente e a basso costo, assegni per famiglie con figli, finanziati dalla tassazione progressiva.

Questa strategia è stata perseguita anche nel resto dell’Occidente, portando appunto ai trent’anni gloriosi e al benessere diffuso che conosciamo oggi. Puntando quindi su lavori ben retribuiti e sicuri, su servizi pubblici, su una popolazione sempre più sana e istruita.

Quando ci siamo persi
Quando però la crisi petrolifera degli anni ‘70 mette in crisi il modello socialdemocratico occidentale, nell’accademia avevano preso il sopravvento posizioni pro-mercato che influenzarono la politica. Queste tendenze consideravano l’intervento pubblico come dannoso. Secondo queste dottrine lo Stato era inefficiente, attanagliato da lobby e politici interessati solo al proprio tornaconto personale. I trasferimenti di denaro rendevano pigre le persone, scoraggiandole dal cercare un lavoro. E il Welfare State era diventato troppo costoso, copriva troppe persone, rappresentava uno spreco di risorse.

La controrivoluzione parte dal mondo anglosassone: a vincere le elezioni a ridosso degli anni ’80 furono Ronald Reagan in America e Margareth Thatcher nel Regno Unito. Il dogma economico e sociale diventa: meno Stato, più mercato. Anche nel mondo del lavoro.

L’idea era alquanto semplice - e come capita di solito alle idee semplici, sbagliata: in un’economia moderna e dinamica si doveva facilitare il passare da un lavoro a un altro o l’immissione di nuovi lavoratori, diminuendo quindi le tutele per chi già lavora.

Il nostro paese ha offerto a partire dagli Novanta un ottimo esempio di questa deriva precarizzante. Sia i governi di centrosinistra con il Pacchetto Treu sia quelli di centrodestra guidati da Silvio Berlusconi con la Legge Maroni del 2003 hanno infatti puntato proprio sulla liberalizzazione del mercato del lavoro.

Come fa notare Pasquale Colloca su Il Mulino, queste riforme hanno contribuito a creare una miriade di contratti precari, con poche garanzie e basso costo per il datore di lavoro. Ciò ha portato a un dualismo nel mondo del lavoro italiano, tra garantiti e precari, che secondo gli osservatori è causa della bassa competitività del nostro paese.

Tale dualismo non ha comunque interrotto le riforme votate alla flessibilità, come dimostra la riforma del mercato del lavoro del governo Renzi, il cosiddetto Jobs act. Oltre a incentivi e decontribuzioni per assunzioni a tempo indeterminato, il provvedimento ha introdotto il Contratto a Tutele Crescenti, permettendo il licenziamento senza giusta causa a fronte di un risarcimento e senza reintroduzione per le aziende sopra i quindici dipendenti che prima lo prevedevano.

Anche qui gli effetti salvifici del provvedimento sono controversi: in un loro studio gli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi sottolineano che la riforma ha sì portato a un aumento dei nuovi assunti - con meno tutele rispetto a prima - ma anche a un aumento significativo dei licenziamenti. Senza risolvere quindi i problemi del mondo del lavoro italiano, che derivano proprio dalla mancanza di tutele e dalla competizione sui salari più che sull’innovazione. A ciò bisogna aggiungere poi le due sentenze della Corte Costituzionale (nel 2018 e nel 2020), che hanno sollevato aspetti di incostituzionalità legati all’unico criterio dell’anzianità nello stabilire gli indennizzi in caso di licenziamento.

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