Anno X - Numero 39
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Eugenio Montale

martedì 16 novembre 2021

I veri limiti del reddito di cittadinanza

Il comitato scientifico di valutazione ha indicato dieci proposte per modificare il reddito di cittadinanza. Il governo ha scelto un’altra strada, ostacolando i beneficiari. Ma il problema dell’avvio al lavoro è l’assenza di politiche attive

di Chiara Saraceno

Il comitato scientifico di valutazione del reddito di cittadinanza – previsto all’articolo 10, comma 1-bis, del decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4, ma nominato solo a marzo di quest’anno, composto da studiose/i e rappresentanti di Anpal, Inapp, Inps e del Dipartimento inclusione del ministero del Lavoro – ha prodotto un primo rapporto.

Vi vengono evidenziati cinque tipi di criticità nel disegno della misura, che andrebbero modificati per renderla più equa ed efficace. Riguardano: 1) i criteri di accesso alla misura; 2) la difformità nel grado di sostegno al reddito a seconda dell’ampiezza e composizione per età della famiglia; 3) la valutazione, per chi ha i requisiti, delle risorse disponibili (reddito, ricchezza mobiliare e immobiliare) ai fini della determinazione dell’entità del sostegno; 4) l’implementazione dei patti per il lavoro; 5) l’implementazione dei patti per l’inclusione sociale.

Per correggere queste criticità il comitato ha formulato dieci proposte:
  1. La modifica della scala di equivalenza che al momento penalizza le famiglie con minorenni e quelle numerose, non solo rispetto all’importo (cosa che può essere in parte corretta dall’introduzione dell’assegno unico), ma anche rispetto all’accesso. Viene proposto di dare ai minorenni lo stesso coefficiente degli adulti e di alzare a 2,8 (rispetto al 2,1 attuale) il coefficiente massimo. Contestualmente la soglia massima di reddito per una persona sola potrebbe essere diminuita a 5.600 euro e l’importo massimo del Rdc a 450;
  2. L’abbassamento a cinque anni del requisito di residenza per gli stranieri, in modo da poter intervenire tempestivamente sulle condizioni di disagio, prima che si cronicizzino
  3. La modulazione del contributo per l’affitto in base alla numerosità della famiglia.
  4. La considerazione di una parte del patrimonio mobiliare come reddito ai fini della determinazione del beneficio, in modo da evitare oggettive disparità di trattamento.
  5. la modifica dei criteri di congruità dell’offerta di lavoro, per tenere meglio conto delle basse qualifiche e della distanza dal mercato del lavoro di molti beneficiari pur teoricamente “occupabili”, per incoraggiarli a fare esperienze di lavoro anche parziali e temporanee, ma considerando congrue dal punto di vista della distanza solo offerte nel raggio di 100 km.
  6. Riduzione dell’attuale altissima aliquota marginale che scoraggia il lavoro regolare, portandola dall’80 al 60 per cento e senza limiti di tempo, ma fino alla soglia di imposizione fiscale.
  7. Eliminazione dell’imposizione di una dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro da parte di tutti i beneficiari, richiedendola solo a coloro che vengono indirizzati ai centri per l’impiego, in modo da evitare inutili duplicazioni di prese in carico da parte di questi e dei servizi sociali
  8. Estensione degli incentivi ai datori di lavoro che offrono un contratto almeno annuale a tempo pieno oppure a orario parziale ma a tempo indeterminato, sospendendo anche, in attesa di un aumento dell’efficienza dei centri per l’impiego e delle piattaforme, l’obbligo a registrarsi sulla piattaforma apposita.
  9. Consentire che i partecipanti ai progetti di utilità collettiva – Puc – vengano individuati sulla base delle competenze e interessi.
  10. Eliminare la norma, controproducente e in radicale contrasto con ogni principio di gestione prudente del bilancio familiare, che richiede di spendere integralmente il beneficio mensile, salvo venir decurtato il mese successivo della somma non spesa.
Si tratta di proposte in parte simili a quelle avanzate da altri addetti ai lavori, in parte nuove.

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