Anno X - Numero 39
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Eugenio Montale

martedì 9 febbraio 2021

Mi chiamo Draghi, risolvo problemi

Perché il governo Draghi servirà al paese e ai partiti, dando a questi ultimi un timeout che servirà per tornare in pista a produrre esiti disfunzionali

di Vitalba Azzollini

Il gioco d’azzardo iniziato con la scintilla che ha portato alla crisi di Governo è sfociato nell’esito tra i più auspicabili. Com’è noto, il Presidente della Repubblica ha conferito a Mario Draghi l’incarico di formare il nuovo esecutivo. Tutto è bene ciò che finisce bene, sperando finisca con Draghi Presidente del Consiglio. Chi ha giocato d’azzardo si è intestato il merito dell’operazione, e i più applaudono alla sua mossa. Del resto, in un Paese ove pochi sono usi fare valutazioni ex ante, tutti gli altri nemmeno ex post riescono a immaginare cosa sarebbe potuto accadere se tutti i pezzi del puzzle non si fossero incastrati com’è poi accaduto.

Ora Draghi è impegnato nelle consultazioni. Piano piano le resistenze dei partiti nei suoi riguardi paiono – più o meno opportunisticamente – sciogliersi come neve al sole. Come può immaginarsi il percorso del Presidente del Consiglio incaricato?
Tra tecnica e politica
Mattarella ha parlato di un Governo di alto profilo, estraneo a logiche politiche. L’intento del Presidente della Repubblica è stato quello di chiedere ai partiti di fare un passo indietro, a favore del “whatever it takes” per mettere in sicurezza il Paese, indirizzando verso un esecutivo che voli alto, come si suol dire. Un esecutivo che – al di là degli interessi partitici, cioè “di parte” – faccia ciò che serve, cioè porti fuori il Paese dalla pandemia e lo avvii alla crescita.

Sotto quest’ultimo profilo, non occorre inventare obiettivi. Basta individuarne alcuni tra quelli elencati nelle Raccomandazioni specifiche per l’Italia adottate, su proposta delle Commissione, dal Consiglio dell’UE nel luglio 2019 e 2020; nella Relazione per paese relativa all’Italia (Country Report), presentata dalla Commissione UE a febbraio 2020; nelle linee guida della Commissione UE entro le quali devono muoversi gli Stati membri nella stesura dei piani nazionali all’interno del programma Next Generation Eu.

Gli esponenti dei partiti, invece, sembrano andare alle consultazioni con la più ampia apertura verso Draghi, ma senza rinunciare proprio a quegli interessi “di parte” che stavolta, volendo usare un gioco di parole, dovevano mettere da parte. Interessi di mera politica, cioè di propaganda. “Politica” è stata una parola ricorrente nelle dichiarazioni ufficiali all’uscita dalle consultazioni, e forse quella più ricorrente anche nel discorso davanti al banchetto fatto da Conte, vale a dire colui il quale aveva voluto centinaia di “tecnici” in task force quando era al Governo.

Insomma i leader, mentre a parole affermano di non porre condizioni, già alla prima tornata di consultazioni manifestano al Presidente incaricato i temi della propria agenda, le proprie “battaglie identitarie”, che nella sostanza altro non sono che condizioni: quelle che poi saranno vantate presso gli elettori. Per non parlare di quanto qualcuno di essi forse non ha ancora detto a Draghi: l’insofferenza, che può diventare vero e proprio veto, a governare con questo o quel partito.

Va dato atto a Italia Viva di non aver messo alcun paletto, dichiarando il proprio appoggio incondizionato a Mario Draghi. Non può non notarsi come i temi a causa dei quali erano avvenute le dimissioni di ministre e sottosegretario – il MES in primis – siano spariti dal discorso di chi li aveva posti come imperativi. Non era questione di nomi – avevano detto – ma di quei temi: evidentemente, è bastato un nome per superarli.

Chi scrive reputa che Draghi abbia già chiaro cosa serva fare e non necessiti dei suggerimenti che emergono dalle consultazioni, come invece chi va da lui sembra (o finge di) ritenere. L’abilità è far sì che in singoli punti del “programma” del nuovo Governo i leader dei partiti riconoscano alcuni dei propri punti, e su quelli vi sia convergenza. A ciascuno il suo. Ed è ciò che pare stia accadendo.
Il Governo “prendere o lasciare”

L’uscita di Salvini dalle consultazioni lo ha reso palese. Il leghista ha espresso piena sintonia con Draghi su esigenze di crescita, sviluppo, taglio alla burocrazia e similari. Come se su queste istanze vi fosse qualcuno in Italia e nel mondo che dissente. Temi quali flat tax, immigrazione, pugni sul tavolo in Europa non sono emersi.

Riemergeranno poi, alla bisogna, a seconda della convenienza. Al momento, tuttavia, per formare il Governo a Draghi basta trovare punti di incontro. Solo in questo modo gli è possibile addensare i consensi di soggetti politici che sono su posizioni opposte. Se poi i leader si intesteranno quei punti come propria vittoria, cioè come marchio del partito, non sarà importante. L’importante è portare a casa il risultato. Draghi non è in competizione con loro.

E se, invece, il Presidente del Consiglio incaricato non riuscirà a superare le condizioni fissate dai politici, che emergeranno in maniera più consistente nella seconda tornata delle consultazioni, quanto meno in termini di “poltrone”, o addirittura di veti, come detto? Cioè se egli non otterrà un’adesione quanto più ampia, come richiesto da Mattarella? È probabile che Draghi metta sul tavolo un Governo “prendere o lasciare”. Mentre tutti gli avranno posto vincoli di vario tipo, lui porrà solo questo. Oggi così come nel prosieguo del Governo, ove si formasse.

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