di Carlo Jean
Molti vorrebbero annacquare le responsabilità del Cremlino nell’aggressione all’Ucraina. Hanno usato vari argomenti per sostenere le loro tesi. Il primo è stato che l’Occidente avrebbe tradito Mosca, promettendole che la Nato non si sarebbe allargata ad Est. Gorbaciov ha fatto cadere nel ridicolo, affermando che nessuna promessa era stata fatta. La seconda scusa era che l’Ucraina costituisse una minaccia per la Russia, per la possibilità di entrare nell’Alleanza. In realtà, era impossibile che vi accedesse, dati gli stretti legami esistenti fra l’Europa e la Russia. Kiev voleva invece far parte dell’Ue. La rivolta Maidan del 2014, che cacciò il filorusso presidente Janukovyč, fu dovuta al fatto che egli avesse accettato di non firmare il patto di ammissione all’Ue, in cambio di un prestito di 15 mld $ da parte di Putin. L’europeizzazione dell’Ucraina avrebbe vanificato i suoi sogni imperiali e forse, soprattutto, avrebbe avuto un effetto di destabilizzazione del suo cleptocratico regime.
Oggi sta prendendo piede l’affermazione che l’intervento russo sia stato motivato dalla volontà di salvaguardare la minoranza russa del Donbass, specie delle due “repubbliche del popolo di Luhansk e di Donetsk”, nate dalla rivolta anti-Kiev scoppiata nel 2014 a seguito della caduta del regime di Janukovyč. In altre parole, l’Ucraina, con i suoi tentativi di riprendere con la forza il controllo delle province secessioniste, se la “sarebbe voluta”, sabotando anche gli accordi Minsk-2, conclusi frettolosamente nel febbraio 2015 soprattutto per pressione del cancelliere tedesco Angela Merkel, preoccupata per la possibilità di un conflitto fra la Russia e l’Ucraina.
A parte il fatto che non si può negare che la Russia abbia aggredito l’Ucraina il 24 febbraio del 2022 e che l’annessione dell’intera Ucraina fosse stata prevista da Putin nel suo saggio del luglio 2021 sull’identità dei popoli russo e ucraino e confermata nella riunione pubblica del Consiglio di Sicurezza russo del 21 febbraio 2022, la veridicità dell’affermazione sulle responsabilità dello scoppio della rivolta secessionista nel Donbass andrebbe verificata in modo analitico sulla base di vari fatti.
Primo: il contenuto di Minsk-2 e i motivi del fallimento del negoziato.
Secondo: se la rivolta del Donbass del 2014-15, continuata sotto forma di conflitto congelato fino al febbraio 2022, sia imputabile prevalentemente a forze locali, oppure se sia stata provocata – e non solo sostenuta e armata – dalla Russia, in contemporaneità con l’annessione della Crimea, nonché l’andamento delle operazioni sul terreno.
Terzo: l’entità delle perdite civili e militari del conflitto fra il governo ucraino e le province secessioniste, tenendo beninteso conto della loro distribuzione temporale. Per ognuno dei punti ricordati occorre che gli analisti riportino anche le fonti da cui hanno tratto le loro considerazioni e, soprattutto, i dati che le sostengono. Senza essi ogni analisi politico-strategica è priva di valore. Tutt’al più può giustificare il “bacione” tanto entusiasticamente inviato da Vauro a Berlusconi in “Non è l’Arena” del 12 febbraio.
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