Anno X - Numero 39
Il tempo degli eventi è diverso dal nostro.
Eugenio Montale

martedì 5 ottobre 2021

Lavoro e natura

Quale micidiale strumento di alienazione e distruzione sia oggi diventato il lavoro è sempre più evidente a tanti. Del resto ogni processo di riconversione degli apparati produttivi in chiave ambientale, insomma qualsiasi “transizione ecologica”, mette sotto sopra le sicurezza di molti lavoratori. Tuttavia la gran parte delle “crisi industriali” sul tavolo di governo e sindacati sono la dimostrazione, prima di tutto, della mancanza di politiche organiche e di lunga prospettiva di trasformazione ecologica e sociale. Per quanto difficile sia da immaginare, i percorsi di conversione ecologica presuppongono l’uscita dal produttivismo e dal consumismo

di Paolo Cacciari

È diventato un modo di dire di molti politici “responsabili”, economisti “realisti” e giornalisti “obiettivi” affermare che la “transizione ecologica” sarà “un bagno di sangue” per le imprese e quindi per l’occupazionale. Lo dicono sfacciatamente per allarmare i ceti sociali più deboli e cercare di metterli contro il processo di cambiamento auspicato anche dalla Commissione europea con il Green Deal, la legge sul clima, il Fit for 55. Ma, se non vogliamo cadere nel loro cinico gioco, sarà bene, da parte nostra, riconoscere che per rientrare nei limiti planetari della sostenibilità molti apparati produttivi inquinanti ed energivori oggi in funzione sono destinati ad andare fuori mercato, se non direttamente fuori legge, perché nocivi alla salute oltre che all’ambiente.
Qualsiasi serio processo di riconversione degli apparati produttivi in chiave ambientale non può non avere come primo obiettivo quello di ridurre drasticamente i prelievi di materie prime e il rilascio nell’ambiente di materiali di scarto non metabolizzabili dai cicli naturali. E non è garantito che tale processo possa avvenire mantenendo un bilancio economico e occupazionale positivo all’interno di ogni singola azienda, gruppo industriale o settore produttivo. La compensazione tra perdite e benefici (una just transition che non penalizzi nessuno) potrà avvenire solo nel contesto di un riassetto complessivo del sistema socioeconomico. Come è stato detto più volte, sarà possibile realizzare una green economy solo nel contesto di una green society. È quindi drammaticamente vero che senza politiche sistemiche e contestuali di riconversione industriale e rifinalizzazione dei sistemi sociali di garanzia e tutela del lavoro potremmo assistere a licenziamenti di massa ed esuberi a danno dei lavoratori meno tutelati.

Il sistema non si può più riparare
Molte delle “crisi industriali” sul tavolo di governo e sindacati sono la dimostrazione della mancanza di politiche organiche e di lunga prospettiva di trasformazione ecologica e sociale. Dovremmo, infatti, mettere in conto che il processo di “sostituzione” delle posizioni di lavoro più obsolete con nuove attività “verdi”, ecosostenibili, non avverrà automaticamente, né con la stessa velocità e per le stesse quantità. Le logiche spontanee di mercato, infatti, non rispondono alle esigenze della sostenibilità, ma solo a quelle dell’incremento esponenziale del valore delle merci immesse sul mercato. Comporre questa divergenza non è una mera questione aritmetica, di spostamento di alcune poste di bilancio da una tecnologia ad un’altra, dalle rendite finanziarie agli ammortizzatori sociali, dai profitti immediati alla preservazione di lunga durata del territorio, ma richiede un cambio dei criteri generali di valutazione del bene comune economico e sociale. Una efficace “transizione ecologica” non potrà scaturire da una impossibile giustapposizione di logiche inconciliabili, dal tracciare una via di mezzo tra l’accumulazione permanente di capitali e una vita decorosa di tutti gli abitanti del pianeta. Non pare esistano più margini di manovra tali da poter aggiustare il sistema economico dominante. Serve una vera rivoluzione del modo di concepire “questa economia [che] uccide” (Bergoglio), dell’idea di ricchezza e di benessere che discrimina e scarta, della politica asservita alla crescita dei rendimenti monetari. Insomma, una nuova forma di civilizzazione mai concepita prima.

È molto probabile che le azioni più efficaci per evitare la rovina ecologica e “guarire il pianeta” siano semplicemente quelle nature base solutions (rinaturalizzazione, afforestazione, rewilding, ecc.) che non richiedono, né grandi investimenti, né pesanti interventi umani, ma, al contrario, un drastico contenimento delle attività antropiche trasformative. Ha scritto Stefano Mancuso: “Eppure la soluzione per diminuire la concentrazione di CO2 esiste ed è semplice: piantare alberi. Non pochi: ne dovremmo piantare mille miliardi. Ma non è davvero un’impresa impossibile. I costi sarebbero irrilevanti rispetto ai benefici” (la Repubblica 23 settembre). È la stessa cosa che hanno scritto gli scienziati su Nature (Internazionale 4 dicembre 2020): riportare allo stato naturale il 15 per cento delle terre oggi compromesse dalle attività antropiche servirebbe a evitare il 60 per cento delle estinzioni previste di specie animali e a catturare centinaia di miliardi di tonnellate di anidride carbonica.

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