di Alberto Volpi
Propongo un sintetico approccio a Le lettere dal carcere attraverso i sei fattori essenziali presenti in ogni atto comunicativo e canonizzati da Roman Jakobson in Linguistica e poetica del 1960 insieme alle sei relative funzioni linguistiche. Fin nella prima parte dell’epistolario di Gramsci si assiste a una stretta interrelazione tra le funzioni comunicative. Vi è preliminarmente l’elemento fatico, che s’interroga sulle difficoltà del contatto e stabilisce quindi le regole della corrispondenza:
Ma non mi sembra possibile che tutte le tue lettere siano andate smarrite; penso allora che ci sia un qualche misterioso provvedimento per cui una parte della mia corrispondenza non mi venga trasmessa. Non sono neanche sicuro, pertanto, che le mie lettere ti giungano; nel caso affermativo, e per ogni evenienza, pensando che nelle tue lettere ci sia stato un sia pure lontano accenno al provvedimento che mi ha colpito, ti prego di evitare tali possibili accenni, anche i più vaghi e indiretti e limitarti alle sole notizie famigliari. (26.2.1927).
Riflettere sugli intoppi della comunicazione conduce inevitabilmente anche alla funzione metalinguistica, ovvero a considerare il codice epistolare. Alla autolimitazione degli argomenti segue poi un’autocensura sui sentimenti. Ciò forse influisce sul netto abbassamento della funzione emotiva, cosicché il mittente-Gramsci si mostra in limitata evidenza:
Vedi, in questo tempo, sapendo con certezza che le mie lettere sarebbero state lette secondo le disposizioni carcerarie, mi è nato una specie di pudore: non oso scrivere intorno a certi sentimenti e se cerco di smorzarli per adeguarmi alla situazione, mi pare di fare il sacrestano. (9.12.1926).
Un altro fattore comunicativo, quello riguardante il destinatario, contribuisce al tono smorzato. È Tania, sorella della moglie sui cui rapporti freddi col detenuto ritorneremo, che va sostenuta e consolata dal confinato: “Spero di averti fatto un po’ sorridere: mi pare che il tuo lungo silenzio debba essere interpretato come una conseguenza di una melanconia e di stanchezza e che fosse proprio necessario farti sorridere.” (15.1.1927). In senso più ampio l’andamento leggero risponde ad una scelta programmatica di filosofia dell’ironia e del distacco:
Oggi, tutto un ciclo di mutamenti si è già svolto, perché sono giunto alla calma decisione di non oppormi a ciò che è necessario e ineluttabile coi mezzi e nei modi di prima, che erano inefficaci o inetti, ma di dominare e controllare, con un certo spirito ironico, il processo in corso. (27.2.1928)
La distanza tuttavia non si fa mai freddezza, bensì volontà conoscitiva animata da calda compartecipazione. Specialmente durante il confino (Ustica dal 7 dicembre 1926 al 20 gennaio 1927) e nella prima fase carceraria vera e propria l’occhio è curioso e vigile, la disposizione d’animo volta a comprendere e a sorprendersi d’un mondo inedito appare assai pronunciata.
Ma non mi sembra possibile che tutte le tue lettere siano andate smarrite; penso allora che ci sia un qualche misterioso provvedimento per cui una parte della mia corrispondenza non mi venga trasmessa. Non sono neanche sicuro, pertanto, che le mie lettere ti giungano; nel caso affermativo, e per ogni evenienza, pensando che nelle tue lettere ci sia stato un sia pure lontano accenno al provvedimento che mi ha colpito, ti prego di evitare tali possibili accenni, anche i più vaghi e indiretti e limitarti alle sole notizie famigliari. (26.2.1927).
Riflettere sugli intoppi della comunicazione conduce inevitabilmente anche alla funzione metalinguistica, ovvero a considerare il codice epistolare. Alla autolimitazione degli argomenti segue poi un’autocensura sui sentimenti. Ciò forse influisce sul netto abbassamento della funzione emotiva, cosicché il mittente-Gramsci si mostra in limitata evidenza:
Vedi, in questo tempo, sapendo con certezza che le mie lettere sarebbero state lette secondo le disposizioni carcerarie, mi è nato una specie di pudore: non oso scrivere intorno a certi sentimenti e se cerco di smorzarli per adeguarmi alla situazione, mi pare di fare il sacrestano. (9.12.1926).
Un altro fattore comunicativo, quello riguardante il destinatario, contribuisce al tono smorzato. È Tania, sorella della moglie sui cui rapporti freddi col detenuto ritorneremo, che va sostenuta e consolata dal confinato: “Spero di averti fatto un po’ sorridere: mi pare che il tuo lungo silenzio debba essere interpretato come una conseguenza di una melanconia e di stanchezza e che fosse proprio necessario farti sorridere.” (15.1.1927). In senso più ampio l’andamento leggero risponde ad una scelta programmatica di filosofia dell’ironia e del distacco:
Oggi, tutto un ciclo di mutamenti si è già svolto, perché sono giunto alla calma decisione di non oppormi a ciò che è necessario e ineluttabile coi mezzi e nei modi di prima, che erano inefficaci o inetti, ma di dominare e controllare, con un certo spirito ironico, il processo in corso. (27.2.1928)
La distanza tuttavia non si fa mai freddezza, bensì volontà conoscitiva animata da calda compartecipazione. Specialmente durante il confino (Ustica dal 7 dicembre 1926 al 20 gennaio 1927) e nella prima fase carceraria vera e propria l’occhio è curioso e vigile, la disposizione d’animo volta a comprendere e a sorprendersi d’un mondo inedito appare assai pronunciata.
Continua la lettura su Zibaldoni
Nessun commento:
Posta un commento