di Fausto Panunzi
Power and Progress (Potere e Progresso) è il titolo dell’ultimo libro di Daron Acemoglu, scritto insieme a Simon Johnson, suo collega del Massachusetts Institute of Technology. Acemoglu è considerato l’economista più produttivo e più citato della sua generazione. Oltre a una vasta produzione accademica ama scrivere libri rivolti al grande pubblico. In questo suo saggio, insieme al suo coautore, affronta una domanda molto importante: siamo sicuri che l’intelligenza artificiale e l’attuale ondata di innovazioni digitali beneficeranno i lavoratori e i cittadini e non solo le imprese? In altre parole, il progresso tecnologico porterà a una prosperità condivisa?
La tesi principale del libro è che il progresso tecnologico può portare a un benessere generalizzato solo se vengono soddisfatte due condizioni. La prima è che le innovazioni aumentino la produttività del lavoro e creino mansioni complementari alle nuove tecnologie. La seconda è che ci siano istituzioni, leggi e norme sociali che permettano ai lavoratori di appropriarsi di una parte del valore aggiunto generato dalle nuove tecnologie.
Nel libro vengono illustrati in dettaglio situazioni e periodi in cui i lavoratori sono stati danneggiati dal progresso tecnico, come nei primi decenni dopo la rivoluzione industriale in Inghilterra, con orari di lavoro estenuanti e condizioni di vita degradanti, o come gli schiavi nelle piantagioni nel sud degli Stati Uniti dopo l’introduzione della sgranatrice del cotone (cotton gin). Tuttavia, ci sono stati nella storia anche esempi di innovazioni, come l’elettricità, che hanno portato a maggiore occupazione e salari più alti, o come durante i “Trente Glorieuses”, i trent’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Secondo gli autori dobbiamo pensare al progresso tecnologico come a un fiume: non ha senso cercare di bloccarlo costruendo dighe, ma è necessario indirizzarlo in direzioni che favoriscano la collettività ed evitino di danneggiare i lavoratori.
Acemoglu e Johnson mettono in guardia contro i visionari del progresso tecnologico che pensano di essere gli unici depositari della verità sul migliore uso delle tecnologie. Il libro si apre con la storia di Ferdinand de Lesseps, l’uomo responsabile della costruzione del canale di Suez. Dopo il grande successo ottenuto in Egitto, de Lesseps si convinse, e convinse autorità e investitori, che era possibile utilizzare la stessa metodologia per la costruzione del canale di Panama. Una decisione che ebbe conseguenze disastrose e comportò un enorme tributo in termini di vite umane perse. I visionari esistono in ogni epoca e sulle loro proposte occorre vigilare e dibattere.
Le conseguenze sulla democrazia
Dal libro emerge un certo pessimismo sulle conseguenze dell’intelligenza artificiale per i lavoratori e per i cittadini. Gli autori non vedono chiari segni di creazione di nuovi lavori e mansioni complementari alle nuove tecnologie che possano sostituire quelli distrutti. Ma sono preoccupati anche per un’altra ragione: l’impatto delle tecnologie digitali sulla solidità delle democrazie. L’uso dei social media per diffondere fake news a fini elettorali è un chiaro esempio di come possano essere utilizzate per scopi distruttivi.
“La democrazia muore nell’oscurità” è il motto del Washington Post. Acemoglu e Johnson aggiungono che la democrazia fa fatica anche quando è esposta alla luce fornita dalle tecnologie digitali. Prima ci hanno illuso che potessero migliorare il coordinamento dei cittadini nel contestare regimi illiberali. Poi abbiamo dovuto prendere atto che possono essere utilizzate dai regimi stessi per identificare i contestatori e reprimere in modo più efficace le rivolte popolari.
La necessità di vigilare
Il messaggio principale che emerge dal libro è di non avere una fiducia cieca nel progresso tecnico, ma di vigilare e intervenire per indirizzarne lo sviluppo. In che modo? A livello macro, con un riequilibrio della tassazione tra capitale e lavoro, attualmente troppo favorevole al primo, con sussidi per le tecnologie worker-friendly e una maggiore regolamentazione, ad esempio sulla proprietà dei dati. A livello micro, con una maggiore voce dei lavoratori all’interno delle imprese.
Molte domande rimangono alla fine del libro. Come possiamo essere sicuri di riconoscere gli sviluppi tecnologici che danneggiano i lavoratori, soprattutto se teniamo conto che questi sono eterogenei e possono avere interessi non concordanti? C’è il rischio che la competizione con altre imprese o altri paesi vanifichi gli sforzi per un progresso tecnologico più favorevole ai lavoratori? Chi garantisce che l’intervento governativo non indirizzi il progresso tecnico solamente verso applicazioni militari o di sorveglianza dei cittadini? Le innovazioni non sono un dono dal cielo, richiedono investimenti per essere ottenute. Le grandi imprese tecnologiche svolgono un ruolo cruciale nel finanziamento della ricerca, compresa quella delle università negli Stati Uniti. Quanto è realistico pensare di indirizzare il progresso tecnologico in una direzione diversa da quella desiderata da queste imprese? Occorre anche intervenire indebolendo i diritti di proprietà intellettuale? Dopo avere letto il libro di Acemoglu e Johnson, il lettore ha più domande che risposte: il miglior segnale che si tratta di un libro interessante.
Fausto Panunzi per Lavoce.info
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