Anno X - Numero 39
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Eugenio Montale

martedì 19 novembre 2019

Cosa significa “Patria” oggi

“Patria” è un concetto squisitamente politico, come homeland. In inglese, quando si ritorna al proprio paese si dice “I come back home” oppure “I come back to my country”. Mentre si parla di Homeland Security, che è un organismo politico. La patria è un concetto ideologico, è un vessillo: si identifica il proprio luogo a uno stato

di Sergio Benvenuto

I termini delle lingue indoeuropee che stanno per “patria” hanno questa particolarità: connettono la propria nazione alla famiglia. La patrie francese, la patria italiana, la Vaterland tedesca, ecc., legano la propria terra di appartenenza alla paternità. In altre lingue la patria è piuttosto connessa alla maternità, come nell’italiana madrepatria. Anche nell’inglese homeland la propria terra è “home”, la casa. Insomma, l’idea stessa di patria è un’amplificazione della famiglia, dell’oíkos come dicevano i Greci.
Malgrado questa quasi-identificazione della patria alla famiglia, molti studiosi pensano che quella che i Greci chiamavano polis, la città, sia un superamento dell’oíkos, della casa o famiglia, un salto di qualità. Anche se il concetto di polis rimanda a un progetto di armonia, di amore fraterno reciproco, come dovrebbe essere in qualsiasi famiglia. Ma le cose non stanno affatto così. Una studiosa francese, Nicole Loraux, ha mostrato che proprio perché il concetto greco di pólis, città, è concepito come una dilatazione della famiglia, la propria pólis è un luogo di conflitto e di guerra civile. I Greci chiamavano stásis la guerra civile. La stásis deriva dal fatto che i rapporti all’interno della pólis sono conflittuali, in questa famiglia ci si combatte.

Da notare che stásis in greco significava “alzarsi in piedi”. Ovvero, la pace civile era come uno starsene comodamente seduti. Ora, era fondamentale per i Greci che ciascun cittadino si schierasse con uno dei due partiti in lotta, che partecipasse insomma alla guerra civile. Se non lo faceva, era punito dalla legge di Solone con l’atimía, ovvero, perdeva i diritti civili. Una volta però che la guerra civile era finita, si proclamava l’amnistía: chiunque avesse partecipato al conflitto non poteva essere più perseguito e punito. Possiamo dire quindi che la vita politica greca era effetto di amnistie.

In un saggio recente chiamato appunto Stasis, il filosofo italiano Giorgio Agamben ha sviluppato la tesi di Loraux, mostrando che la guerra civile, lungi dall’essere un momento di crisi e disfacimento della propria patria, è al contrario un elemento fondamentale della costituzione della polis stessa. Non c’è patria senza guerra civile, senza lotta fratricida. Almeno così era per i Greci, i quali hanno fondato il concetto occidentale di patria come famiglia allargata sempre in tensione conflittuale. Del resto, molto più vicino a noi, colpisce l’importanza che gli americani danno alla civil war, alla guerra di secessione tra 1860 e 1865: invece di essere nascosta come una vergogna nazionale, quella carneficina viene evocata come la seconda fondazione della patria americana, e Abraham Lincoln è celebrato come altro fondatore della patria (del resto, già la guerra di indipendenza americana era stata una sorta di guerra civile). Quindi, la patria va pensata come il risultato di un conflitto – stásis – non meno che la famiglia.

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