di Vincenzo Alfano, Lorenzo Cicatiello, Pietro Maffettone
La cosiddetta questione meridionale, ed il tema del dualismo e delle due velocità del nostro Paese, hanno storia molto antica: basti pensare che a leggere Nitti, politico e studioso del tema di classe 1868, pare di trovarsi di fronte un moderno editoriale su di un giornale italiano.
Si ripete una retorica che vede nei, pur ampi, divari di capacità fiscale nel nostro paese, due diversi ed opposti poli. Questi sarebbero un Meridione stantio, che beneficia di una redistribuzione a cui contribuiscono in maniera netta le viceversa avanzate e prospere regioni del Nord, talvolta raffigurate come stanche di far la carità ad un Mezzogiorno borbonico, cronicamente arretrato, spendaccione ed incapace di auto-sostentarsi. I livelli di spesa primaria per i cittadini italiani sarebbero dunque garantiti come (all’incirca) omogenei solo grazie a questo trasferimento fiscale lungo la direttrice Nord-Sud, una vera e propria autostrada di trasferimenti di risorse pubbliche. L’efficacia di questo tipo di narrativa è sotto gli occhi di tutti.
Senza voler addentrarci troppo a fondo in argomentazioni politologiche di carattere tecnico sul populismo e la retorica secessionista, non sembra peregrino pensare che l’ascesa della Lega di Bossi (e poi di Maroni, ed in parte anche l’ultima di Salvini) e del tema del federalismo fiscale (declinato in vari modi nel corso degli ultimi trent’anni), abbiano come comune punto di appoggio intellettuale una tale visione.
Ora, che l’Italia vanti le regioni tra le venti più ricche dell’Unione Europea, come la Lombardia ed il Veneto, e tra le trenta più povere, come Sicilia e Calabria, è un dato di fatto che i report dell’Eurostat ci ricordano ogni anno. Tuttavia inferire da questo che il Sud sia una zavorra per il Nord, che correrebbe a briglie sciolte se non dovesse farsi carico degli, di volta in volta a seconda della provenienza della narrativa, sfortunati o sfaticati concittadini meridionali, è altra cosa.Tralasciando il fatto che in oltre centocinquant’anni di storia unitaria questa supposta redistribuzione di risorse non è riuscita ad annullare, e nemmeno a ridurre stabilmente, questo gap (che recenti dati confermano essere incrementato a seguito della crisi economica), emergono segnali preoccupanti, che probabilmente sono collegabili alla narrazione di tale storia. Difatti, al di là dei partiti politici che, come abbiamo appena accennato, hanno investito e prosperato su questo cleavage nell’elettorato, è notizia più recente la richiesta di una cosiddetta autonomia rafforzata di alcune delle regioni più ricche, che in buona sostanza chiedono di poter gestire il proprio avanzo fiscale investendolo nei propri confini, piuttosto che redistribuendolo su base nazionale. Si tratta della cosiddetta autonomia differenziata, mirabilmente riassunta nel concetto di secessione dei ricchi (Viesti 2019). Questa narrazione è forse anche alimentata da un mal ideato (e forse peggio attuato) federalismo regionale, che vede nelle regioni attori con capacità decisionale di spesa, ma che beneficiano di trasferimenti dal centro per finanziare questa spesa (Diamanti 2011; Righettini 2011). Non vi è dubbio che una tale discrepanza fra capacità di spendere ed accountability sia foriera di un chiaro problema di moral hazard. E che tale problema, quando evidenziato da casi di mal costume proposti e raccontati dai media a larga diffusione, contribuisca a rafforzare una visione dicotomica a tratti manichea: il Nord come serio, produttivo e fonte delle risorse pubbliche, ed il Sud come luogo dove tali risorse vengono soltanto spese, e spesso in modo errato.
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