Anno X - Numero 39
Il tempo degli eventi è diverso dal nostro.
Eugenio Montale

martedì 14 maggio 2019

I viceré di Torino

Da Carlo a Rodolfo De Benedetti, una dinastia nata inseguendo Sua Maestà Agnelli. Gli anni in Fiat, gli affari, i giornali. Ora, più libero, l’Ing. si scopre guru e immobiliarista. Il primogenenito ha negoziato con Elkann la fusione Stampa-Rep. Gli altri due figli dell'Ingegnere: Edoardo, medico a Ginevra, e Marco che come il padre "sa fare i soldi e li ha pure fatti"

di Michele Masneri

"L’occidente è a una svolta storica: è in gioco la sopravvivenza della democrazia, anche a causa della situazione economica e finanziaria”. Lo ha detto Carlo De Benedetti ad Aldo Cazzullo sul Corriere qualche tempo fa. A quasi ottantadue anni – li compie a novembre – CDB, già grande editore, imprenditore, scalatore, si manifesta dunque nella sua nuova, ultima incarnazione, il profeta alla Nouriel Roubini o Warren Buffett. La nuova versione “global” di CDB si palesa anche in un pensatoio globale che si chiamerà “MacroGeo”, un think tank presieduto dall’Ingegnere che servirà presto i mercati di profezie (non necessariamente di sventura), insieme al direttore di Limes Lucio Caracciolo; pensatoio che non sarà a scopo di lucro. Ma non che l’Ing., diventato “l’oracolo di Ivrea”, abbia perso il gusto degli affari.

Nell’isola di Marbella, dove risiede sempre più spesso, ha messo su infatti un proficuo business immobiliare, con la “Favorita H24”, società di real estate che come ha scritto Franco Bechis su Libero ha acquistato immobili per almeno una ventina di milioni. Pensatore “macro”, investitore “micro”, mente globale e portafogli locale, l’Ing. è dunque vivo, vivissimo, probabilmente felice e alleggerito dell’impero che ha passato da tempo ai figli: tre anni fa donò infatti ai suoi il 100 per cento della scatola di controllo, la Carlo De Benedetti & Figli (oggi Fratelli De Benedetti Spa).

Così se gli eredi di CDB siedono su un conglomerato composto da media, componentistica, sanità, l’Ingegnere può dedicarsi a passioni e scorribande più light, e regna da presidente solo sul gruppo Espresso. Il regno De Benedetti, pura autobiografia del Novecento, origina da qualcosa di più hard, però, nello specifico da tubature. Il vecchio ingegner Rodolfo De Benedetti, padre di Carlo, aveva fondato infatti la Compagnia italiana tubi flessibili metallici che poi diventerà Gilardini; con una storia umana avventurosa, nel ’43 fuggì in Svizzera per le persecuzioni razziali (i De Benedetti sono ebrei, o almeno tendenzialmente ebrei, perché hanno sempre mamme cattoliche), ritornò, riaprì la fabbrica. Come supremo status aveva affittato un appartamento dalla casa viceregnante torinese: si trasferì nella palazzina Agnelli di corso Matteotti, all’epoca corso Oporto, quella di “Vestivamo alla marinara”, nel palazzotto che Truman Capote nel 1969 su Vogue descriveva come “splendore italiano”, tra “il servizio giornaliero di lavanderia, i tasti da premere per convocare all’istante il personale in livrea e le stanze invernali rivestite di velluto ma accese di fioriture estive”.

Un signore esperto di quel condominio racconta di Umberto Agnelli ragazzo che scendeva le scale e andava dal vecchio ingegner De Benedetti esperto di tubi e ingranaggi a chiedergli consiglio su una moto da comprare, indeciso tra due modelli, e lì discussioni di ore dell’anziano guru: “Questa ha i cilindri orizzontali e il raffreddamento ad aria, quest’altra ha una ripresa migliore, e consuma meno”, e dopo ore di discussioni il piccolo Umberto usciva e se le comprava entrambe, le moto.

E in questa duplicità di opzioni motoristiche stava un mondo, mondo di mezzo tra le ricchezze dei De Benedetti e la regalità agnelliana. Molti anni dopo, Umberto, compagno di scuola di Carlo De Benedetti, fu colui che portò il compagno, nel frattempo diventato grande imprenditore – aveva portato la Gilardini da 50 a 1.000 dipendenti – alla Fiat. E lì ci fu un altro climax di questa relazione complicata, coi famosi cento giorni in cui CDB divenne amministratore delegato, coi pieni poteri e soprattutto una quota dell’azienda, il 60 per cento della sua Gilardini in cambio del 5 per cento del Lingotto; il concambio fu considerato scandalosamente favorevole (a lui), ma è anche vero che Gianni Agnelli, “abituato al calciomercato, ragionava più con criteri estetico-passionali che non razionali, insomma prendere un amministratore delegato per la Fiat era come comprare un calciatore della Juve, si fidava del suo istinto”, dice un manager torinese.

“A quei tempi Agnelli era affascinato dall’intraprendenza, dal dinamismo, ma soprattutto dall’immagine di successo del giovane imprenditore”, scrive Giorgio Garuzzo, grande manager, a proposito dell’Ingegnere, nelle sue memorie “Fiat, i segreti di un’epoca” (Fazi editore). De Benedetti aveva allora solo quarantuno anni. Fu talmente efficiente che il suo governo durò appunto da marzo ad agosto, interrotto assai bruscamente. “Ci accorgemmo che stava succedendo qualcosa perché l’Avvocato non era al vernissage della Juventus a Villar Perosa, come ogni anno”, raccontò all’epoca un giovane Ezio Mauro sulla Gazzetta del Popolo di Torino.

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