Anno X - Numero 39
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Eugenio Montale

martedì 14 maggio 2019

Stop demografico: le conseguenze sull’economia

Il World Economic Forum ha presentato nuovi dati su un tema cruciale che riguarda trasversalmente tutto il globo: mentre la popolazione mondiale invecchia a ritmi sempre più sostenuti, il tasso di natalità continua a scendere in molte nazioni. L'invecchiamento massivo della popolazione mondiale  influirà sulla nostra vita

di Michela De Biasio

In accordo con i dati Deutsche Bank, riportati dal Wef, al mondo oggi ci sono più over 65 che under 5, e per contrastare questa tendenza, secondo diversi esperti di demografia, gli Stati avrebbero bisogno di un tasso di fertilità di 2,2 bambini per donna. Diversamente, invece, i tassi di natalità di molte nazioni, come nel caso dell’Italia o degli Stati Uniti, sono scesi sotto il livello di 2.

Un recente rapporto del governo americano ha rilevato che il tasso di natalità negli Stati Uniti è diminuito ancora una volta nel 2017 e che i nuovi nati non sono sufficienti a colmare il divario generato dal tasso di mortalità. Questa tendenza ha scatenato preoccupazioni sul fatto che gli Stati Uniti, così come molte altre nazioni, potrebbero essere diretti verso quella che viene definita come una “bomba demografica ad orologeria”, per cui la popolazione anziana non viene sostituita da un numero sufficiente di nuovi nati, e in visione prospettica di giovani lavoratori.

Secondo John Rowe, professore alla Mailman School of Public Health della Columbia University, questa condizione è dovuta a vari fattori, fra cui il mutamento del ruolo della donna nella società. Le donne si sposano più tardi nella vita, raggiungono dopo l’indipendenza economica e si trovano quindi a poter costruire una famiglia con un ritardo rispetto al passato.

L’anno scorso, l’US Census Bureau ha scritto in un documento che le donne di età compresa tra 25 e 35 che hanno bambini, hanno più difficoltà a ottenere una paga equa rispetto alle donne che partoriscono al di fuori di tale intervallo.

Come riportato da Thisinsider, altri esperti citano come elementi alla base del calo dei tassi di natalità, anche altri fattori economici, quali la recessione del 2008 o i costi elevati dell’istruzione. In un sondaggio del 2018 condotto dal New York Times infatti, gli adulti intervistati hanno detto che, pur desiderando di avere più figli, preferiscono averne pochi, o addirittura nessuno, a causa dell’elevato costo medio annuo dei servizi di childcare, che supera i 10 mila dollari in diversi stati americani.

Per quanto riguarda l’Italia, secondo i dati Istat, nel 2017 sono stati iscritti in anagrafe per nascita 458.151 bambini, oltre 15 mila in meno rispetto al 2016. Nell’arco di 3 anni (dal 2014 al 2017) le nascite sono diminuite di circa 45 mila unitàmentre sono quasi 120 mila in meno rispetto al 2008. La fase di calo della natalità innescata dalla crisi avviatasi nel 2008 sembra quindi aver assunto caratteristiche strutturali.

Un altro dato record è stato poi raggiunto dall’età media della popolazione, che ha superato per la prima volta i 45 anni. Nonostante il numero di immigrati continui ad aumentare, e stia diminuendo il numero di italiani che lasciano il paese, nessuna di queste tendenze sta riuscendo a invertire la rotta del paese verso l’invecchiamento.

In base a quanto riportato da The Local, molti italiani vorrebbero avere due o più figli, ma le difficoltà nel trovare un impiego stabile influirebbero pesantemente sulla loro decisione di non farlo.
Più invecchia la popolazione, meno cresce l’economia

La prospettiva per il futuro è che il 22% della popolazione avrà più di 60 anni entro il 2050. Le conseguenze di questo trend, secondo il parere degli economisti riportato dal WEF, avranno degli impatti ampi su numerose questioni, comprese la produttività, l’inflazione e la crescita globale.

Secondo l’economista Torsten Sløk, Chief International Economist della Deutsche Bank’s, “la questione chiave è se l’economia globale sia in grado di generare una crescita della produttività sufficiente a compensare queste tendenze demografiche”.

Come sostiene l’economista Adam Ozimek, una forza lavoro che invecchia “può colpire l’economia in molti modi diversi”.

Fra questi, ad esempio, l’aumento dei costi e degli investimenti che gli stati dovranno affrontare in cure mediche; le conseguenze economiche derivanti dalla riduzione del numero di persone occupate (e del loro gettito fiscale), nonché della tendenza al risparmio della popolazione anziana.

L’invecchiamento della popolazione potrebbe anche influire sull’economia attraverso il ruolo dei consumatori. È più probabile ad esempio che i clienti più vecchi preferiscano i prodotti di aziende consolidate, rendendo più difficile per i nuovi marchi e prodotti ottenere più appeal.

Inoltre, indirettamente, il calo dei tassi di natalità potrebbe anche avere un impatto su fattori macroeconomici come l’acquisto di case.

Sløk ha citato “la stagnazione secolare”, che è la teoria di Larry Summers a cui questo modello è collegato. In altre parole parliamo di una condizione in cui l’aumento dei risparmi e il rallentamento degli investimenti causano lo stallo della crescita economica.

Inoltre, vi sono anche degli studi sul fatto che la forza lavoro più anziana tende ad essere meno produttiva. Secondo alcuni economisti infatti, questa tendenza all’invecchiamento porterà a una riduzione della produttività generale oltre che della partecipazione alla forza lavoro.
L’impatto sulla crescita

In un recente studio, un team di ricercatori della RAND Corporation ha cercato di studiare il fenomeno confrontando i tassi di crescita in vari stati americani con tassi di invecchiamento diversi.

Secondo la stima dei ricercatori RAND, l’invecchiamento della popolazione sarebbe il principale motivo per cui la crescita economica è stata più lenta della media durante gli anni dal 2010 negli Stati Uniti.

Secondo i risultati dello studio, l’invecchiamento della popolazione rallenterà la crescita annuale americana del PIL in questo decennio di 1,2 punti percentuali.

Un altro studio del Fondo Monetario Internazionale si è concentrato sull’Europa, e anche se ha dato cifre meno pesanti, ha comunque confermato questa tendenza. La ricerca ha rilevato che l‘invecchiamento della forza lavoro probabilmente ridurrà la crescita della produttività nella zona euro di circa 0,2 punti percentuali all’anno nei prossimi 20 anni, il che significa che entro il 2035 le economie europee saranno meno produttive del 4% rispetto al risultato che avrebbero se l’età media della popolazione restasse invariata.

Nonostante questi studi così negativi comunque, non tutti gli economisti sono concordi con l’idea che esista una chiara associazione negativa tra l’invecchiamento della popolazione e una riduzione della crescita.

In un paper del 2017, Daron Acemoglu, economista del Massachusetts Institute of Technology, e Pascual Restrepo, assistente professore presso l’Università di Boston, hanno rilevato che contrariamente alle idee sopra presentate, le relazioni negative tra l’invecchiamento della popolazione e il rallentamento della crescita del PIL pro capite non sarebbero così chiare.

Secondo questo studio infatti il tema deve essere approfondito con più analisi e studi, al fine di indagare ulteriormente il tema.

Anche se non è detta l’ultima parola, resta il fatto che un invecchiamento massivo della popolazione mondiale non potrà non avere conseguenze sulle nostre vite, e su questo andranno studiate politiche e azioni mirate a invertire questa tendenza.