Anno III - Numero 26
Riflettere è considerevolmente laborioso; ecco perché molta gente preferisce giudicare.
José Ortega y Gasset

martedì 27 febbraio 2018

Perché votare il meno peggio favorisce il declino

Il declino in corso lo annunciammo e diagnosticammo nel 2006 e, ad oggi, non sembra vi sia nulla da aggiungere alle analisi svolte in quegli anni: i fatti le hanno confermate. Interrogarsi sulle ragioni strutturali del declino è forse ancora politicamente utile ma intellettualmente ripetitivo. Si finisce per ribollire la medesima minestra. E la noia ha la meglio

di Michele Boldrin

Forse è un commiato e forse no.
Mi son lasciato condizionare per troppo tempo dall'idea secondo cui ogni volta che esprimo un parere sulla situazione politica italiana lo faccio perché "roso dalla frustrazione" che l'esperienza di Fermare il declino mi avrebbe provocato. Non più.

Quell'esperienza e gli avvenimenti dei cinque anni seguenti, invece che frustrazione, mi hanno fatto crescere la consapevolezza che il nostro tentativo - anche se fosse stato più meditato, meglio organizzato e più fortunato - non avrebbe comunque avuto un grande successo perché la (stragrande) maggioranza degli italiani semplicemente vuole l'opposto di quanto consideravamo (e considero) buona politica. Data l'inevitabilità del declino credo sia meglio accettarlo, interrogarsi sulle sue ragioni e provare a vedere quale, fra gli scenari possibili, possa offrire una maggiore probabilità (in un futuro non prossimo) d'inversione di rotta.
Predicar oggi, come abbiamo fatto per anni, di politiche alternative da adottare è un'inutile (e questa sì frustrante) perdita di tempo.

Accettato che il ventennale declino continuerà per svariati anni ancora - non sarà questa stitica ripresa tirata dall'estero e dalla ECB ad invertirlo - esso va ripensato storicamente. Mi appare, oggi, la conseguenza inevitabile del combinarsi dei processi di cambiamento tecnologico e di globalizzazione e della maniera in cui, a partire dalla fine degli anni '60, le elite italiane vi hanno mal-condotto il paese. In questo processo, che durerà longtemps, di riallocazione mondiale di risorse, talenti, tecnologie e produzioni, l'Italia si è candidata (per i fattori fissi che ha scelto far propri) ad essere un produttore di beni e servizi di bassa qualità ed a crescita lenta. L'Italia rimane (per ora) legata alle aree dinamiche del mondo grazie a vincoli politico-commerciali (UE, WTO, BCE) ed alla presenza di alcune zone ancora avanzate e dinamiche - praticamente tutte in un raggio di 100 km dal fiume Po. In conseguenza di questo processo di riallocazione dei fattori di produzione, delle tecnologie e delle persone l'Italia perde il suo capitale umano di maggior talento ed attrae lavoratori con basse qualificazioni, mentre esporta merci/servizi a basso contenuto di capitale umano importando quelle/i ad alto contenuto tecnologico. Poiché questi sono processi di lungo periodo che vengono da lontano e sono governati da fattori strutturali profondi diventa difficile immaginare che si interrompano nei prossimi anni senza una svolta radicale, davvero radicale, nelle politiche, nelle istituzioni e nella cultura che gli abitanti del paese condividono. Niente di tutto questo sembra essere oggi nelle carte in mano agli italiani.

Che così sia è il più rilevante e duraturo lascito intellettuale di questo blog - che stiamo per chiudere anche ufficialmente proprio perché i fatti, confermandone le analisi, l'hanno reso ridondante. Il declino in corso lo annunciammo e diagnosticammo nel 2006 e, ad oggi, non mi pare vi sia nulla da aggiungere alle analisi svolte in quegli anni: i fatti le hanno confermate quasi con cattiveria e noi non faremmo altro che ripeterci, come ho fatto io nelle righe precedenti. Interrogarsi sulle ragioni strutturali del declino è forse ancora politicamente utile ma intellettualmente ripetitivo. Si finisce per ribollire la medesima minestra: magari aggiungendo qualche dato nuovo - il sistema educativo sta peggiorando ancora - o sottolineando l'aggravarsi d'una distorsione - il furto intergenerazionale è oramai un'ignominia storica - o ricordando che temi di cui più non si parla son diventati ancor più gravi - come la questione romana e meridionale, ovvero l'esistenza di un 40% del paese che da mezzo secolo vive sulle spalle fiscali del resto e che, così facendo, ammazza la vacca del cui latte si nutre. Ma, intellettualmente parlando, nulla si dice di nuovo. E la noia ha la meglio.

Fatta salva una cosa: per quanto io continui a pensare che quanto sta avvenendo sia il frutto di scelte compiute da quelle elite che prima han fatto l'Italia e poi han lasciato al PNF il compito di fare gli italiani, è nella cultura condivisa che son piantate le radici del declino. Da questo punto di vista non c'è alcuna differenza fra Grasso, Renzi, BS, Salvini e Casaleggio Associati. Chiedono tutti la stessa luna nel pozzo seppur con tonalità distinte: nessuna riforma delle regole di funzionamento dell'apparato statale, aumento della spesa pubblica, aumento del controllo amministrativo e burocratico su economia e società, riduzioni fiscali ai gruppi sociali di riferimento finanziate da ulteriore debito, minor compliance con le regole comunitarie, riduzione dell'apertura commerciale con l'estero, barriere all'immigrazione, maggiori pensioni ... il tutto condito da musichette patriottiche sull'eccezionalità nazionale. Tutto questo non succede per caso: succede perché la stragrande maggioranza degli italiani è convinta che queste, non altre, siano le politiche giuste. L'omogeneità culturale è ben superiore di quella politica ed è quasi asfissiante. Il problema è culturale, prima che politico.

Piaccia o meno, da almeno un secolo gli italiani si sono convinti d'essere un popolo speciale. Prima non erano italiani, poi durante il Risorgimento e le prime fasi unitarie erano indecisi, si stavano facendo come disse quell'altro ... poi arrivo la prima guerra e con essa Benito, che fece gli italiani, "culturalmente" parlando. Gli italiani si fecero, o vennero fatti, attorno all'idea di essere gli unici e naturali eredi del mondo classico e rinascimentale, fonti di tutto quanto c'è di buono nella civiltà occidentale. E della cristianità (o cattolicità se volete, ma a molti questa differenza sfugge) perché il papa a Roma sta ... No, non sono banalità: la profonda convinzione che il nostro sia il miglior modo possibile di vivere e che esso dipenda strettamente dalla preservazione della nostra "italianità" e dal ruolo che lo Stato esercita per preservarla - dall'Alitalia ai programmi scolastici, dal pesto ai negozi con riposo infrasettimanale, sino a Sanremo, ai medici solo di pelle bianca e ad Italo, meglio morto che di proprietà d'un fondo USA - tale convinzione accomuna l'elettore di Grasso a quello della Meloni, passando per tutti gli altri nel mezzo. Da questo punto di vista, se ci pensate, il partito della Casaleggio Associati non è per nulla eccezionale: esso è una sintesi che raccoglie in se tutte queste comuni credenze. La Casaleggio Associati, in una storica operazione di marketing condotta non per caso da un comico, ha costruito il partito straitaliano. Per questo, anticipando il finale, credo necessario vincano.

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