Anno III - Numero 44
Un diplomatico è una persona che riflette due volte prima di non dire nulla.
Frédéric Sawyer

martedì 27 febbraio 2018

Stress Test alle promesse

Analisi dei piani economici dei partiti. Ecco come reagirebbero a uno choc esterno

di Nicola Rossi

Carlo Cottarelli e il suo Osservatorio sui Conti Pubblici hanno fatto un'opera meritoria chiedendo alle forze politiche in campo per la campagna elettorale di rendere noto nei dettagli il contesto di finanza pubblica entro il quale si collocano le loro proposte. Costringere le forze politiche a tenere esplicitamente conto delle compatibilità macroeconomiche consente (ma, sia chiaro, non garantisce) un dibattito elettorale meno stravagante e fantasioso di quello al quale spesso assistiamo. E qualora le risposte non arrivassero l'informazione implicita relativa alla serietà delle intenzioni non sarebbe per gli elettori meno importante.

Il limite dell'esercizio sta, naturalmente, nella libertà lasciata alle singole forze politiche di immaginare gli scenari macroeconomici all'interno dei quali si collocano le tendenze di finanza pubblica più diversi con il rischio di trasferire l'ottimismo e la generosità che solitamente pervadono i programmi elettorali nella definizione di scenari di crescita altrettanto ottimisti e generosi (ma anche altrettanto implausibili). Così come non è particolarmente informativo cercare una qualche coerenza fra i programmi elettorali e gli obiettivi macroeconomici indicati dai singoli partiti (senza eccezioni).
Serve solo, infatti, a concludere che quella coerenza come è facilmente prevedibile semplicemente non esiste o esiste solo in presenza di altamente improbabili congiunzioni astrali. O, molto più probabilmente, ci verrà imposta dall'esterno fin dalla mattina del 5 marzo. Il che si deve ammettere non aggiunge o toglie molto alla nostra immagine della classe politica o alla nostra idea delle campagne elettorali.

Quel che ai cittadini e agli elettori interessa o dovrebbe interessare non è tanto, in altre parole, capire se e in quale misura gli obiettivi delle diverse forze politiche sono conseguibili. L'esperienza ci dice che lo sono e lo saranno, nella migliore delle ipotesi, solo in parte. E del resto la valenza dei programmi più che puntuale è segnaletica. Più che quel che potrebbe accadere ci parlano di quel che probabilmente non accadrà. Ciò che veramente dovrebbe interessarci è quindi un esperimento diverso: supponendo che gli obiettivi delle diverse forze politiche fossero conseguibili (e quindi facendo lo sforzo di prenderle, per una volta, sul serio), lo sarebbero anche e in quale misura in condizioni più avverse rispetto a quelle ipotizzate? In altre parole, non ci interessa solo conoscere il grado di ambizione presente in ogni programma elettorale. Sappiamo che è comunque eccessivo. Quel che ci interessa è anche, se non soprattutto, il grado di prudenza che li caratterizza. Veniamo da una crisi profonda che ha diffuso insicurezza in tutti gli strati sociali. Ci fa piacere che le diverse forze politiche ci indichino "le magnifiche sorti e progressive" che avremmo davanti ma, per rimanere alla terminologia di questi ultimi anni, vorremmo anche vedere uno stress test applicato ai diversi programmi. In soldoni, se le forze politiche mantenessero in qualche maniera i loro impegni ma le cose intorno a noi non andassero come previsto, che probabilità ci sarebbe di finire in un fosso? Sapendo bene che, se per caso non li mantenessero, ci finiremmo con certezza o quasi.

Senza necessariamente scomodare i venti di protezionismo che soffiano a giorni alterni, gli indicatori più fondati assegnano alla probabilità che l'economia statunitense entri in recessione entro il 2018 un valore pari al 10-15 per cento. Valore che supera il 20 per cento se si va al 2019. Detto in altre parole (e per quel che valgono questo tipo di proiezioni), una recessione in America entro il prossimo biennio è a oggi implausibile ma tutt'altro che impossibile. Dal momento che i legami commerciali fra l'Europa e gli Stati Uniti non sono solo molto stretti ma sono andati crescendo nel tempo, ogni pausa dell'economia statunitense si tradurrebbe in breve tempo in un rallentamento anche significativo dell'economia dell'Eurozona. E se, per caso, una recessione non una nuova crisi finanziaria, sia chiaro avvenisse che ne sarebbe degli obbiettivi di finanza pubblica oggi indicati? Ci troveremmo per caso con le spalle al muro?

Concentriamoci per il momento sui programmi delle tre maggiori forze politiche (Movimento 5 stelle, Partito democratico, Forza Italia) scusandoci con le altre. Per cercare di capire, dunque, quali incognite abbiamo davanti abbiamo in primo luogo collocato le indicazioni fornite dalle stesse forze politiche all'interno di un quadro macroeconomico comune, ipotizzando quindi in tutti i casi una dinamica della congiuntura economica significativamente meno ottimistica di quella prevalente nella gran parte dei programmi e in particolare quella già presente nella più recente Nota di Aggiornamento al Documento di economia e finanza. Quest'ultima è, in buona sostanza, sintetizzabile in due grandezze: un tasso di crescita del prodotto interno lordo non superiore nella prossima legislatura all'1,5 per cento e un tasso di inflazione molto vicino nel 2019 al 2 per cento e successivamente più o meno fermo su quel livello. Un quadro macreconomico, si noti, di per sé già coerente in presenza di una politica economica rigorosa con il profilo temporale del rapporto fra debito e prodotto previsto dal Fiscal compact.

E' lecito che ogni forza politica immagini che le sue iniziative possano avere conseguenze importanti sui ritmi di crescita del paese ma, dopo aver ricordato che i nostri tassi di crescita sono in larga misura determinati oltre confine, la prima cosa da fare è provare a fare a meno di questo legittimo "ottimismo della volontà (politica)". Abbiamo inoltre sfrondato le diverse proposte dei loro elementi più aleatori: il recupero di gettito evaso, per esempio, ma anche gli introiti da privatizzazioni che tutti, in qualche forma, ipotizzano se superiori a quelli immaginati nella Nota di Aggiornamento (pari, euro più euro meno, a 5 miliardi all'anno). Abbiamo poi ipotizzato una inversione di rotta della politica monetaria nel 2019 in grado di determinare un lento (data la maturità media del debito italiano) incremento dell'onere per il servizio del debito. Abbiamo infine cercato di tenere presenti per quanto possibile le valutazioni dei costi dei diversi programmi elettorali comparse negli ultimi giorni sulla stampa. Tenendo conto delle indicazioni delle diverse forze politiche relative all'avanzo primario, ciò ci ha permesso di concentrare l'attenzione sulla variabile cruciale: l'andamento del rapporto fra debito e prodotto.

Nicola Rossi per l'Istituto Bruno Leoni
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