di Laurie Penny
Il concetto di un’imminente catastrofe ha fatto parte dell’inconscio collettivo dai tempi in cui ne abbiamo uno. Dal giorno della fine del mondo secondo il calendario maya all’epopea di Gilgamesh, dal diluvio universale nella Genesi all’Apocalisse di Giovanni, gli esseri umani sono da sempre perseguitati dall’idea della fine. Ultimamente è stato il tema centrale dell’intrattenimento popolare. Cresciuti con la minaccia del riscaldamento globale, tra le grinfie di una crisi finanziaria, stavamo lì seduti, stupefatti ed esausti, a guardare sullo schermo la nostra civiltà estinguersi a ripetizione. L’alba del giorno dopo, Benvenuti a Zombieland, The walking dead, The road (dal romanzo di Cormac McCarthy), I figli degli uomini, il videogioco The last of us. Sempre la stessa storia, a metà tra la realizzazione di un desiderio e la messa in scena di un trauma, ci abituava all’idea che il futuro fosse stato cancellato, che presto tutto sarebbe crollato, e che non sarebbe rimasto più nulla e non avremmo potuto fare niente a riguardo.
Fin da quando ero una bambina ho tenuto una lista privata di tutte le cose che mi sarebbero mancate di più se il mondo fosse finito, così da essere sicura di godermele il più possibile. Docce calde. Cazzeggiare per negozi. Banane (non prevedevo di sopravvivere in un paese in cui crescevano le banane). In realtà non prevedevo affatto di sopravvivere. Sono una creatura minuta e sensibile, la mia unica speranza era che mia sorella, alta e corpulenta, mi caricasse in spalla e facesse fuori i cattivi con una mano sola. Presupponevo che saremmo state insieme, non bloccate in due continenti diversi. Buffo, come sono andate le cose.
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