Anno X - Numero 39
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Eugenio Montale

martedì 17 marzo 2020

Troppo bravi per lavorare

L'Italia ha uno dei tassi più alti in Europa di persone over-skilled, ovvero con una formazione superiore al lavoro che fanno. E a soffrire le storture del mercato sono soprattutto le donne

di Samuele Cafasso 

Valeria Valentini ha 37 anni, tre figli, un marito bello e premuroso, una laurea quinquennale in chimica nel cassetto e un piccolo rimpianto. Nel 2004, finita l’Università, le era stato proposto un contratto a Dresda per un progetto di ricerca, un reddito da 2.500 euro al mese e la prospettiva di continuare a lavorare nel campo in cui aveva studiato. «Sarei andata, ma il mio futuro marito, Daniele, non mi avrebbe potuto seguire. E poi nel frattempo ho vinto il concorso per ispettore Asl, posto pubblico. Trentasei ore di lavoro settimanali, un reddito che si aggira sui 1.600-1.800 euro al mese. Sono contenta, mi piace la vita e il lavoro che faccio, ho un po’ di tempo per i miei bambini. Ma è vero: non è quello per cui ho studiato, per il lavoro che faccio mi bastava il diploma di laurea».
E a Genova, dove Valeria vive e ha famiglia, trovare oggi un posto più in linea con i suoi studi non è facile: «Mi aveva contattato una ditta farmaceutica, appena laureata. Mi davano 700 euro per sei mesi, al colloquio invece di chiedermi quello che sapevo fare mi hanno domandato se sarei venuta al lavoro anche quando avevo le mestruazioni. Ho rinunciato, ora quella ditta ho saputo che è fallita».

I numeri dei “troppo formati”
Che fine fanno i sogni e le ambizioni dei giovani italiani usciti dalle università? Che vita fa chi decide di restare? Si parla molto di fuga dei cervelli, di chi ha scelto di prendere la valigia per seguire le sue aspirazioni in un altro Paese. Molto poco, invece, di chi resta, per scelta o per necessità, e viene considerato fortunato perché un lavoro, comunque, l’ha trovato, anche se non è quello per cui ha studiato. Stretti tra disoccupati ed espatriati, gli “over-skilled” italiani, i “troppo formati”, sono un popolo in gran parte ignorato. Non sono un’emergenza, non trovano spazio sui giornali. Ma sono figli di un’Italia che spreca anno dopo anno le sue migliori energie in occupazioni di routine, a volte squalificanti, spesso mal pagate.

Secondo l’ultima ricerca Isfol, ente nazionale di ricerca sottoposto alla vigilanza del ministero del Lavoro, il 35,6% dei laureati ritiene di avere una formazione più alta di quella necessaria per svolgere i compiti che gli sono assegnati. Il dato, ovviamente, può risentire di una sovrastima delle proprie capacità. Ma se guardiamo a parametri più oggettivi – esiste un parametro “Isco-based” che verifica la corrispondenza tra titolo di studio e professione – rimane comunque un 20,9% di over-skilled. Peggio fanno solo greci, lituani, spagnoli, portoghesi e irlandesi.

Nella fascia 25-34 anni, questo dato cresce al 30,4% contro il 26,2% dei francesi, il 26,5% dei britannici, il 17,8% dei tedeschi. Ma l’Italia, tra i Paesi Ocse, ha anche il tasso più basso di laureati nella fascia 25-34 anni, il 34%: ci sono insomma pochi laureati e quei pochi sono più insoddisfatti dei loro colleghi stranieri delle opportunità che i loro studi hanno aperto loro. Un problema che affligge soprattutto le donne: il tasso di occupazione femminile nel nostro Paese è del 46,8% contro una media dell’Ue a 28 Paesi del 59,5%.

Le rinunce delle donne
Ma quello che le statistiche fanno più difficoltà a fotografare sono le rinunce a cui le donne sono costrette. È la storia di Simona Gay, 38 anni, laureata in fisica a pieni voti nel 2002 (un anno fuori corso) e oggi, dopo molti cambi di lavoro, co.co.co. all’Istituto di tumori di Milano, dove segue due studi clinici con mansioni più organizzative che scientifiche, con un impegno di 20 ore a settimana e un salario intorno ai mille euro. «Il mio primo lavoro – racconta – era all’ospedale San Gerardo di Monza. Cercavano un fisico, ma ben presto mi sono accorta che, nella pratica, non avrei svolto compiti in linea con quanto avevo studiato». L’anno dopo, così, Simona vince un assegno di ricerca e un dottorato e intraprende la carriera scientifica. Si sposa, ha una bambina. Dovrebbe essere possibile continuare a studiare per il dottorato e nel frattempo occuparsi della figlia, ma non è così. «All’epoca era prevista solo la maternità obbligatoria, quella facoltativa non era concessa. Non avevo flessibilità di orari, la professoressa con cui lavoravo non aveva famiglia, lavorava 12 ore al giorno e si aspettava che anche gli altri facessero lo stesso».

Simona, così, lascia a un passo dal dottorato per un altro lavoro in un’azienda biomedicale. Inizia una lunga battaglia, sempre nel tentativo di tenere assieme lavoro e vita privata, nel frattempo ha altri due bambini. «All’inizio c’erano posti che mi erano preclusi perché avevo già una bambina e a loro dire non garantivo di potermi dedicarmi, come altri giovani (perché ai tempi ero giovane anche io) a quei tipi di lavori. Così ho iniziato a ricoprire ruoli formalmente più adatti a una madre, perché per esempio non viaggiavo molto, ma erano richiesti orari impossibili (certo, molte più delle 7 ore e 30 del contratto chimico farmaceutico) e costante focus sulle attività, non esisteva non leggere le e-mail in vacanza o essere pronta nel weekend a affrontare richieste estemporanee, ed in altri ancora erano di più i soldi che spendevo per asilo nido e baby sitter di quello che guadagnavo». Oggi, ha trovato un suo equilibrio. È contenta di quello che fa, ma ha dovuto scegliere tra vita privata e lavoro, sacrificando la carriera nonostante, nel frattempo, abbia preso due master per qualificarsi ulteriormente e adattarsi a nuovi incarichi.

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