Anno X - Numero 39
Il tempo degli eventi è diverso dal nostro.
Eugenio Montale

martedì 10 marzo 2020

Le deroghe sono droghe

Che i genovesi possano riavere il loro ponte è una bella notizia per Genova e per l’Italia: è anche la conferma che, quando vogliamo, le cose le sappiamo e possiamo farle. Ma sarebbe sbagliato dedurne conclusioni troppo ampie

di Carlo Stagnaro

Si può davvero parlare di "modello Genova"? Il crollo del Ponte Morandi sembra avere risvegliato l'orgoglio di una città che stava scivolando in un declino economico, demografico e sociale. Invece, contro le aspettative dei più, pare che il nuovo ponte verrà consegnato nei tempi previsti (20 giugno 2020, meno di due anni dopo quel tragico 14 agosto). I genovesi non possono che dirsi orgogliosi del lavoro svolto dal commissario per la ricostruzione, il sindaco Marco Bucci, e dalle imprese coinvolte. Nulla di tutto questo, però, sarebbe stato possibile senza l'immensa lacerazione nel diritto aperta dal Decreto Genova, che ha assegnato alla gestione commissariale poteri senza precedenti, mettendola nella condizione di operare in deroga non solo al codice degli appalti, ma addirittura a tutte le norme extrapenali.
Il Commissario ha avuto da subito a disposizione le risorse di cui aveva bisogno (che sono state versate da Autostrade), ha affidato direttamente i lavori, ha ottenuto le autorizzazioni rapidamente e senza troppe storie. Inoltre, la pressione sociale e il senso di responsabilità hanno convinto le aziende escluse ad evitare i ricorsi. Insomma: le condizioni nelle quali procede la ricostruzione del viadotto sul Polcevera sono uniche e irripetibili – e, da un certo punto di vista, per fortuna.

L’entusiasmo di questi giorni è figli di una sorta di illusione ottica: dopo aver seppellito, anno dopo anno, qualunque iniziativa imprenditoriale sotto tonnellate di adempimenti, improvvisamente scopriamo che, liberate dai vincoli delle carte ministeriali, le imprese lavorano meglio. Ci sono almeno tre “però”. Primo: tra una burocrazia di stampo sovietico e l’assoluta discrezionalità del despota orientale c’è quel giusto mezzo che normalmente chiamiamo “civiltà occidentale”. Ci sono procedure, garanzie e meccanismi di trasparenza. Anziché oscillare tra Mosca e Pechino, dovremmo prendere appunti da Berlino o Londra. Questo include anche l’utilizzo delle gare anziché degli affidamenti diretti (che pure hanno consentito di velocizzare l’iter nel capoluogo ligure): la concorrenza non serve solo a garantire un eguale trattamento tra le imprese, ma soprattutto agisce da tutela dei contribuenti che, in ultima analisi, finanziano le opere pubbliche col gettito delle proprie tasse. Secondo: l’esercizio arbitrario del potere va sovente a braccetto con la corruzione, come ha più volte indicato Raffaele Cantone. Non è il caso di Genova, ma nel passato vasti episodi corruttivi si sono accompagnati proprio ai regimi di deroga concessi per accelerare i tempi (ad esempio, l’Expo di Milano e la ricostruzione post-sisma in Abruzzo). Terzo: anche ammesso che la teoria abbia un fondamento, di fatto abbracciarla significherebbe incardinare nell’ordinamento la più odiosa delle diseguaglianze. Cioè quella tra le opere (e le imprese) di serie A, a cui non si applica alcuna regola o controllo, e quelle di serie B, condannate ai gironi infernali degli uffici pubblici, dei Tar, dello spazzacorrotti, dei sequestri preventivi, della sospensione della prescrizione e via discorrendo.

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