La pandemia di Covid-19 e gli strumenti, a volte irrazionali, che la nostra mente usa per valutare i pericoli
di Giancarlo Sturloni*
Davvero dobbiamo preoccuparci così tanto per la pandemia di Covid-19? In questi giorni convulsi, molti di voi si saranno fatti la stessa domanda. In fondo, il mondo è pieno di rischi: dallo smog che soffoca le nostre città al riscaldamento globale, dagli incidenti sul lavoro allo spettro della recessione economica.
È un dilemma ricorrente: ogni volta che cerchiamo di valutare l’entità di un rischio, niente sembra seguire le logiche della razionalità e dei calcoli probabilistici. Le persone, lamentano gli esperti, si preoccupano sempre delle cose sbagliate. E c’è un fondo di verità: spesso la percezione pubblica dei rischi non rispecchia le valutazioni tecniche che, seppure non possano dirsi infallibili, possono almeno sorreggersi alle statistiche. Ma di solito tutto questo ha più a che fare con la natura della mente umana che con la presunta irrazionalità dei non esperti.
Oggi abbiamo un’idea piuttosto chiara su come si formano i nostri giudizi sui rischi. A partire dagli anni Ottanta, infatti, nel tentativo di comprendere perché alcune tecnologie come il nucleare o l’ingegneria genetica trovassero tanta ostilità nell’opinione pubblica, si è sviluppato un corpus di studi multidisciplinari raggruppati sotto l’etichetta della “percezione del rischio”. Grazie a questi studi si è compreso che il modo con cui percepiamo i rischi – che costituisce un presupposto per la loro accettabilità – è influenzato da un pluralità di fattori psicologici, etici e culturali.
L’approccio psicometrico, in particolare, ha misurato l’influenza dei diversi fattori cognitivi a cui attingiamo per formulare i nostri giudizi sul rischio. Si è così scoperto che l’accettabilità di un rischio non dipende solo dalla gravità della minaccia ma anche da altri elementi in grado di influenzare la percezione dei pericoli. Ne sono un esempio la volontarietà o meno all’esposizione, l’equità nella distribuzione fra rischi e benefici, la famigliarità con il pericolo, l’incertezza sulle possibili conseguenze, la reversibilità o l’irreversibilità del danno, la fiducia accordata alle istituzioni deputate alla gestione del rischio, e molti altri ancora.
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* Giancarlo Sturloni è un giornalista scientifico e un esperto di comunicazione del rischio. È autore di diversi saggi tra cui “La comunicazione del rischio per la salute e per l’ambiente” (Mondadori Università, 2018) e “Il Pianeta tossico” (Piano B, 2014).
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