Anno X - Numero 39
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Eugenio Montale

martedì 24 marzo 2020

Il lavoro autonomo non è più quello di una volta

In Italia la percentuale di lavoratori autonomi è sempre stata al di sopra della media europea. Ma negli ultimi anni il loro numero è sceso significativamente, in particolare in alcune categorie. Un fenomeno che ha riflessi economici, sociali e urbanistici. Un fenomeno iniziato negli anni Novanta

di Nicolò Bertoncello e Andrea Garnero

L’epidemia in corso costringe l’Italia a fermarsi o per lo meno a rallentare notevolmente il ritmo. Questo avrà un impatto economico enorme, in particolare per quelle professioni che non possono svolgersi con un computer da casa ma che non danno nemmeno accesso alla cassa integrazione o ai sussidi di disoccupazione: non si tratta di lavoratori dipendenti, ma nemmeno di grandi imprese industriali. La crisi rischia di essere, quindi, particolarmente dura per gli esercizi commerciali e i piccoli autonomi accelerando un declino in corso da anni.

Nonostante sia passato quasi del tutto inosservato, infatti, si tratta di un fatto non secondario per un paese in cui la percentuale di lavoratori autonomi è sempre stata al di sopra della media europea. Il record negativo di dicembre è il punto di arrivo di un trend discendente cominciato a inizio anni Novanta, che inizialmente riguardava soprattutto il Mezzogiorno e che si è poi accentuato ed esteso a tutto il territorio nazionale con la crisi economica globale. Solo dal 2008 al 2019 gli indipendenti sono diminuiti dell’8,5 per cento (contro un incremento dei dipendenti del 4,4 per cento).

Ma non si diceva che nel futuro le relazioni di lavoro subordinato erano destinate a scomparire a favore degli “imprenditori di se stessi”, che fossero professionisti super qualificati o fattorini con partita Iva? Per il momento i dati dicono l’esatto opposto. Evidentemente le figure che attirano l’attenzione mediatica non sono sufficienti a compensare la flessione di lavoratori autonomi “tradizionali”, come commercianti e artigiani.

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