di Bruno Saetta
Lo Stato ha l’obbligo di tutelare la collettività intera, quindi di interrompere la catena del contagio, e nel contempo anche di salvaguardare la salute dei singoli individui. In Italia il diritto alla salute è riconosciuto, dagli articoli 2 e 32 della Costituzione, come diritto fondamentale sia per i singoli che per la collettività. Per cui altri diritti possono essere compressi (ma non annullati) in situazioni di emergenza, come quella attuale.
La tecnologia entra in campo
Uno dei casi più interessanti, sotto questo profilo, è dato dalla Corea del Sud (Singapore è un caso simile).
La Corea del Sud è passata in pochi giorni da qualche decina di infetti a decine di migliaia. Il focolaio di coronavirus è stato per lo più la conseguenza del comportamento incosciente del cosiddetto “paziente 31”, un membro di una chiesa locale (Shincheonji) che avrebbe portato ad infettare quasi 5.000 persone (di cui 29 morte). Il governo di Seul ha presentato denuncia formale di omicidio verso la congregazione religiosa, il cui leader si è prostrato in diretta per presentare le sue formali scuse.
La situazione nella città di Daegu (popolazione 2,5 milioni di persone) è diventata, quindi, insostenibile e le autorità hanno dovuto prendere provvedimenti rapidi e efficaci per contenere un contagio che avrebbe potuto diventare inarrestabile, con conseguenze devastanti sulla salute collettiva, ma anche sull’economia del paese. Da quel momento il presidente coreano ha dichiarato guerra al virus, una guerra a colpi di tecnologia.
La sorveglianza delle malattie infettive non è certo una novità. Praticamente tutti gli Stati hanno obblighi di comunicazione a carico degli operatori sanitari. Il problema è che per la raccolta e l’analisi dei dati occorrono tempo e strumenti adeguati. La Cina è un paese altamente tecnologizzato e ampiamente sorvegliato, quindi ha fatto ricorso ai Big Data per tracciare i cittadini in quarantena. Negli Usa i dati sono per lo più nelle mani delle grandi aziende. Mentre in Europa, oltre al problema che i dati li hanno le grandi aziende (i gestori di telefonia, e le aziende del web che sono per lo più americane) i timori per l'invasività degli strumenti di tracciamento ne frenano l’utilizzo.
La Cina ha applicato misure draconiane, quali il blocco di intere città, il controllo rigoroso della diffusione delle informazioni, la sorveglianza degli individui, obbligati ad usare una App di tracciamento con condivisione dei dati con la polizia e registrazione per prendere i mezzi pubblici.
La Corea del Sud, invece, ha adottato una politica soft di contenimento volontario, con capillare diffusione delle informazioni verso i cittadini. Il sistema si basa sul progetto già avviato di Smart City del governo centrale, ed è sviluppato di concerto tra vari ministeri (Interni, Scienza, Telecomunicazioni, Infrastrutture e Trasporti) e i Centri di controllo e prevenzione delle malattie infettive (Kcdc). La tecnologia era presente, e i cittadini fanno ampio uso di smartphone (stima 95% della popolazione). Sfruttando tale situazione peculiare (che non sempre si trova in Europa) il governo ha potuto avviare la raccolta di una quantità enorme di dati, provenienti dai database governativi e non solo. Soprattutto, la legge coreana (modificata dopo l’epidemia di MERS del 2015) consente alle autorità di accedere ai dati delle telecamere, a quelli di tracciamento tramite Gps da telefoni e automobili, alle transazioni con carta di credito e altri dati personali per finalità di controllo delle malattie infettive (c’è quindi una specifica base giuridica). L’accesso a questi dati da parte degli operatori sanitari deve comunque essere autorizzato dalle autorità di polizia, ma le modifiche più recenti (dal 16 marzo 2020) consentono l’accesso diretto delle autorità sanitarie.
Il sistema coreano prevede un sito web nel quale confluiscono le informazioni da diffondere al pubblico. Su questo sito si trovano tutte le informazioni utili, compreso le statistiche sui contagi, i decessi, i guariti, e ovviamente tutti i consigli di igiene. Ma anche l’indicazione, in certi casi fin troppo dettagliata, degli spostamenti delle persone contagiate. A questo sito si affiancano messaggi via smartphone (sms) che segnalano ogni nuovo caso di coronavirus nella zona. I messaggi identificano i luoghi e il momento in cui si trovava una persona infetta (senza indicare nomi ovviamente), e sollecitano chiunque abbia incrociato il suo percorso a sottoporsi ai test diagnostici. I Kcdc tengono conferenze televisive quotidiane nelle quali offrono anche consigli di igiene personali, e tutto ciò viene diffuso costantemente sui mezzi di trasposto e nelle stazioni.
Uno dei casi più interessanti, sotto questo profilo, è dato dalla Corea del Sud (Singapore è un caso simile).
La Corea del Sud è passata in pochi giorni da qualche decina di infetti a decine di migliaia. Il focolaio di coronavirus è stato per lo più la conseguenza del comportamento incosciente del cosiddetto “paziente 31”, un membro di una chiesa locale (Shincheonji) che avrebbe portato ad infettare quasi 5.000 persone (di cui 29 morte). Il governo di Seul ha presentato denuncia formale di omicidio verso la congregazione religiosa, il cui leader si è prostrato in diretta per presentare le sue formali scuse.
La situazione nella città di Daegu (popolazione 2,5 milioni di persone) è diventata, quindi, insostenibile e le autorità hanno dovuto prendere provvedimenti rapidi e efficaci per contenere un contagio che avrebbe potuto diventare inarrestabile, con conseguenze devastanti sulla salute collettiva, ma anche sull’economia del paese. Da quel momento il presidente coreano ha dichiarato guerra al virus, una guerra a colpi di tecnologia.
La sorveglianza delle malattie infettive non è certo una novità. Praticamente tutti gli Stati hanno obblighi di comunicazione a carico degli operatori sanitari. Il problema è che per la raccolta e l’analisi dei dati occorrono tempo e strumenti adeguati. La Cina è un paese altamente tecnologizzato e ampiamente sorvegliato, quindi ha fatto ricorso ai Big Data per tracciare i cittadini in quarantena. Negli Usa i dati sono per lo più nelle mani delle grandi aziende. Mentre in Europa, oltre al problema che i dati li hanno le grandi aziende (i gestori di telefonia, e le aziende del web che sono per lo più americane) i timori per l'invasività degli strumenti di tracciamento ne frenano l’utilizzo.
La Cina ha applicato misure draconiane, quali il blocco di intere città, il controllo rigoroso della diffusione delle informazioni, la sorveglianza degli individui, obbligati ad usare una App di tracciamento con condivisione dei dati con la polizia e registrazione per prendere i mezzi pubblici.
La Corea del Sud, invece, ha adottato una politica soft di contenimento volontario, con capillare diffusione delle informazioni verso i cittadini. Il sistema si basa sul progetto già avviato di Smart City del governo centrale, ed è sviluppato di concerto tra vari ministeri (Interni, Scienza, Telecomunicazioni, Infrastrutture e Trasporti) e i Centri di controllo e prevenzione delle malattie infettive (Kcdc). La tecnologia era presente, e i cittadini fanno ampio uso di smartphone (stima 95% della popolazione). Sfruttando tale situazione peculiare (che non sempre si trova in Europa) il governo ha potuto avviare la raccolta di una quantità enorme di dati, provenienti dai database governativi e non solo. Soprattutto, la legge coreana (modificata dopo l’epidemia di MERS del 2015) consente alle autorità di accedere ai dati delle telecamere, a quelli di tracciamento tramite Gps da telefoni e automobili, alle transazioni con carta di credito e altri dati personali per finalità di controllo delle malattie infettive (c’è quindi una specifica base giuridica). L’accesso a questi dati da parte degli operatori sanitari deve comunque essere autorizzato dalle autorità di polizia, ma le modifiche più recenti (dal 16 marzo 2020) consentono l’accesso diretto delle autorità sanitarie.
Il sistema coreano prevede un sito web nel quale confluiscono le informazioni da diffondere al pubblico. Su questo sito si trovano tutte le informazioni utili, compreso le statistiche sui contagi, i decessi, i guariti, e ovviamente tutti i consigli di igiene. Ma anche l’indicazione, in certi casi fin troppo dettagliata, degli spostamenti delle persone contagiate. A questo sito si affiancano messaggi via smartphone (sms) che segnalano ogni nuovo caso di coronavirus nella zona. I messaggi identificano i luoghi e il momento in cui si trovava una persona infetta (senza indicare nomi ovviamente), e sollecitano chiunque abbia incrociato il suo percorso a sottoporsi ai test diagnostici. I Kcdc tengono conferenze televisive quotidiane nelle quali offrono anche consigli di igiene personali, e tutto ciò viene diffuso costantemente sui mezzi di trasposto e nelle stazioni.
Continua la lettura su Valigia Blu
Nessun commento:
Posta un commento