di Alfonso Giuliani
Le politiche di austerità messe in atto per ridurre il deficit dello Stato hanno comportato tagli che hanno colpito non solo la parte più debole della società, ma anche le classi lavoratrici povere che hanno dato vita a movimenti sociali come quello dei Gilets Jaunes che hanno in parte rimesso in discussione le scelte neoliberiste.
Il 7 maggio 2017 il candidato Emmanuel Macron, ex-ministro dell’Economia, dell’Industria e degli affari digitali nel governo Valls sotto la presidenza di François Hollande, al ballottaggio ebbe la meglio rispetto a Marine Le Pen del Front National. Un’elezione a Presidente della Repubblica francese avvenuta in un contesto di disintegrazione della destra tradizionale e della sinistra incarnata dal Partito Socialista.
Dopo due anni e mezzo di presidenza, in questo articolo cercheremo di fare un primo bilancio dei punti salienti del progetto di riforme economiche e sociali perseguite da Macron e dal governo di Édouard Philippe.
La politica economica di Macron
Sin dall’inizio del mandato presidenziale Macron ha mostrato una sostanziale continuità con le principali misure adottate da Hollande in favore delle imprese, di cui egli era stato in gran parte l’artefice. Tali misure riguardavano: Crédit d’impôt pour la compétitivité et l’emploi (CICE. Credito d’imposta per la competitività e l’occupazione), incentivi fiscali per le imprese e il Pacte de responsabilité et de solidarité (Patto di responsabilità e solidarietà) che liberalizzava il mercato del lavoro per incentivare l’assunzione di lavoratori sgravando le imprese senza tuttavia chiedere alcun impegno formale in contropartita. Politiche neoliberiste, fondate sull’assunto che l’offerta crea la propria domanda e notevolmente accelerate sotto la sua presidenza (Hollande stesso aveva osato rendere esplicito omaggio alla legge di Say).
Tra i punti principali del programma economico di Macron presentato in campagna elettorale vi erano la rifondazione del sistema fiscale francese ritenuto oppressivo per il sistema produttivo, una forte riduzione della spesa pubblica e una riforma strutturale del mercato del lavoro. Da questo punto di vista, dopo aver vinto la resistenza degli ultimi settori del lavoro garantiti e fortemente sindacalizzati (con la fine dello statut des cheminots [statuto dei ferrovieri]) e messo in discussione il principio stesso del primato dei contratti collettivi sulla negozazione d’impresa, Macron ed il governo Philippe hanno pensato che la strada fosse aperta per un radicale smantellamento dei pilastri del modello francese di sécurité sociale e la sua trasformazione in un modello di workfare.
Punti chiave della riforma fiscale e dell’alleggerimento delle imposte a favore delle imprese sono state due misure: 1) la riduzione della fiscalità sui redditi da capitale (circa 4,5 milardi di euro in meno) con la cosidetta flat tax pari al 30 %, 2) la trasformazione dell’“Impôt de solidarité sur la fortune” (ISF. Imposta di solidarietà sulla ricchezza) ritenuta avversa al capitale finanziario e sostituita a partire del 1 gennaio 2018 con l’“Impôt sur la fortune immobilière (IFI. Imposta sulla ricchezza immobiliare). Da questi cambiamenti d’imposizione sono stati esclusi i depositi bancari e finanziari e gli altri assets liquidi con l’obiettivo dichiarato di rilanciare gli investimenti e incrementare così l’occupazione. Queste scelte, non tengono conto del fatto che il capitale investito in borsa da parte delle imprese riguarda il mercato secondario, cioè i titoli di proprietà o i debiti esistenti, senza alcun impatto diretto sulla cosiddetta economia reale. Esse sono scelte fiscali che hanno diminuito le entrate da imposte progressive a vantaggio delle imposte non progressive che hanno favorito le fasce più ricche della popolazione.
Su questo aspetto Macron segna una discontinuità con le politiche redistributive e di riduzione delle diseguaglianze crescenti, portate avanti da Hollande attraverso la tassazione progressiva sulla ricchezza e l’imposizione sui redditi da capitale.
Nei paragrafi seguenti ci soffermeremo sull’andamento delle principali variabili economiche nel periodo che costituisce la prima parte della presidenza Macron.
PIL, deficit e debito pubblico Francia
Nel 2017, primo anno di mandato di Macron, la Francia ha registrato una crescita del PIL del 2,3. Il 2018 invece, è stato molto più complicato. Infatti, tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018, la crescita economica della Francia è passata dal 2,8% all’1% per attestarsi all’1,7% a fine 2018. Nel 2019 dovrebbe invece attestarsi intorno all’1,3%, mentre per il 2020 è previsto un rallentamento della crescita all’1,1 %.
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