Anno X - Numero 39
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Eugenio Montale

martedì 4 febbraio 2020

Investimenti con rendimenti negativi: meglio i buoni fruttiferi postali

Tutte le obbligazioni in circolazione sui mercati mondiali che in questo momento hanno rendimento nominale negativo ammontano a poco meno di 15.500 miliardi di euro, più del Pil dell'intera eurozona. Chi li emette non paga interessi ma li incassa: un paradosso. Che nasconde molti pericoli

di Beppe Scienza*

Di sicuro la cosa appare assurda a chi non segue il mondo della finanza; e non si può dargli torto. Vengono infatti proposti investimenti che già in partenza è scritto che saranno in perdita. Ciò vale, da alcuni anni a questa parte, per tutti o quasi i titoli di Stato emessi dalla Germania, dalla Finlandia ecc. e spesso anche per i Bot. Sono cioè emessi con un rendimento negativo. Chi li sottoscrive riceverà indietro meno soldi di quanti ne presta. Come dare in noleggio un’automobile e dover corrispondere un canone… a chi la usa.

A monte c’è la politica monetaria della Banca Centrale Europea nei confronti della liquidità depositata presso di essa da banche dell’eurozona: dal giugno 2014 non solo non corrisponde interessi, ma addirittura ne addebita. Operativamente però la domanda è: che senso ha sottoscrivere o comprare titoli a rendimento negativo (già) in termini nominali?

Se parliamo di Titoli del Tesoro, potrebbe aver senso al massimo per chi voglia scommettere di rivenderli dopo pochissimo a un prezzo più alto. Ma per un risparmiatore non ha nessun senso. Se uno è preoccupato di tenere i soldi sul conto in banca, ci sono i buoni fruttiferi postali che sono molto meglio. Fruttano interessi magari striminziti ma non nulli; e in realtà neanche così miseri con la serie BFP 170° CDP, cioè l’1% annuo se tenuti per quattro anni. Sono garantiti dallo Stato e non capita neppure di ritirare meno di quanto versato per gli oneri fiscali.

Qualche senso invece c’è coi titoli di Stato dei tedeschi, i quali potranno pure risultare antipatici ma rispettano fin troppo la parola data. Chi vuole la sicurezza, può accettare di rimetterci qualcosa come l’1% in un anno, già solo in termini nominali. Cioè può preferire una contenuta erosione del proprio capitale, pur di non rischiare una perdita ben maggiore (il 30%, il 40%?) in caso di default dello Stato italiano, della banca o altro emittente.

Diverso il discorso per gli investitori istituzionali. Molti fondi comuni hanno nel regolamento un limite percentuale alla liquidità, per es. il 20%, o devono pagare alla banca depositaria interessi negativi sulle giacenze sul conto. Per essi non esiste l’alternativa del deposito a rendimento (almeno) nullo.

Un privato che si gestisce direttamente i propri risparmi, dispone poi di un’opzione che manca al risparmio gestito: può trasformare la liquidità in contanti, al sicuro da fallimenti di banche ed emettenti dei titoli. Il gestore di un fondo comune o pensione, di una gestione separata assicurativa ecc. non può farlo.

Beppe Scienza è Professore universitario presso l'ateneo di Torino e saggista. Dal 2001 mette in rete informazioni e denunce sul tema del risparmio e della previdenza attraverso il suo sito: Il Risparmio Tradito®

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