di Tommaso Nannicini
La domanda che si legge dietro a ogni commento politico è quasi sempre la stessa: mi si nota di più se lo rivaluto o se lo demonizzo? Mi conviene chiamarlo statista o latitante? La domanda è di rado quella che invece dovremmo porci: un paese che sa fare i conti con la propria memoria come dovrebbe ricordare un politico che è stato leader di un partito di massa come quello socialista per sedici anni e capo del governo italiano per quattro anni?
Non è un problema di toponomastica
Il dibattito che riemerge ciclicamente sull’opportunità di dedicare una via di qualche città a Craxi è l’emblema di questo atteggiamento: è giusto; è sbagliato; parliamone, ma non è il momento. Ognuna di queste posizioni trasuda spesso tatticismo, settarismo o moralismo, a seconda dei casi. E sempre con una strana premessa: che il compito della politica sia quello di dividere i morti in santi e peccatori. Compito che forse dovremmo lasciare a qualcun altro. Se fosse quello il ruolo della toponomastica stradale, sarebbe meglio usare i numeri per nominare le vie, come a Manhattan.
La premessa, invece, dovrebbe essere un’altra: che in politica, come nella vita, i santi non esistono. Esistono le persone, con le loro grandezze e le loro debolezze. E le vie dovrebbero ricordare chi ha lasciato un segno nella nostra traiettoria collettiva attraverso entrambe, come non potrebbe essere altrimenti.
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