In un contesto di tassi di interesse persistentemente bassi e produzione al di sotto del potenziale, i responsabili delle politiche economiche devono ripensare quello che è l’approccio prevalente al debito pubblico. Per la zona euro, questo significa creare un bilancio comune, o almeno riformare le regole fiscali che hanno legato le mani dei governi degli stati membri senza una valida ragione
di Olivier Blanchard
All’inizio di quest’anno, ho sostenuto che nei paesi in cui i tassi di interesse sono estremamente bassi e il debito pubblico è considerato sicuro dagli investitori – ed è così reso meno costoso sia dal punto di vista fiscale che economico – potrebbero essere necessari maggiori deficit fiscali per compensare i limiti della politica monetaria. L’eurozona ha ora raggiunto questa fase.
Dopo la crisi finanziaria del 2008 e la successiva crisi dell’euro, la politica monetaria ha svolto un ruolo chiave per stabilizzare e rilanciare la zona euro.
Ci sono voluti pragmatismo, creatività e talento politico da parte del presidente della Banca centrale europea Mario Draghi per realizzare questa impresa. Ma benché la politica monetaria non sia ancora esaurita, non ci si può aspettare che svolga di nuovo lo stesso ruolo.
Per contro, la politica fiscale, l’altra componente chiave di una sana gestione macroeconomica keynesiana, è stata sottoutilizzata, con il risultato che la produzione della zona euro non è ancora al suo livello potenziale. Questo è un problema urgente che non può essere risolto da un solo paese; richiede una risposta concertata della zona euro. Ma benché la necessità di un bilancio comune nella zona euro da cui attingere per finanziare ulteriori spese sia più urgente rispetto al passato, ciò comporterebbe una condivisione del rischio tra gli Stati membri politicamente difficile.
Tuttavia, ci sono altre misure che la zona euro potrebbe perseguire, a partire da una modifica delle regole fiscali. Con tassi di interesse così bassi, un limite del rapporto debito/PIL del 60% non è l’obiettivo giusto (se mai si cominciasse a perseguirlo). Non solo dovrebbe essere più alto, ma dovrebbe essere anche allentato il requisito secondo cui gli stati membri che superano il limite si debbano adeguare ad esso a una determinata velocità. Inoltre, poiché i responsabili delle politiche monetarie hanno poco spazio di manovra, l’Unione europea deve concedere ai governi maggiore libertà di stimolare la domanda attraverso la politica fiscale. Ciò significa anche allentare il limite del 3% del Pil sui deficit di bilancio.
Per sicurezza, ai governi non dovrebbe essere data carta bianca; ma nemmeno dovrebbero avere le mani legate così strettamente. Ciò di cui l’Ue ha bisogno è una nuova filosofia delle regole. L’eurozona si è spinta così oltre nel porre vincoli su vincoli, partendo dal presupposto che i governi si comportino sempre in modo scorretto o cerchino sempre di imbrogliare, che a volte il risultato è incomprensibile.
Come primo passo, la Commissione europea dovrebbe smettere di gestire nel dettaglio le politiche fiscali degli stati membri. La Commissione dovrebbe intervenire solo quando un governo sta tendenzialmente accumulando un debito veramente insostenibile (cosa che può certamente accadere sotto una leadership irresponsabile). In caso contrario, il compito principale della Commissione dovrebbe essere quello di fornire informazioni ai mercati sulla salute dell’economia degli Stati membri e sul loro tendenziale percorso di indebitamento.
In questo modo, deciderebbero i mercati. Lo spazio fiscale, dopo tutto, è sotto gli occhi dell’investitore. Il Giappone ha un grosso debito pubblico, ma gli investitori non sembrano preoccupati; per l’Italia, dove gli investitori stanno chiedendo un grande premio per il rischio, è un’altra questione. La sfida per un governo di uno stato membro, quindi, non sarebbe più quella di compiacere la Commissione, ma di convincere gli investitori che sta operando in modo responsabile rispetto al debito.
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