di Roger Scruton
Il governo Labour è partito con la promessa di porre fine a un’economia fatta di cicli ricorrenti di bolle espansive e crolli. E ora si trova di fronte alla prospettiva di una grave recessione. Ma infine, qual è la posizione del partito laburista nei confronti del capitalismo? Promosso o bocciato?
Quando Margaret Thatcher era in carica, la linea era quella di una decisa bocciatura. Dovendo spiegare la causa di qualsiasi male sociale – crimine, droga, collasso delle città dell’interno – i politici laburisti puntavano il dito sulla “cultura dell’avidità” che attribuivano alla Thatcher. Secondo loro questa cultura caratterizza le grandi imprese, la City, la libera impresa, il libero commercio e i liberi mercati. C’è da stupirsi, ci chiedevano, se la società britannica crolla a pezzi, se la fiducia, l’onestà, la compassione e qualsiasi vita spirituale stanno svanendo, quando il governo misura tutto in termini di denaro? C’è da stupirsi che il nostro paese sembri sempre di più una nazione priva di anima, quando i suoi leader sono consigliati da uomini d’affari, distribuiscono onorificenze agli uomini d’affari e non vedono l’ora di diventare uomini d’affari quando alla fine vengono licenziati – o lanciati?
È facile essere d’accordo con queste accuse; meno facile proporre un’alternativa. L’Unione Sovietica ha guarito la maggior parte della gente dall’illusione socialista. Il grande esperimento socialista è stato un disastro, economico e sociale. I crimini e la violenza potevano essere meno evidenti nella Unione Sovietica di una volta; ma solo perché erano monopolizzati dal partito. Da allora, come tutto il resto, sono stati privatizzati, e di solito sono restati in mano alle stesse persone che li controllavano in precedenza. Ora vediamo la realtà morale che decenni di terrore hanno coperto: una società in cui il freddo calcolo prevale su ogni forma di dovere sociale e possiamo anche vedere – nella crisi economica della scorsa settimana – le conseguenze delle privatizzazioni quando è stato distrutto il senso del dovere sociale.
Tuttavia, il fallimento del socialismo non è una scusa per il capitalismo. C’è qualcosa che non va in una società che è interamente governata dagli imperativi del business, che non riconosce alcuna forma di restrizione del commercio al di fuori di quelle interne al mercato e che trasforma il business e l’impresa nei suoi valori fondamentali. Quando Marx ed Engels pubblicarono il manifesto comunista, non condannarono il capitalismo per il suo potere economico. Lo condannarono per il suo costo umano. “Non ha lasciato fra uomo e uomo – hanno scritto – altro vincolo che il nudo interesse, il freddo ‘pagamento in contanti’. Ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell’esaltazione devota… Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli (la traduzione in italiano è tratta da marxists.org, Il Manifesto del Partito Comunista, NdT)“. Esagerato, certo. Ma non privo di verità. Anche se respingiamo l’alternativa di Marx come ingenua nei fini e cattiva nei mezzi, non dovremmo respingere l’intuizione morale da cui deriva – vale a dire, che il libero mercato lasciato a se stesso è una forza creativa ma anche distruttiva.
Questo, in estrema sintesi, è ciò che il Partito laburista e i suoi guru hanno ripetuto negli anni della Thatcher e più sommessamente durante l’interregno grigio di John Major. Ma non è quello che dicono ora. Sotto Tony Blair, il business è rimasto ancora saldamente al posto di comando. Il Primo Ministro nomina i grandi magnati del mondo degli affari alla House of Lords con lo stesso entusiasmo incondizionato di Margaret Thatcher: ha persino nominato Lord Sainsbury ministro junior al Dipartimento del Commercio e dell’Industria – lo stesso dipartimento che, se il Labour difendesse qualcuno o qualcosa, dovrebbe controllare personaggi come Lord Sainsbury.
Basta guardare la politica del Labour in una qualsiasi delle aree in cui i giganti capitalisti hanno un interesse – l’Europa, l’Unione monetaria europea, fusioni e monopoli, ambiente, agroalimentare – per accorgersi che le promesse elettorali e le convinzioni morali si sgretolano davanti ai diktat del commercio. Come era stato accettato dalla Thatcher, così è stato accettato l’argomento che prosperità significa crescita, che crescita significa globalizzazione e che globalizzazione significa abolizione delle restrizioni locali. Se ci impedite di crescere in Gran Bretagna, dicono i magnati del business, ce ne andremo altrove, portandoci dietro il nostro capitale, le nostre tasse, i nostri posti di lavoro e la vostra prosperità.
In qualsiasi situazione di emergenza reale, i governi percepiscono rapidamente la stupidità della globalizzazione. Una volta che ci siamo trovati in guerra con la Germania, abbiamo capito – troppo tardi – l’importanza della produzione locale e di un’agricoltura autosufficiente. Ma la politica moderna è condotta completamente come se le situazioni di emergenza fossero un lontano ricordo del passato. Questo processo politico non è semplicemente legato alla propaganda: è un esercizio di amnesia collettiva. Eppure, la crisi asiatica avrebbe dovuto risvegliare nel partito Laburista il senso del pericolo: internazionalizzando la nostra economia, ci leghiamo a catastrofi che non possiamo prevenire.
Ma c’è una ragione più importante per tornare alla vecchia critica socialista. Lealtà, onestà, senso del dovere: sono cose che non si possono comprare. In un mercato che dilaga senza limiti, quindi, sono scacciate da ciò che si può comperare. La corruzione, le tangenti, la compravendita di favori prendono il posto della trasparenza. Il mercato dipende dall’onestà, ma lasciato a se stesso distrugge l’onestà. Questo è il motivo per cui il mercato ha avuto successo solo quando non è stato abbandonato a se stesso – solo quando è sottoposto a vincoli religiosi e morali che salvaguardano la riserva di valori dell’umanità.
Non è solo la vita pubblica a essere esposta alla corruzione da parte del mercato; anche la vita privata è a rischio. Questo un tempo era dato per scontato: non solo il vecchio Labour, ma anche il partito dei Tory era solito condannare la commercializzazione dei valori più sacri. Indecenza, oscenità e blasfemia erano immediatamente riconosciute e immediatamente condannate. Era opinione condivisa che ciò che ha un valore non debba essere degradato in qualcosa che ha un prezzo. Il sesso, ad esempio, non dovrebbe essere considerato un possibile oggetto di scambio tra estranei. Il nostro censore capo in pensione, James Ferman, ora sostiene che, consentendo alcune forme di pornografia, puoi combattere in modo più efficace le altre, in particolare quelle che coinvolgono violenza o bambini. Tale è l’ingenuità della mente liberale, che immagina che tu possa consentire il libero scambio di merci e riuscire a tenerne fuori alcune persone. Tutti i mercati, una volta consentiti, porteranno nuovi acquirenti e venditori.
Il governo Labour è partito con la promessa di porre fine a un’economia fatta di cicli ricorrenti di bolle espansive e crolli. E ora si trova di fronte alla prospettiva di una grave recessione. Ma infine, qual è la posizione del partito laburista nei confronti del capitalismo? Promosso o bocciato?
Quando Margaret Thatcher era in carica, la linea era quella di una decisa bocciatura. Dovendo spiegare la causa di qualsiasi male sociale – crimine, droga, collasso delle città dell’interno – i politici laburisti puntavano il dito sulla “cultura dell’avidità” che attribuivano alla Thatcher. Secondo loro questa cultura caratterizza le grandi imprese, la City, la libera impresa, il libero commercio e i liberi mercati. C’è da stupirsi, ci chiedevano, se la società britannica crolla a pezzi, se la fiducia, l’onestà, la compassione e qualsiasi vita spirituale stanno svanendo, quando il governo misura tutto in termini di denaro? C’è da stupirsi che il nostro paese sembri sempre di più una nazione priva di anima, quando i suoi leader sono consigliati da uomini d’affari, distribuiscono onorificenze agli uomini d’affari e non vedono l’ora di diventare uomini d’affari quando alla fine vengono licenziati – o lanciati?
È facile essere d’accordo con queste accuse; meno facile proporre un’alternativa. L’Unione Sovietica ha guarito la maggior parte della gente dall’illusione socialista. Il grande esperimento socialista è stato un disastro, economico e sociale. I crimini e la violenza potevano essere meno evidenti nella Unione Sovietica di una volta; ma solo perché erano monopolizzati dal partito. Da allora, come tutto il resto, sono stati privatizzati, e di solito sono restati in mano alle stesse persone che li controllavano in precedenza. Ora vediamo la realtà morale che decenni di terrore hanno coperto: una società in cui il freddo calcolo prevale su ogni forma di dovere sociale e possiamo anche vedere – nella crisi economica della scorsa settimana – le conseguenze delle privatizzazioni quando è stato distrutto il senso del dovere sociale.
Tuttavia, il fallimento del socialismo non è una scusa per il capitalismo. C’è qualcosa che non va in una società che è interamente governata dagli imperativi del business, che non riconosce alcuna forma di restrizione del commercio al di fuori di quelle interne al mercato e che trasforma il business e l’impresa nei suoi valori fondamentali. Quando Marx ed Engels pubblicarono il manifesto comunista, non condannarono il capitalismo per il suo potere economico. Lo condannarono per il suo costo umano. “Non ha lasciato fra uomo e uomo – hanno scritto – altro vincolo che il nudo interesse, il freddo ‘pagamento in contanti’. Ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell’esaltazione devota… Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli (la traduzione in italiano è tratta da marxists.org, Il Manifesto del Partito Comunista, NdT)“. Esagerato, certo. Ma non privo di verità. Anche se respingiamo l’alternativa di Marx come ingenua nei fini e cattiva nei mezzi, non dovremmo respingere l’intuizione morale da cui deriva – vale a dire, che il libero mercato lasciato a se stesso è una forza creativa ma anche distruttiva.
Questo, in estrema sintesi, è ciò che il Partito laburista e i suoi guru hanno ripetuto negli anni della Thatcher e più sommessamente durante l’interregno grigio di John Major. Ma non è quello che dicono ora. Sotto Tony Blair, il business è rimasto ancora saldamente al posto di comando. Il Primo Ministro nomina i grandi magnati del mondo degli affari alla House of Lords con lo stesso entusiasmo incondizionato di Margaret Thatcher: ha persino nominato Lord Sainsbury ministro junior al Dipartimento del Commercio e dell’Industria – lo stesso dipartimento che, se il Labour difendesse qualcuno o qualcosa, dovrebbe controllare personaggi come Lord Sainsbury.
Basta guardare la politica del Labour in una qualsiasi delle aree in cui i giganti capitalisti hanno un interesse – l’Europa, l’Unione monetaria europea, fusioni e monopoli, ambiente, agroalimentare – per accorgersi che le promesse elettorali e le convinzioni morali si sgretolano davanti ai diktat del commercio. Come era stato accettato dalla Thatcher, così è stato accettato l’argomento che prosperità significa crescita, che crescita significa globalizzazione e che globalizzazione significa abolizione delle restrizioni locali. Se ci impedite di crescere in Gran Bretagna, dicono i magnati del business, ce ne andremo altrove, portandoci dietro il nostro capitale, le nostre tasse, i nostri posti di lavoro e la vostra prosperità.
In qualsiasi situazione di emergenza reale, i governi percepiscono rapidamente la stupidità della globalizzazione. Una volta che ci siamo trovati in guerra con la Germania, abbiamo capito – troppo tardi – l’importanza della produzione locale e di un’agricoltura autosufficiente. Ma la politica moderna è condotta completamente come se le situazioni di emergenza fossero un lontano ricordo del passato. Questo processo politico non è semplicemente legato alla propaganda: è un esercizio di amnesia collettiva. Eppure, la crisi asiatica avrebbe dovuto risvegliare nel partito Laburista il senso del pericolo: internazionalizzando la nostra economia, ci leghiamo a catastrofi che non possiamo prevenire.
Ma c’è una ragione più importante per tornare alla vecchia critica socialista. Lealtà, onestà, senso del dovere: sono cose che non si possono comprare. In un mercato che dilaga senza limiti, quindi, sono scacciate da ciò che si può comperare. La corruzione, le tangenti, la compravendita di favori prendono il posto della trasparenza. Il mercato dipende dall’onestà, ma lasciato a se stesso distrugge l’onestà. Questo è il motivo per cui il mercato ha avuto successo solo quando non è stato abbandonato a se stesso – solo quando è sottoposto a vincoli religiosi e morali che salvaguardano la riserva di valori dell’umanità.
Non è solo la vita pubblica a essere esposta alla corruzione da parte del mercato; anche la vita privata è a rischio. Questo un tempo era dato per scontato: non solo il vecchio Labour, ma anche il partito dei Tory era solito condannare la commercializzazione dei valori più sacri. Indecenza, oscenità e blasfemia erano immediatamente riconosciute e immediatamente condannate. Era opinione condivisa che ciò che ha un valore non debba essere degradato in qualcosa che ha un prezzo. Il sesso, ad esempio, non dovrebbe essere considerato un possibile oggetto di scambio tra estranei. Il nostro censore capo in pensione, James Ferman, ora sostiene che, consentendo alcune forme di pornografia, puoi combattere in modo più efficace le altre, in particolare quelle che coinvolgono violenza o bambini. Tale è l’ingenuità della mente liberale, che immagina che tu possa consentire il libero scambio di merci e riuscire a tenerne fuori alcune persone. Tutti i mercati, una volta consentiti, porteranno nuovi acquirenti e venditori.
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