di Beppe Scienza*
In particolare i nuovi titoli nella valuta Usa, dalla stampa subito battezzati Btp in dollari, hanno riscosso applausi scroscianti, silenziando le critiche condivise dagli esperti della materia, ma sgradite al potere. Non è mica scontato che a conti fatti risulti conveniente per la finanza pubblica indebitarsi in dollari, come invece viene dato per certo. Potrebbe benissimo capitare il contrario.
Prendiamo i titoli decennali. Per la precisione si tratta delle Italy 2,875% 17-10-2029 con codice Isin US465410BY32 e quotate anche al Mot. Sono state collocate a un rendimento sul 3% annuo, corrispondente a circa l’1,5% sopra i tassi dei corrispondenti titoli americani. Una differenza analoga allo spread sull’euro coi titoli di Stato tedeschi.
È stato sottolineato che il Tesoro non si è assunto rischi per un’eventuale salita del dollaro, coprendo subito l’alea del cambio. Il meccanismo dell’operazione è complesso, ma comunque ora come ora essa abbassa il costo complessivo del finanziamento dal 3% a circa l’1%, quindi grosso modo allo stesso livello dei tassi dei Btp in euro. Peccato che le condizioni di mercato possano cambiare anche radicalmente nei prossimi anni; e il giochetto potrebbe non funzionare più così bene. Col che l’operazione si ritorcerebbe a danno del Tesoro, cioè dei contribuenti italiani
Gestire il debito pubblico italiano dev’essere anche noioso. Quindi psicologicamente si comprende che i burocrati del Tesoro si dilettino di ingegneria finanziaria. Lo si vide anche in passato con la stipula di così tanti contratti derivati. Non è un precedente che faccia ben sperare.
Passando poi sul versante degli investitori, si è letto che per sottoscrivere i cosiddetti Btp in dollari si sarebbero formate lunghe code in banca. Un’altra esagerazione. Il risalto dato all’emissione ha però spinto parecchi a chiedersi se meriti investire in tali titoli. Ma siamo sempre allo stesso punto come con le obbligazioni in lire turche, rand sudafricani ecc. Bisogna non perdere col cambio più di quanto si guadagna coi maggiori rendimenti nominali dei titoli nella valuta estera. Cosa del tutto imprevedibile.
In particolare i nuovi titoli nella valuta Usa, dalla stampa subito battezzati Btp in dollari, hanno riscosso applausi scroscianti, silenziando le critiche condivise dagli esperti della materia, ma sgradite al potere. Non è mica scontato che a conti fatti risulti conveniente per la finanza pubblica indebitarsi in dollari, come invece viene dato per certo. Potrebbe benissimo capitare il contrario.
Prendiamo i titoli decennali. Per la precisione si tratta delle Italy 2,875% 17-10-2029 con codice Isin US465410BY32 e quotate anche al Mot. Sono state collocate a un rendimento sul 3% annuo, corrispondente a circa l’1,5% sopra i tassi dei corrispondenti titoli americani. Una differenza analoga allo spread sull’euro coi titoli di Stato tedeschi.
È stato sottolineato che il Tesoro non si è assunto rischi per un’eventuale salita del dollaro, coprendo subito l’alea del cambio. Il meccanismo dell’operazione è complesso, ma comunque ora come ora essa abbassa il costo complessivo del finanziamento dal 3% a circa l’1%, quindi grosso modo allo stesso livello dei tassi dei Btp in euro. Peccato che le condizioni di mercato possano cambiare anche radicalmente nei prossimi anni; e il giochetto potrebbe non funzionare più così bene. Col che l’operazione si ritorcerebbe a danno del Tesoro, cioè dei contribuenti italiani
Gestire il debito pubblico italiano dev’essere anche noioso. Quindi psicologicamente si comprende che i burocrati del Tesoro si dilettino di ingegneria finanziaria. Lo si vide anche in passato con la stipula di così tanti contratti derivati. Non è un precedente che faccia ben sperare.
Passando poi sul versante degli investitori, si è letto che per sottoscrivere i cosiddetti Btp in dollari si sarebbero formate lunghe code in banca. Un’altra esagerazione. Il risalto dato all’emissione ha però spinto parecchi a chiedersi se meriti investire in tali titoli. Ma siamo sempre allo stesso punto come con le obbligazioni in lire turche, rand sudafricani ecc. Bisogna non perdere col cambio più di quanto si guadagna coi maggiori rendimenti nominali dei titoli nella valuta estera. Cosa del tutto imprevedibile.
Un risparmiatore prudente farà bene a non schiodarsi dai Btp Italia o Btp-i.
* Beppe Scienza è Professore universitario presso l'ateneo di Torino e saggista. Dal 2001 mette in rete informazioni e denunce sul tema del risparmio e della previdenza
* Beppe Scienza è Professore universitario presso l'ateneo di Torino e saggista. Dal 2001 mette in rete informazioni e denunce sul tema del risparmio e della previdenza
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