di Marco Dotti
«Come possiamo realizzare un mondo in cui l'automazione riflette e sostiene i valori umani?». Alex Pentland chiosa così, con una domanda spiazzante e radicale, l'ultimo lavoro di Cosimo Accoto. Chi abbia letto il suo precedente Il mondo dato. Cinque brevi lezioni di filosofia digitale (Egea, 2017), non rimarrà sopreso: Accoto è capace di andare a fondo e, al contempo, collocare in un preciso scenario innovazioni che possono sembrare troppo famigliarie e nomi che, al contrario, possono sembrarci troppo di là da venire. Blockchain, deep learning, Intelligenza Artificiale.
Filosofo di formazione, research affiliate al MIT di Boston, Accoto conosce il valore primario del porsi alla giusta distanza. Ed è lì che ci accompagna, tra le pagine del suo ultimo libro, Il mondo ex machina. Cinque brevi lezioni di filosofia dell'automazione, edito come il precedente da Egea.
Il futuro, spiega Accoto, «sarà automatico o non sarà». Un recente reporto di Mc Kinsey, The automation Imperative, riconosce una portata trasformativa profonda ai processi di automazione in atto. Sapremo cogliere la sfida e ridisegnare un mondo in cui l'automazione sia al servizio di tutti e non di un' élite e le sue potenzialità non siano circoscritte a finalità puramente autoreferenziali e meccaniche?
L'imperativo automatico
Dalla filosofia digitale alla filosofia dell'automazione, dal Mondo dato al Mondo ex machina: anche nel suo ultimo libro, lei sottopone a un'indagine filosofica le matrici di qualcosa che, nel luogo comune, verrebbe considerata appannaggio di "ingegneri" e "tecnici". Ci dice qualcosa sull'importanza di questo metodo? La filosofia ha dunque ancora qualcosa da dire o, quanto meno, domande da porre?
Digitale, artificiale, sintetico. In una parola, programmabile. Il mondo si è avviato ad una trasformazione profonda e irreversibile delle proprie fondamenta ontologiche ed ontogenetiche. Una trasformazione che si comincia a percepire come molto “agita” ma, al contempo e con preoccupazione, anche poco “pensata”. Siamo ad un momento di passaggio epocale nella storia della specie umana. Un passaggio che rimane, ad oggi, sostanzialmente sottaciuto e confinato di norma nelle pratiche e nelle ricerche degli specialisti e degli esperti. Scienze e tecnologie di notevole portata e impatto ambientale e sociale (quali, ad esempio, la computazione quantistica, la biologia sintetica, l’intelligenza artificiale, la nanotecnologia molecolare, la crittografia monetaria, la robotica sociale) stanno lasciando i laboratori di progettazione e sperimentazione -in certa misura finora controllati e circoscritti- per essere diffuse, in maniera sempre più ampia, su scala planetaria. Tutto questo trasferimento (da scienza verso l’ingegneria) sta accadendo, oggi, con una debole attenzione specifica e nessuna consapevolezza sistemica da parte della collettività.
A fronte di questa spinta tecnologica (di cui è parte rilevante anche l’attuale rivoluzione dei dati), credo sia sempre più indifferibile l’attivazione di un pensiero filosofico all’altezza delle sfide scientifiche e tecnologiche in essere. Un pensiero speculativo e prospettico, aperto ma attento, capace di studiare e accompagnare, con la necessaria densità teorica, questa nuova fase dell’antropocene. È tempo, dunque, di immaginare un manifesto “philtech” che renda pubblico e renda urgente il bisogno collettivo di tornare a pensare filosoficamente la tecnologia.