Anno X - Numero 39
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Eugenio Montale

martedì 16 aprile 2019

La sinistra non si può sviluppare all’interno dell’Ue

Verso le europee. «Il vero potere legislativo è diviso fra il Consiglio e la Corte di giustizia, quindi il voto per il parlamento di Strasburgo non avrà conseguenze politiche», intervista al sociologo tedesco Wolfgang Streeck, scettico sull’Europa: «È un’istituzione tecnocratica»

di Jacopo Rosatelli

Sociologo di fama, il tedesco Wolfgang Streeck si è imposto nel dibattito internazionale con Tempo guadagnato (Feltrinelli 2013), uno dei libri sulla crisi economica più letti e discussi. In Germania è vicino alle posizioni di Aufstehen, il movimento della capogruppo uscente della Linke, Sahra Wagenknecht. Lo abbiamo incontrato a Torino, ospite della Biennale democrazia.

Professore, il 26 maggio si vota nella Ue. Per cosa deve battersi la sinistra europea?
È difficile risponderle, perché non credo si possa sviluppare una strategia della sinistra nell’ambito della Ue. Il vero potere legislativo è diviso fra il Consiglio e la Corte di giustizia, quindi il voto per il parlamento di Strasburgo non avrà conseguenze politiche, anche se popolari e socialisti dovessero perdere la maggioranza.

Eppure lei è stato da poco a Madrid e ha incontrato il gruppo parlamentare di Podemos.
Sì, ma con loro non ho parlato delle elezioni europee. A mio avviso, la sinistra in Europa deve cercare di riconquistare spazi di azione democratica per i popoli. L’Ue è una comunità di governi ed élite nazionali che agiscono a livello continentale per poter realizzare politiche di austerità, sottraendosi alla responsabilità di fronte agli elettori. I popoli della periferia che si ribellano, come in Grecia, poi vengono puniti. Per interrompere questo ciclo serve una radicale democratizzazione di fronte a un’istituzione tecnocratica come l’Ue.
Che lei ritiene irriformabile.
Esatto. È un regime istituzionale talmente strutturato da essere immodificabile. Io credo in una rifondazione dell’unità europea, in un nuovo inizio. L’Ue è nata nell’epoca neoliberale, abbiamo bisogno di istituzioni per l’epoca post-neoliberale. Occorre un sistema di relazioni non verticale, dove il centro comanda sulla periferia, ma orizzontale, con un recupero di autonomia degli stati.

Ri-nazionalizzare la politica, però, non è di per sé un’opzione «di sinistra». Anzi, appare piuttosto il contrario.
Non ho mai capito questo genere di critica alle mie tesi. Noi viviamo oggi in stati nazionali, anche se stiamo nell’Ue. La crisi del 2008 è stata gestita da due stati nazionali, la Germania e la Francia, che hanno imposto le loro ricette secondo un modello imperiale. Quello che chiedo è che i governi nazionali tornino a essere politicamente responsabili di fronte ai cittadini: non sostengo la ri-nazionalizzazione della politica europea, ma la ri-democratizzazione della politica nazionale.

Secondo lei, quindi, chiedere un’Europa sociale è illusorio?
Contrastare la tendenza fondamentale del capitalismo alla concentrazione della ricchezza nel centro a scapito delle periferie è giusto, e da vecchio militante di sinistra mi pongo il problema degli strumenti per attuare una politica egualitaria. L’Ue non è fra questi: bisogna conquistare spazi di azione ‘in basso’ in cui realizzare politiche sociali. Proposte come un’assicurazione europea contro la disoccupazione non sono realistiche, perché presuppongono un mercato del lavoro comune che oggi non c’è. Gli stati devono invece riacquisire la possibilità di un’autonoma politica monetaria. Ora c’è una moneta tedesca che è stata introdotta per tutta l’Europa, senza un governo centrale di tutti.

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