di Andrea Nepori
Bastava guardarsi intorno e annusare un po’ l’aria per capire che Mark e soci avevano superato un punto di non ritorno mediatico, oltre il quale nessun errore, per quanto giustificabile o in buona fede, sarebbe passato inosservato. Le inchieste giornalistiche degli ultimi nove mesi di buona fede ne hanno trovata ben poca.
Anzi: hanno messo a nudo la vera natura del social network di Menlo Park, ne hanno mostrato le più becere piccolezze e le trame oscure, quasi machiavelliane, macchinate da alti dirigenti come la (finora) intoccabile Sheryl Sandberg. Mark Zuckerberg, per suo conto, gettava benzina sul fuoco con interviste maldestre, pensate male e condotte peggio, ricche di esternazioni infelici e commenti che lo hanno fatto passare ora per un ipocrita, ora per un utile idiota, incapace - come contemporaneo Dr. Frankenstein - di contenere la potenza distruttiva della sua terribile e potentissima creatura.
In questa mia prima rubrica dell’anno nuovo ripercorro la cronistoria degli scandali, degli incidenti mediatici e dei punti più bassi toccati da Facebook nel corso degli ultimi 365 giorni. Sicuri che questo 2019 ce ne riserverà altrettanti.
I troll russi e Cambridge Analytica
Nonostante siano passati ormai quasi due anni, Facebook non è ancora riuscito a scrollarsi di dosso l’onta di aver facilitato l’elezione di Donald Trump facendosi megafono della propaganda e delle macchinazioni delle agenzie di propaganda.
Quelle ingerenze russe che Mark Zuckerberg aveva sempre minimizzato, nel 2018 si sono concretizzate come fatti comprovati, dimostrando una totale incapacità nel gestire e limitare le scorrerie propagandistiche del Cremlino sulla piattaforma. A febbraio 2018, la prima conferma: le indagini del procuratore speciale Robert Mueller dimostrano che almeno 13 dipendenti della Internet Research Agency russa hanno creato profili falsi su Facebook e Instagram con il chiaro intento di influenzare le elezioni del 2016.
Un piccolo scandalo che è solo una preparazione alla scena madre: poco più di un mese dopo esplode il caso Cambridge Analytica. Le inchieste del New York Times, e dell'Observer (periodico del Guardian) svelano che un’agenzia di social marketing politico inglese ha avuto accesso ai dati di 87 milioni di utenti senza autorizzazione. È una violazione senza precedenti, che porta a una scoperta ancora più preoccupante: fino al 2015 le policy sulla privacy di Facebook erano talmente lasse da permettere a sviluppatori sufficientemente spregiudicati di raccogliere non solo i dati di un singolo utente collegato ad un’applicazione ma anche quelli degli amici, compresi quelli che non avevano mai interagito con l’app.
La pulizia etnica in Myanmar
L’attenzione mediatica, fino alla fine dello scorso anno, si era concentrata quasi interamente sulle crisi e sugli scandali che riguardano i mercati occidentali in cui Facebook è una piattaforma fra le altre. Nel corso del 2018, però, abbiamo visto delinearsi con sempre maggior chiarezza le conseguenze della diffusione di Facebook in paesi in via di sviluppo dove il social network di Mark Zuckerberg si è affermato in sostituzione quasi totale al Web.
Il caso del Myanmar è in assoluto il più grave: Facebook, grazie alla diffusione della propaganda governativa e alle false notizie il social network ha contribuito a fare da cassa di risonanza al sentimento anti-musulmano che alimenta le terribili violenze sulla minoranza Rohingya, nel nord del paese. Il social network, aspetterà alcuni mesi - fino a novembre - prima di ammettere le proprie responsabilità in Myanmar. L'ex Birmania non è l’unico paese dove la diffusione di Facebook va a braccetto con le violenze etniche: in Sri Lanka il governo ha ordinato la chiusura del social network e di WhatsApp per limitare le violenze contro la popolazione musulmana.
La testimonianza al congresso
Le rivelazioni su Cambridge Analytica hanno spinto il Congresso americano ad aprire un’inchiesta. Ad aprile Mark Zuckerberg si è presentato a Washington per testimoniare di fronte alla commissione del Senato e ha finito per uscirne da vincitore, dimostrando la totale ignoranza tecnologica della maggior parte dei senatori e delle senatrici statunitensi. I legislatori che avrebbero dovuto mettere alla gogna Zuckerberg hanno finito per non scalfire minimamente la sua aura di genietto del computer. La figura peggiore l’hanno fatta i senatori Repubblicani, che invece di preoccuparsi delle conseguenze dello scandalo sulla privacy dei cittadini hanno continuato a incalzare Zuckerberg sulla presunta censura delle voci conservatrici sulla piattaforma.
Nuove rivelazioni politiche
Per provare a limitare i danni delle pubblicità a sfondo politico, a maggio Facebook ha riorganizzato il sistema degli ads per garantire una maggiore trasparenza. Si dice che delle migliori intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno: per Mark Zuckerberg e i suoi mai proverbio fu più vero. Pensato per limitare le critiche e le polemiche, l’aggiornamento della piattaforma pubblicitaria ha subito ottenuto l’effetto opposto: banner a favore di associazioni LGBT sono finiti dentro il calderone degli ad politici, insieme a pubblicità di marchi che hanno la sfortuna di condividere il nome con quello di qualche politico famoso.
I dati non sono uguali per tutti
Passa un mese soltanto ed ecco che emerge un altro scandalo, ancora una volta grazie a un’inchiesta del New York Times. Nel corso degli ultimi anni Facebook ha stretto accordi speciali con altre grandi aziende del settore I.T., da Apple a Samsung, da Microsoft a Amazon, per condividere - a pagamento - i dati degli utenti.
Secondo il Times gli accordi speciali riguardano almeno 60 produttori di smartphone e tablet. Per Facebook lo scopo era la crescita del parco utenti, mentre ai produttori di dispositivi veniva concessa la possibilità di integrare in maniera più profonda alcune delle funzioni più popolari del social network, come i like e le condivisioni. Nulla di nuovo sotto il sole, se non che simili accordi violerebbero un’accordo fra l'azienda di Menlo Park e la FTC del 2011 sulla protezione dei dati personali degli utenti.
Nel frattempo, a seguito di indagini interne, Facebook conferma con un documento al congresso di aver concesso forme speciali di accesso ai dati degli utenti a varie aziende anche dopo i cambiamenti alle policy sulle API del 2015. Fra le aziende in questione c’era anche Mail.ru, gigante dell’It russo il cui principale investitore, fino a ottobre 2018, era Alisher Usmanov, un fedelissimo di Putin.
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