Anno III - Numero 31
La lotta dell’uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblio.
Milan Kundera

martedì 20 marzo 2018

Racconto di due Italie

Mai come oggi l’Italia è politicamente e socialmente spezzata in due. La flat tax e il reddito di cittadinanza hanno contrapposto lavoratori e pensionati del Nord ai disoccupati del Sud. Ci sarebbe un modo di ricomporre il paese, ma nessuno vuole intraprendere questa strada

di Tito Boeri

Le elezioni del 4 marzo hanno dipinto di blu, il colore della coalizione di centro-destra dominata dalla Lega, la cartina elettorale del Nord Italia. Al Sud, dove gli elettori hanno dato una vittoria schiacciante al Movimento 5 stelle, sulla mappa prevale un giallo brillante. Al Centro, si vedono solo alcuni sprazzi di rosso nelle regioni in cui una volta il centro-sinistra primeggiava.

Nessun partito o coalizione ha ricevuto abbastanza voti per governare da solo, lasciando la Lega e i 5 stelle alla ricerca spasmodica di alleati per formare un governo.

Il problema per i due partiti è che, nonostante possano trovarsi d’accordo su cosa disfare, propongono ricette divergenti su cosa fare. È perciò impossibile per loro governare stabilmente insieme ed è probabile che il loro modo di interpretare il disagio economico fortifichi una divisione Nord-Sud che renderà il paese ingovernabile per molto tempo.

Sia la Lega che i 5 stelle vogliono smantellare la riforma delle pensioni del 2011 – un drastico aumento dell’età pensionabile messo in atto in risposta alla crisi finanziaria. Entrambi vogliono eliminare gradualmente la riforma del mercato del lavoro del 2015 – il cosiddetto Jobs act – che ha indebolito i regimi di protezione dell’impiego aumentando le tutele per la disoccupazione. Sull’immigrazione le vere scelte avvengono su scala europea. Comunque, i due partiti hanno entrambi proposto la chiusura delle frontiere e un rimpatrio in larga scala degli immigrati irregolari.

Ma se Lega e M5s sono d’accordo su cosa smantellare, non hanno punti in comune per quanto riguarda quello che vogliono effettivamente fare.

I 5 stelle sostengono il “reddito di cittadinanza” – uno schema molto generoso di reddito minimo garantito, il cui costo è prudenzialmente stimato intorno ai 30 miliardi di euro (quasi il 2 per cento del Pil italiano). La Lega e gli altri partiti della coalizione di centro-destra, invece, hanno fatto campagna elettorale su una flat tax che, se attuata, ridurrebbe le entrate fiscali, secondo le stime, di 60 miliardi.

Entrambe le misure sarebbero incompatibili con la riduzione o anche solo la stabilizzazione del debito pubblico. Attuarle insieme è impensabile.

Queste due ricette di politica economica contrappongono frontalmente due blocchi sociali e spiegano la geografia del voto.

Il reddito di cittadinanza dei 5 stelle ha fatto breccia tra i disoccupati, che in larga misura sono concentrati al Sud. La flat tax della Lega favorisce i lavoratori e i pensionati del Nord, dove i salari e le pensioni sono più alti in termini nominali rispetto al Sud, ma comprano meno che nel Mezzogiorno perché il costo della vita è molto più alto.

La flat tax è attraente nelle regioni con redditi nominali più alti e un elevato costo della vita. Infatti, quando i salari aumentano, una tassazione fortemente progressiva può spingere un contribuente verso uno scaglione fiscale più alto, anche se il suo reddito reale non è di fatto aumentato.

I due partiti si trovano dunque in una situazione di impasse. Gli elettori della Lega non accetteranno mai di rinunciare alla promessa riduzione fiscale per finanziare trasferimenti a persone del Sud che non lavorano. Allo stesso modo, i 5 stelle non possono abbandonare la loro principale proposta elettorale senza una ribellione del loro elettorato meridionale.

Il risultato è che il paese intero – e non solo il sistema politico –rimarrà probabilmente diviso e paralizzato per un lungo periodo.


La questione salariale
Il profondo divario tra le regioni italiane ha una semplice spiegazione: i salari sono troppo bassi al Nord e troppo alti al Sud.

A partire dagli anni Settanta, i salari italiani sono fissati attraverso un sistema di contrattazione salariale centralizzata, tra sindacati e associazioni datoriali nazionali. I compensi per lavori simili sono dunque quasi gli stessi al Nord e al Sud, nonostante ci siano crescenti differenze nella produttività.

In media i differenziali di produttività tra un’azienda in Lombardia e una in Sicilia sono intorno al 30 per cento, mentre le differenze nei salari nominali a parità di qualifiche e nello stesso settore sono nell’ordine del 5 per cento. Di conseguenza, per le aziende meridionali è difficile competere, così si crea disoccupazione al Sud, emigrazione al Nord con prezzi delle case e costo della vita più alti e, dunque, salari reali più bassi al Nord che al Sud.

Un percorso controllato verso la decentralizzazione dei salari, del tipo di quello avviato in Germania dopo l’unificazione, ridurrebbe questi squilibri e la povertà dovuta alla disoccupazione al Sud, portando i salari in linea con i livelli di produttività locali. Permetterebbe anche ai lavoratori del Nord di avere redditi reali più vicini a quelli che spererebbero di avere con una flat tax.

Sfortunatamente, né la Lega né il Movimento 5 stelle hanno intenzione di affrontare il problema. I partiti populisti non sono disposti ad avere a che fare con i corpi intermedi come i sindacati o le associazioni datoriali. Ed è difficile riformare la contrattazione collettiva senza le parti sociali. Dal canto loro, né i sindacati né le associazioni datoriali sono così ansiosi di smantellare il sistema attuale, che dà a entrambi grande potere. L’accordo siglato la settimana scorsa da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil è motivato principalmente dal desiderio di evitare l’introduzione di un salario orario minimo in Italia. Come già discusso su Lavoce.info, il salario minimo sarebbe uno strumento potente per decentrare la contrattazione.

Se i vincitori delle elezioni vogliono davvero cambiare il paese, dovranno presentarsi con soluzioni, come il salario minimo, che accontentino sia l’elettorato del Nord che quello del Sud. Ma, date le promesse elettorali di entrambi i partiti, è ben più probabile che il paese rimanga diviso.

Tito Boeri per Lavoce.info
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