Anno III - Numero 39
La storia insegna, ma non ha scolari.
Antonio Gramsci

martedì 6 marzo 2018

E ora sono dazi nostri

Dopo poco più di un anno di attesa, e mesi dopo aver aperto il dossier della “sicurezza nazionale”, Donald Trump ha deciso di applicare dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio, nella misura del 25% e del 10% rispettivamente. Delle tre opzioni possibili (tariffa generalizzata, tariffa selettiva mista ad un sistema di quote contro Cina ed altri paesi, quote universali), è stata scelta quella che fa più danno al commercio mondiale

di Mario Seminerio

La Casa Bianca aggira il sistema di dispute della WTO, che richiede comunque anni per giungere a “sentenza”, e che gli americani stanno comunque boicottando, impedendo la nomina dei membri del panel che deve dirimere le dispute, e lo fanno invocando la sicurezza nazionale. I mercati azionari hanno reagito subito male, scordandosi timori e paranoie sul numero di rialzi dei tassi ufficiali che la Fed attuerà quest’anno.


La Ue ha già annunciato, se i dazi americani saranno confermati, misure di “salvaguardia” per evitare di farsi inondare da acciaio e alluminio da paesi che esportavano negli Usa, e misure direttamente ritorsive contro produzioni americane. Tra i probabili target di quest’ultime ci sono i formaggi del Wisconsin e il bourbon del Kentucky, che “casualmente” sono i collegi elettorali dei due leader Repubblicani di Senato e Camera, Mitch McConnell e Paul Ryan.

La Cina, che è obiettivo della misura americana, e che da anni alluviona il mondo con il suo eccesso di capacità produttiva, sarebbe però colpita in modo trascurabile, perché esporta una quota modesta di acciaio e alluminio negli Usa, essendo già assoggettata a tariffe e quote. Il timore degli americani è però che acciaio e alluminio cinesi arrivino da paesi terzi dove Pechino possiede impianti. Probabile che Canada, Messico e Germania chiedano di essere esentate dalla misura, in quanto alleati militari degli Usa e/o facenti parte di accordi commerciali regionali.

La misura avrà effetti a cascata non lievi, considerando che negli Usa ci sono circa 6,5 milioni di persone che lavorano in settori che impiegano acciaio ed alluminio, contro soli 80 mila occupati nell’acciaio, e la sostituzione di produzioni importate con quelle domestiche causerà comunque aggravi di costi.

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