Anno III - Numero 48
Chi non dubita, non grida.
Nicolás Gómez Dávila

martedì 28 novembre 2017

Gli immigrati? Un affare per l'Inps

Gli immigrati sono oggi un vantaggio per l’Inps. E lo saranno finché la distribuzione per età della popolazione straniera rimarrà simile a quella attuale. Quanto alle truffe di cui spesso si parla, sono un fenomeno del tutto marginale

di Enrico Di Pasquale, Andrea Stuppini e Chiara Tronchin

Nella complessa relazione tra il fenomeno migratorio e i servizi di welfare, il tema della previdenza e dell’assistenza sociale merita una attenzione particolare: occorre rifuggire dalle semplificazioni secondo cui gli immigrati pagano le pensioni agli italiani, ma anche dare un ordine di grandezza alle truffe ai danni dell’Inps da parte dei cittadini stranieri, di cui spesso si occupano i mezzi di informazione.

È una verità difficilmente contestabile che gli immigrati rappresentino oggi un vantaggio per l’Inps (come avviene in tutti i paesi sviluppati): la loro età media (33 anni) è inferiore di oltre 10 anni rispetto a quella degli italiani (45 anni).


Su 16 milioni di pensionati, gli stranieri sono circa 130 mila (80 mila pensioni contributive e 50 mila pensioni assistenziali), meno dell’1 per cento del totale, per un importo di circa 800 milioni di euro (2015). Sul lato delle entrate, i 2,4 milioni di lavoratori stranieri versano all’Inps oltre 10 miliardi di euro l’anno. In un sistema pensionistico basato sul presupposto per cui i lavoratori attuali pagano gli assegni ai pensionati attuali, la bassa età media degli immigrati porta un beneficio immediato.

Inoltre, la percentuale di lavoratori stranieri a cui si applica il più vantaggioso metodo di calcolo retributivo è molto esigua, poiché solo lo 0,3 per cento poteva vantare almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995. Il 12,1 per cento è soggetto al metodo di calcolo misto e ben l’87,6 per cento vedrà la propria pensione interamente calcolata con il metodo contributivo.

Per avere un termine di paragone, l’85 per cento delle pensioni oggi in pagamento per i nativi è basato sul sistema retributivo.

Nel suo XVI rapporto annuale, l’Inps stima che, in totale assenza di flussi migratori, da qui al 2040 il paese risparmierebbe 35 miliardi di prestazioni sociali destinate agli immigrati, ma percepirebbe 73 miliardi in meno di entrate contributive, con una perdita netta complessiva stimabile in 38 miliardi di euro: circa 1,7 miliardi per ciascuno dei ventidue anni considerati.

I contributi “persi”
Sono almeno tre motivi per i quali il rapporto tra immigrati e previdenza è peculiare. Il primo è il requisito minimo di venti anni di contributi per accedere a qualunque trattamento previdenziale che si applica a coloro che rientrano nel sistema retributivo o misto (sono oltre il 12 per cento): gli immigrati che sono arrivati in Italia in età matura e soprattutto quelli che rientrano nel paese di origine per ragioni lavorative o familiari possono fallire questo traguardo. Il secondo motivo è che per ottenere la pensione occorre fare domanda all’Inps: può sembrare banale, ma negli anni scorsi migliaia di immigrati sono rientrati nel paese di origine senza presentare la domanda di pensionamento, pur avendone i requisiti. Il terzo motivo sono i requisiti più restrittivi per le pensioni di reversibilità stabiliti dalla legge 189/2002 (cosiddetta “Bossi-Fini”): se il decesso del coniuge si è verificato prima dell’età pensionabile, al superstite rimpatriato non spetta la pensione di reversibilità.

In base a questi elementi, il presidente dell’Inps Tito Boeri calcola che negli ultimi anni gli immigrati abbiano lasciato nelle casse dell’Istituto circa 3 miliardi di euro di contributi versati, per prestazioni cui avrebbero avuto diritto se fossero rimasti in Italia.

L’impatto delle irregolarità
Sul versante opposto, quello di indebite appropriazioni ai danni del sistema previdenziale, vengono spesso citati i casi di truffa legati agli assegni sociali che spettano ai percettori di redditi bassi (inferiori a 5.824,91 euro annui o a 11.649,82 euro se il soggetto è coniugato nel 2017), che hanno compiuto almeno 65 anni e 7 mesi e vivono in Italia da almeno 10 anni. L’importo dell’assegno sociale viene ritoccato ogni anno (per il 2017 è di 448,07 euro per 13 mensilità) e viene revocato se il titolare soggiorna all’estero per più di trenta giorni.

L’intensificarsi dei controlli attraverso le banche dati elettroniche ha permesso di rilevare alcuni casi di truffe perpetrate da cittadini stranieri che sono entrati in Italia attraverso i ricongiungimenti familiari, ma che poi sono risultati risiedere all’estero (i primi paesi citati sono nell’ordine Albania, Marocco e Argentina). Per quanto grave, il fenomeno riguarda in tutto circa 500 casi, per un totale di 10 milioni di euro, e spesso ha per protagonisti i familiari di ex emigrati italiani.

L’analisi del contributo degli immigrati al sistema previdenziale e il loro basso impatto sulla spesa pensionistica permette dunque di affermare che il rapporto è particolarmente vantaggioso per il sistema previdenziale (come in tutti i paesi sviluppati), almeno finché la distribuzione per età della popolazione straniera rimarrà simile a quella attuale.

Tuttavia, i calcoli dell’Inps sulla necessità di nuova immigrazione si basano sull’assunto che si tratti di immigrazione regolare, immediatamente occupabile e rapidamente integrata: per valorizzare appieno il potenziale contributo dei lavoratori stranieri è necessario investire nei percorsi di integrazione e, soprattutto, nell’inclusione lavorativa regolare.

Di Pasquale, Stuppini e Tronchin per Lavoce.info
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