Anno III - Numero 24
Nella società agricola il vecchio è il saggio, in quella industriale è un relitto.
Carlo Maria Cipolla

martedì 30 maggio 2017

L'euro e il principio di autorità

Il principio di autorità non è mai un argomento convincente, ed è stupefacente che venga usato proprio da tanti economisti (che si vantano di essere costituzionalmente dissacratori) nel dibattito sull’euro. Men che meno autorizza a usare i dati in maniera superficiale ed errata.

di Roberto Perotti

Pochi giorni fa un gruppo di 25 premi Nobel ha pubblicato sulle pagine di Le Monde un appello pro-euro. Al di là e al di qua delle Alpi, per molti quell’appello fu sufficiente per chiudere il dibattito: “ipsi dixerunt”, e questo deve bastare. Eppure, tutti sanno che tra quei premi Nobel alcuni non hanno la benché minima conoscenza di macroeconomia, e altri non si sono mai occupati di questioni europee (e qualcuno, sospetto, non saprebbe nemmeno indicare il Belgio sulla carta geografica).
Le istanze degli euroscettici, per quanto in certi casi presentate confusamente, esprimono un disagio reale: meritano una trattazione meno superficiale. Da quando tra gli economisti (che si vantano di essere costituzionalmente dissacratori) vige il principio di autorità? Con le dovute proporzioni, questa situazione rischia di ricordare la Riforma protestante: a furia di ipse dixit, anatemi e scomuniche, gli scolastici, pur con tutti i loro titoli accademici e le loro cariche ecclesiastiche, si ritrovarono spazzati via da Lutero e Calvino.

L’Argentina nel 2002: non tutto è così ovvio
Senza scomodare i premi Nobel, lo stesso atteggiamento condiscendente si ritrova anche nel dibattito nostrano. Un esempio è il modo in cui alcuni pro-euro citano spesso l’esperienza dell’Argentina, che nell’inverno del 2002, abolì il currency board (una specie di unione monetaria con il dollaro) e svalutò pesantemente.

Una svalutazione riduce il prezzo in euro delle esportazioni italiane, aumentando così la domanda di prodotti italiani e l’occupazione; ma aumenta anche il prezzo in lire delle importazioni, riducendo così il potere di acquisto dei salari e di tutti i redditi. I no-euro, sostengono i pro-euro, “la fanno facile” perché non rendono mai esplicita questo secondo effetto delle svalutazioni, che può portare a una riduzione della domanda, del Pil pro-capite, e della occupazione.

Non ci sono verità rivelate in questo campo: alla fine è una questione empirica. I pro-euro citano spesso due dati. Il Pil reale (cioè la quantità di beni e servizi prodotta nell’economia argentina) cadde nel 2002 del 12 percento, una recessione terribile. Ma omettono spesso un altro dato: subito dopo, dal 2003, il Pil cominciò a aumentare al ritmo dell’8 percento per ciascuno dei cinque anni successivi. Nel 2004 era tornato ai livelli del 2001, e dal 2005 era ben superiore. Un no-euro potrebbe, altrettanto a ragione, concludere da questi dati che la svalutazione ha funzionato.

Questo non vuole negare l’enorme sconvolgimento sociale che avvenne in quegli anni in Argentina, con un fortissimo aumento della povertà e altre drammatiche manifestazioni di malessere. Ma è ragionevole attribuire tutto questo all’abolizione del currency board? L’economia argentina sotto il currency board stava già implodendo: nei tre anni precedenti il 2002 il Pil era già sceso del 10 percento. Il currency board era semplicemente insostenibile. Se tolgo un coperchio da una pentola che bolle, il fumo che ne esce non è stato causato dalla mia azione di togliere il coperchio: anzi, posso dire di avere evitato una esplosione peggiore.

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