di Mario Seminerio
La scala del fenomeno immigratorio negli Stati Uniti è assai inferiore a quanto registrato altrove: è il tema di una recente indagine di Bloomberg. Che ha scoperto, tra le altre cose, che in Canada lo scorso anno il tasso di immigrazione è stato del 32 per mille. Cioè 32 ingressi netti ogni mille residenti. Negli Stati Uniti, questo dato è pari a 10. Quella canadese doveva essere una immigrazione “smart” e pianificata, grazie al sistema a punti: il paese ne è finito travolto. Negli ultimi due anni, in Canada sono arrivati in 2,4 milioni. Il primo punto di criticità dei fenomeni immigratori, destinato ad avere evidenti ripercussioni politiche oltre che economiche, per l’impatto sugli standard di vita, è quello relativo al mercato immobiliare.

La “recessione pro-capite”
Ma fenomeni analoghi sono in atto anche in Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda. L’indagine di Bloomberg scopre che, alla fine dello scorso anno, tredici economie sviluppate si trovavano in una condizione definita di “recessione pro-capite”, vale a dire che il Pil complessivo può pure essere aumentato, ma l’aumento di popolazione prodotto dalla forte immigrazione ha determinato una variazione negativa a livello pro capite per i classici due trimestri consecutivi.
Alla base di questo fenomeno possono esserci più fattori: ad esempio, l’aumento di persone impiegate in lavori meno produttivi, o il fatto che i nuovi arrivati tipicamente guadagnano meno. Ma la penuria di abitazioni e il relativo stress al costo della vita causato da aumento di prezzi degli immobili, degli affitti e la conseguente inflazione (che induce le banche centrali a non allentare la politica monetaria) sono argomento centrale al dibattito e una combinazione tossica per i governi in carica nei paesi interessati più massicciamente dal fenomeno.
L’arretramento negli standard di vita causa l’ascesa dei populismi e la spinta a frenare l’immigrazione, che a sua volta ha ricadute economiche, visto che la carenza di lavoratori causa squilibri di altro segno ma non meno problematici, nei paesi in cui il tasso naturale di crescita della popolazione non riesce a compensarne l’invecchiamento.
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