Anno X - Numero 39
Il tempo degli eventi è diverso dal nostro.
Eugenio Montale

martedì 10 marzo 2020

Le Sardine: pregi e difetti

È inutile chiedere alle Sardine un programma politico, una prospettiva, rivendicazioni più concrete, una forma organizzativa duratura: rappresentano piuttosto il modo in cui un certo numero di persone, socialmente caratterizzate più da come impiegano il loro tempo libero che dai lavori che fanno, ha deciso di fare pressione su un’area politica, la sinistra dentro le istituzioni, perché di fronte a Salvini si smetta di subire la sua prosopopea o di rincorrerlo sui suoi stessi argomenti. Il tutto dentro una prospettiva che rischia di essere funzionale al neoliberismo progressista che salva l’anima e il capitalismo e che perciò può piacere molto a quelle aree politiche in cerca di una rifondazione identitaria che al proletariato brutto, sporco e cattivo sostituisca come base elettorale un soggetto sociale più presentabile, più disposto a patteggiare maggiori diritti civili in cambio di minore uguaglianza economica e più colluso con il potere degli immaginari creati dai nuovi media

di Fulvia Antonelli

Le Sardine nascono da una incapacità di dormire la notte. Quattro giovani trentenni, Mattia Santori, Andrea Garreffa, Giulia Trappoloni e Roberto Morotti, ex studenti universitari, ex coinquilini rimasti amici nonostante facciano tutti lavori diversi – consulente in una società che si occupa di ambiente, guida turistica, ingegnere, fisioterapista – non ci hanno dormito la notte all’idea che Salvini
avrebbe inaugurato a Bologna il 14 novembre del 2019 la campagna elettorale della candidata della Lega alle regionali in Emilia Romagna, Lucia Borgonzoni. Il raduno della Lega era previsto al Paladozza, il palazzetto casa dello sport più simbolico di Bologna, il basket: 5.570 posti a sedere.

E sempre perdendo ore di sonno – e quindi dopo il lavoro – il gruppo di amici ha deciso di fare qualcosa, una cosa artigianale, leggera, accessibile a tutti e un po’ “smart” come si dice di questi tempi: un flashmob. Il flashmob è una manifestazione veloce, quando non hai tanto tempo, una cosa che fai dopo il lavoro, che non implica una forte organizzazione, un tipo di azione che in Italia assume spesso una valenza politica, è insomma una protesta contro qualcosa. Negli Stati Uniti, da dove la pratica si è diffusa, il primo e più famoso flashmob è il No pants subway ride, che consiste nell’andare in metropolitana in mutande d’inverno, in un giorno e in un momento stabilito via social. Non c’è un messaggio o uno scopo preciso, è una celebrazione della stupidità: molti stupidi in mutande possono così riconoscersi fra stupidi e, in una città grande come New York, trovare qualcosa in comune con altri dà un bel senso di appartenenza. American way of life.

Quando invece nel 2016 è stato realizzato a Mosca, è scattata un’inchiesta, anche se non si è riusciti a identificare chiaramente un reato nella condotta dei partecipanti, che in alcuni casi i partecipanti sono stati fermati e multati: segno che a volte le forme e i contenuti di una azione condotta da un gruppo di persone nello spazio pubblico sono più o meno radicali non in sé, ma a seconda del grado di repressione dall’alto che capita di ricevere.

Il flashmob non ha un messaggio, una lista di richieste e di petizioni, spesso è una manifestazione muta, ha la caratteristica di essere improvvisa, si diffonde nel mondo parallelo dei social, si serve del passaparola e, secondo la teoria dei sei gradi di separazione, di post in post la notizia arriva anche a persone che non sono in contatto fra di loro, anche se in qualche modo si assomigliano o hanno qualcosa in comune.

Perché un flashmob funzioni, poiché il centro dell’azione non è una piattaforma politica, ma è più l’espressione di una collettività che in qualche modo si coalizza attorno a qualcosa, è necessario che ci sia un simbolo, uno sfondo integratore comune, possibilmente qualcosa di accattivante e creativo, che può essere declinato in modi diversi dalle persone che aderiscono alla manifestazione-performance. Da qui l’immagine delle sardine: un pesce piccolo, alla base della catena alimentare, popolare, che si muove in branco, la cui sagoma è facilmente riproducibile. E allora per i quattro amici la sfida lanciata è stata quella di essere in 6mila persone stipate come sardine nella maggiore piazza di Bologna, al centro della città e della visibilità pubblica.

E chi è andato in piazza con le Sardine? Per certi versi le infinite varianti dei quattro amici insonni: giovani trentenni, ma anche i fratelli più piccoli, i loro genitori e qualcuno dei loro nonni; ci sono andati insegnanti, educatori, volontari e attivisti del mondo dell’associazionismo e del volontariato; ci sono andate le famiglie che accolgono ragazzi migranti dentro le reti dell’accoglienza diffusa; gente che fa volontariato nella Caritas o nelle organizzazioni religiose, spesso persone silenti, che non alzano la voce, ma che nelle loro vite sono abituate a piccoli atti quotidiani di solidarietà. Insomma in piazza con le Sardine sono andati tutti coloro che – esponenti di una classe media con una certa coscienza civile, un certo grado di attivismo nel sociale, una buona istruzione, un livello di reddito medio/buono – sono inorriditi dai toni e dal livello della politica attuale, di cui Salvini è il più rocambolesco esponente: una sorta di incarnazione di un personaggio dei cinepanettoni a ogni stagione; che si traveste da uomo del popolo; feticista delle divise; che spara cifre, numeri e dati senza alcun fondamento; che dice sempre “gli italiani pensano”, “gli italiani dicono”, “gli italiani vogliono o non vogliono”, la cui immagine pubblica è quella di un leader a torso nudo in spiaggia, mentre fa il dj set con al collo un tao della prima comunione che si perde nel villoso petto.

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