Anno X - Numero 39
Il tempo degli eventi è diverso dal nostro.
Eugenio Montale

lunedì 30 marzo 2020

Appunti sulla quarantena

Il morbo, oggi, non è un evento quanto piuttosto l’occasione diffusa (non il pretesto) di una mutazione dei rapporti sociali normali. Si trattasse solo di una sospensione, potremmo farcela. Se è in atto una mutazione, bisogna vedere. Non è detto che sia un timore, non erano stupendi, questi rapporti. Ma quale sarà la socialità di domani, se ci sarà un domani, naturalmente?

di Vittorio Giacopini

Per quanto ne sappiamo, potremmo anche essere caduti dentro un buco nero, senza accorgercene. In termini di fantascienza sarebbe persino auspicabile, consolante: il tempo fermo, la stasi, l’arresto, la clausura forzata, i rapporti sociali interrotti, sbiaditi, ridotti a uno stato larvale, elementarissimo. E questa assoluta incapacità di prefigurare il futuro, guardare “oltre” . Se fosse un buco nero, magari ci sarebbero altre dimensioni temporali, e scappatoie. Un buco nero, ce l’hanno ripetuto all’infinito nemmeno un anno fa, è l’alfa e l’omega di tutto, inizio e fine. L’orizzonte degli eventi: magari ci siamo dentro, chi può dirlo? Un orizzonte senza orizzonte, naturalmente. Di fatto, viviamo un tempo non tempo: l’immagine classica della “freccia” è inadeguata e più calzanti metafore si impongono: gorghi di palude, risciacqui di liquido amniotico, fanghiglia limacciosa, esitante, sabbie (im)mobili: il grado zero della vita politica e umana ai tempi del “distanziamento sociale”, e del lockwdown.

Immersi in questo orizzonte senza orizzonte conviene ragionare sull’attimo prima, sui “presentimenti di ieri” , sui sintomi anticipanti, sul non detto. Il “prequel” magari non spiega tutto ma è illuminante. Un buon “rapporto sui sentimenti politici della nazione” dovrebbe tenerne conto, lucidamente, e, come sempre, è il caso di misurare il presente col vecchio, classico, infallibile doppio metro dell’ipocrisia, e dell’autoinganno (ovvio: siamo tra Montaigne e Freud, dentro il … moderno). Per come la sento, per come la vedo o la posso intuire, l’elemento di maggior sorpresa è l’adeguamento, il velocissimo adeguamento del corpo sociale a un nuovo regime di confino di massa. I sintomi anticipanti, l’attimo prima: prima ancora della decisione del governo sul lockdown (decisione o decisioni, che sia tutto un work in progress è marginale) c’era già chi aveva l’ansia di auto-applicare la norma ‘cinese’: tombarsi in casa, chiudere tutti i ponti alle relazioni e forse non soltanto per paura (ancora non c’era ragionevole motivo d’avere paura, o così paura). Il diktat-quarantena è stato accolto, per quanto in forma inespressa, con sollievo. Passano le settimane, passano i giorni: non è chiaro se la ‘cura’ funzioni ma il punto, almeno su questo fronte, non è questo. La passività, l’inerzia, la facilità, addirittura la gioia perversa con cui si è accolta una decisione politica che impone la quarantena è sconcertante. Non sono paradossale, guardo le cose. Lo stato d’eccezione è…. normalissimo. D’altronde, è almeno dal cinquecento che ogni teorizzazione filosofico-politica è una variazione sul tema della ‘servitù volontaria’ di La Boetie (l’amico di Montaigne, come ti sbagli). Prima ancora di discettare del morbo dovremmo interrogarci sul nostro inconscio politico, e sui nostri alibi.

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