di Alessia De Luca*
Mentre il mondo, Pechino in primis, cerca di contenere l’epidemia di coronavirus, a suscitare preoccupazione è anche la tenuta dell’economia cinese, e le possibili ricadute a livello mondiale. Secondo la banca mondiale il Pil cinese oggi è otto volte più grande del 2003, quando il continente fu investito dalla Sars, e da allora la quota della Cina sul Pil mondiale è quadruplicata, passando dal 4 al 16% . Pechino rappresenta la seconda economia più grande del mondo e un motore chiave della crescita economica globale. Perciò qualsiasi fattore negativo la coinvolga si rifletterà anche ad altre latitudini. Su questo, la direttrice del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, è chiara: “L’epidemia probabilmente rallenterà la crescita economica mondiale nel breve periodo – ha detto – Quanto al lungo periodo, è ancora troppo presto per dirlo”.
Peggio della Sars?
L’economia cinese sta rallentando. E non è colpa del coronavirus. Già prima dell’epidemia, nel 2019, il Pil cinese si era assestato al 6,1%, ben al di sotto del 6,5% indicato dal partito comunista cinese come il cosiddetto ‘New Normal’. E nel primo trimestre del 2020 potrebbe scendere molto di più di quanto non abbia già fatto nel quarto trimestre del 2019. È per questo che il contesto in cui si sviluppa il coronavirus è profondamente diverso da quello del 2003 con la Sars: allora l’economia cinese veniva da anni di crescita tumultuosa, apparentemente inarrestabile. Oggi, la debolezza pregressa e le sfide interne e internazionali – basti pensare alla guerra dei dazi con Donald Trump e alle proteste a Hong Kong – potrebbero complicare notevolmente la ripresa di Pechino, una volta che l’epidemia sarà fermata.
Virus vs dragone?
Nel primo giorno dalla riapertura delle borse dopo il Capodanno lunare, Shanghai ha perso il 7,72% e Shenzhen l’8,41%. I tassi peggiori dal 2015. Intanto la Banca centrale ha iniziato a dispiegare una maxi-iniezione di liquidità per far fronte alle ricadute dell’epidemia sui mercati. Ancora difficile invece, provare a quantificare l'impatto economico complessivo. Standard&Poor's stima fino a meno 1,5% di Prodotto interno lordo rispetto alle previsioni di fine 2019. I rallentamenti sono previsti soprattutto nel primo e nel secondo trimestre di quest’anno, ma per la stabilizzazione bisognerà aspettare la fine del 2020, mentre la ripresa - nell'intera area pacifico-asiatica ci sarà solo a inizio 2021. Ieri, nel primo giorno di ripresa dopo il prolungamento delle ferie, sono state almeno 24 le province e municipalità cinesi, come Shanghai, Chongqing e il Guangdong, che hanno rinviato la ripresa delle attività economiche e produttive. Si tratta di aree che nel 2019 hanno pesato per oltre l’80% in termini di contributo al Pil della Cina e per il 90% all’export. Di conseguenza, la domanda di petrolio da parte del gigante asiatico è crollata di 3 milioni di barili al giorno, pari al 20% del fabbisogno totale. Si tratta del più severo choc subito dalla domanda di petrolio dalla crisi finanziaria del 2008-09 e del più repentino attacco alle Torri Gemelle. La preoccupazione è che se la Cina rallenta non solo comprerà molto meno petrolio, ma comprerà molto meno di tutto.
Effetto a catena?
Se Pechino comincia a fare i conti con gli effetti economici dell’epidemia, nel resto del mondo i contraccolpi commerciali seguono principalmente due direttrici: la riduzione di esportazioni verso la Cina e il venir meno della spesa turistica dei cinesi all’estero. Finora 46 compagnie aeree hanno sospeso i collegamenti, causando un calo dei turisti cinesi e, di conseguenza, nelle vendite di prodotti di lusso. Per la prima volta, anche il sistema moda italiano ha previsto un primo trimestre negativo al -1,5 per cento. Inoltre la chiusura prolungata in molte regioni cinesi, crocevia dell’industria manifatturiera e siderurgica colpirà ulteriormente l'economia mondiale. Basti pensare che per far fronte alle chiusure prolungate delle ditte produttrici cinesi, aziende come Hyundai sono state costrette a chiudere i loro stabilimenti per carenza di componenti, mentre Apple ha deciso di chiudere i suoi punti vendita in Cina come misura precauzionale fino al 9 febbraio.
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