di Marzio Galeotti e Alessandro Lanza
È a partire dagli anni Ottanta che il dilemma tra conservazione dell’ambiente e crescita economica comincia a porsi in tutta la sua drammaticità. Nel 1983 fu creata la World Commission on Environment and Development, nota per aver pubblicato, nel 1987, il rapporto Our common future. Qualche anno dopo (1992), con l’Earth Summit di Rio de Janeiro, la UN Conference on Environment and Development dà ufficialmente inizio a una stagione di maggiore attenzione alle relazioni tra ambiente e sviluppo.
Ci sono tre possibilità di risolvere il dilemma: si può ritenere che crescita e ambiente siano incompatibili e quindi privilegiare la prima ovvero il secondo. In alternativa, si può cercare di percorrere la stretta via di uno sviluppo compatibile con l’ambiente. La prima è una visione “industrialista”, da “partito del Pil”, mentre la seconda sposa la decrescita (felice? Chissà). La terza via, quella che può essere definita dello sviluppo sostenibile, persegue il disaccoppiamento tra crescita economica e protezione dell’ambiente.
Se sul piano disciplinare gli economisti dell’ambiente si collocano quasi invariabilmente all’interno della terza visione, sul piano politico-sociale le cose sono meno nitide. Ma se declinate in salsa politica nazionale, le tre visioni si chiamano grossomodo Lega, Movimento 5 stelle, centrosinistra.
La sinistra, in particolare, si è trovata in crescente difficoltà nell’affrontare il dilemma: privilegiare l’occupazione (cioè lo sviluppo economico) anche con danni ambientali rilevanti? Oppure la salvaguardia dell’ambiente, anche se porta alla cessazione di attività produttive?
Il dramma di Taranto
Il caso emblematico – naturalmente non l’unico – è l’ex-Ilva di Taranto.
L’impianto ha una lunga, quanto tormentata, storia. Inaugurato il 10 aprile 1965 dall’allora presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, il polo nacque con molte aspettative di rilancio di una zona in grande difficoltà come era Taranto all’inizio degli anni Sessanta. E fu ragione di speranza e fonte di occupazione per migliaia di famiglie. Una centralità sul territorio, accompagnata dall’intera società in tutte le sue forme. Basti ricordare un evento eccezionale: il celebre discorso di Papa Paolo VI, in visita pastorale dentro la fabbrica nel Natale del 1968.
Dopo una privatizzazione non felicissima da parte del gruppo Riva, l’acciaieria viene oggi gestita (non acquisita) dal gruppo ArcelorMittal, che conta in Italia oltre 10 mila dipendenti, di cui 8.277 nel sito produttivo di Taranto.
La gestione dell’acciaieria determina (o ha determinato sin qui) due principali effetti negativi. Il primo, più immediato e tragico, relativo alla sicurezza sul lavoro, cui da diversi anni si è unito quello, più subdolo, relativo alla dimensione ambientale. Sul tema della sicurezza sul lavoro, nelle statistiche internazionali l’Italia si segnala per le sue 1.218 denunce di infortunio mortale nel 2018 (in crescita del 6,1 per cento rispetto al 2017). Tuttavia, la crisi che desta particolare attenzione è quella relativa all’inquinamento e al suo enorme impatto sulla salute della popolazione.
L’elenco dei veleni oggi presenti a Taranto e nei quartieri più esposti è davvero impressionante, così come lo è il numero delle morti “riconducibili” alle emissioni dell’acciaieria. Già nel 2012, su iniziativa del giudice Patrizia Todisco e dopo molteplici perizie scientifiche fu stabilito che vi fossero ben 164 morti “riconducibili” alle emissioni dell’acciaieria. La concentrazione delle sostanze tossiche è più alta nei quartieri più vicini alle ciminiere: lì la mortalità è quadrupla e i ricoveri per malattie cardiache tripli rispetto al resto della città. La cronistoria tragica degli interventi, dei mancati interventi, delle critiche, delle denunce è infinita.
Che l’impianto di Taranto inquini non stupisce nessuno e non dovrebbe rappresentare una novità. La stessa ArcelorMittal autocertifica emissioni annuali di oltre 2 mila tonnellate di polveri, 8.800 tonnellate di idrocarburi policiclici aromatici, 15 tonnellate di benzene e svariate tonnellate di altri inquinanti, nel pieno rispetto dei limiti di legge. Il problema è che periti chimici ed epidemiologici, nominati in fasi diverse dalla magistratura, hanno appurato senza ombra di dubbio che varie norme anti-inquinamento non sono rispettate e che questo ha prodotto gravi danni alla salute degli abitanti che vivono nei quartieri a ridosso del siderurgico.
C’è di più: ai tempi dell’estromissione dei Riva dalla gestione dell’impianto, la magistratura aveva assodato che tra il 1995 e il 2005 vi erano stati 386 morti a causa alle emissioni delle acciaierie, accompagnate, nello stesso periodo, da centinaia di ricoveri ospedalieri per gravi malattie legate dall’esposizione ai numerosi inquinanti emessi in atmosfera dall’impianto: 237 casi di tumori maligni, 247 infarti, 937 ricoveri per malattie respiratorie, 17 casi di tumori infantili.
I periti allora nominati della procura di Taranto calcolarono un totale di 11.550 morti in sette anni (in media 1.650 l’anno), legate soprattutto a cause cardiovascolari e respiratorie, e 26.999 ricoveri, per la maggior parte per cause cardiache, respiratorie e cerebrovascolari. Le concentrazioni di agenti inquinanti e la proporzione di decessi e malati è altissima nei quartieri limitrofi alla zona industriale. Secondo i dati ufficiali del rapporto «Sentieri» dell’Istituto superiore di sanità, nel 2003-2009 Taranto registra (rispetto alla media della Puglia) un +14 per cento di mortalità per gli uomini e un +8 per cento per le donne. La mortalità nel primo anno di vita dei bambini è più alta del 20 per cento. Forti differenze ci sono anche su tumori e malattie circolatorie, con addirittura un +211 per cento rispetto alla media pugliese per i mesoteliomi della pleura.
L’aggiornamento dell’analisi della mortalità relativo al periodo 2006-2013 evidenzia, tra i residenti, eccessi di rischio, della mortalità generale e per grandi gruppi, rispetto a quanto si osserva nel media di riferimento. Nella popolazione residente (uomini e donne) risulta aumentato anche il rischio di decesso per le patologie considerate a priori come associate all’esposizione industriale specifica del sito, in particolare per il tumore del polmone, il mesotelioma e le malattie dell’apparato respiratorio, soprattutto per quelle acute tra gli uomini e quelle croniche tra le donne. Per il tumore del polmone e il mesotelioma anche lo studio dell’incidenza conferma l’eccesso osservato in quello della mortalità e mostra aumenti di incidenza per numerose sedi tumorali (uomini e donne).
Il futuro dell’impianto
In queste giornate convulse, quello che appare chiaro sul futuro dell’azienda è che politica e sindacati vogliono il proseguimento delle attività. Ma è altrettanto necessario partire con un massiccio programma di investimenti teso a sostituire progressivamente e rapidamente quelle parti di impianto particolarmente inquinanti. Ed è necessario ragionare sulla delocalizzazione di interi quartieri che semplicemente non dovevano essere dove sono oggi. Nella Taranto pre-siderurgica il quartiere Tamburi esisteva già, ma con la nascita dell’Italsider è iniziata la crescita esponenziale del costruito che non sembra volersi fermare.
Nel frattempo, la ricerca tecnologica relativa alla produzione di acciaio procede e ci sono già esperimenti su impianti che usano meno carbone e in modo più efficiente. Il carbone è un fattore fondamentale nell’industria dell’acciaio poiché da lì deriva, attraverso un processo chimico-fisico, il carbon coke utilizzato come combustibile per altoforni.
Bisogna ripartire da questo punto e attivare gli investimenti, sapendo che sarà un processo lungo e molto costoso. Ne va dell’occupazione diretta e indiretta di moltissime persone e del futuro di un’industria strategica per il paese. Solo in questo modo si riuscirà, qui e altrove, a coniugare sviluppo, occupazione e ambiente.
Marzio Galeotti e Alessandro Lanza per Lavoce.info
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