di Luigi Bonanate
Anche se oggi la Cina è per molti aspetti diversa da quella di Mao Tse-tung, un drammatico episodio di allora ci ricorda che quel grande Paese conobbe una carestia che, tra il 1958 e il 1961, provocò la morte di tre milioni di persone. In conseguenza, i dirigenti locali del Partito furono licenziati per aver tenuto nascosta la notizia, che avrebbe rovinato loro la carriera, e nociuto all’immagine del Paese dove era in corso il "grande balzo".
Carestie ed epidemie possono avere cause naturali ma anche sociali: meglio, le prime normalmente scatenano e complicano le seconde. Le cause naturali sono largamente imprevedibili e - quel che è peggio - irriconoscibili prima che abbiano raggiunto un certo livello.
Tutto ciò ovviamente si sviluppa in un ambiente antropico sociale e politico che funge da moltiplicatore inarrestabile dei danni prodotti. È così che in Cina i conteggi successivi alla carestia calcolarono una mortalità di milioni di persone; è così che, se oggi si contano cento o duecento vittime (ma probabilmente i dati peggioreranno) a Wuhan e altrove, non si può non temere la lezione di quel vecchio precedente. Nel caso del 1958 l’elemento decisivo fu rappresentato dal tentativo dei funzionari locali del Partito di nascondere la realtà e la gravità della carestia per non essere accusati dai dirigenti del Partito di incuria, di incompetenza e di interesse privato. Ma come spiegò un grande economista del secolo scorso, il premio Nobel Amartya Sen, se la notizia della carestia fosse diventata di dominio pubblico, da tutto il mondo sarebbero certo giunti soccorsi e aiuti immediati. E si aggiunga che le carestie non riconoscono i confini.
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