di Matteo Corallo
Dopo gli Stati Uniti, la Francia e la Cina, il Regno Unito rappresenta il quarto partner commerciale in tema di export per l’economia tedesca. Ad affermarlo è lo Statistisches Bundesamt, l’ufficio statale tedesco preposto alla raccolta di dati statistici, in un suo report uscito l’anno scorso. Anche in fatto di beni importati, la Gran Bretagna si rivela imprescindibile per il tessuto economico tedesco; sempre secondo l’ufficio federale statistico, con quasi 61miliardi di fatturato annuo la Gran Bretagna si conferma il quarto Paese al mondo per esportazioni verso la Germania. Al primo posto si colloca la Cina, seguita dall’Olanda e dalla Francia.
Da questi oggettivi dati macroeconomici ne consegue che il Regno Unito è un importatore netto rispetto alla Germania (e in generale nei confronti degli altri Paesi Ue), nel senso che importa più beni rispetto a quanti ne esporti. Qualora dovesse verificarsi la temuta “hard Brexit”, ossia un’uscita britannica senza accordo condiviso tra il Governo di “sua maestà” e la Ue e con relativi dazi incrociati, entrambe le economie verrebbero danneggiate. Tuttavia a farne maggiormente le spese sarebbe quel Paese europeo maggiormente esposto con le esportazioni verso il Regno Unito, manco a dirlo la Germania. Non bisogna poi dimenticare come la Gran Bretagna, al contrario della Repubblica federale che detiene un possente apparato industriale risalente al secolo scorso, è un Paese prevalentemente finanziario, nel quale i soli servizi gravitanti intorno alla City di Londra rappresentano una grossa fetta del Pil della nazione insulare. Lo smantellamento, non senza dure proteste dei sindacati, delle proprie fabbriche venne inaugurato e portato a termine dalle riforme neoliberistiche della signora Thatcher per tutti gli anni ‘80.
Lo stesso organo tedesco “progressista” per eccellenza, lo “Spiegel”, in un articolo uscito il 21 gennaio aveva condiviso le medesime preoccupazioni. Nello specifico il settimanale convintamente europeista, da sempre vicino alle istanze politiche dei socialdemocratici della Spd, che non ha spesso mancato di minacciare scenari orrendi per i cittadini britannici che a causa della Brexit non potrebbero in futuro nemmeno dotarsi dei farmaci essenziali, questa volta abbassa i toni guerreggianti e si limita a riportare dei meri dati economici. In primo luogo ha ricordato anch’esso l’oggettiva cifra di 85miliardi di euro di esportazioni annuali tedesche verso il Regno Unito di cui si parlava sopra. Poi ci rivela come nessun dato statistico può informare con esattezza quante siano le aziende tedesche (e non) con sede legale in Germania che esportano o che detengono intensi rapporti finanziari col Regno Unito; le stime generali sono comunque nell’ordine delle migliaia, ma lo “Spiegel” alza mestamente le braccia rivelando che il numero esatto è impossibile da stimare. Il quotidiano con sede ad Amburgo (ex zona di occupazione inglese dopo la guerra) riporta che la Bmw ha perfino paventato il rischio che l’intera catena di produzione delle proprie auto negli stabilimenti dislocati in Gran Bretagna potrebbe fermarsi. Questo perché per assemblare, poniamo, i motori dei veicoli, la Bmw necessita di piccole parti provenienti da altri Paesi Ue. Nel caso in cui venissero introdotti dei dazi, sarebbe molto costoso per loro importarli, senza contare i lunghi ed imprevedibili tempi d’attesa che potrebbero pregiudicare il completamento degli ordinativi secondo le scadenze prefissate. I prezzi finali di vendita potrebbero aumentare, il che potrebbe perciò far diminuire la possibilità di vendita di auto nuove di zecca ai consumatori britannici, costretti a loro volta ad acquistare con una sterlina svalutata veicoli ben più costosi rispetto ad un tempo.
Questi sono solo alcuni dei fattori di disturbo – Störfaktoren – finalmente ammessi da alcuni giornali tedeschi dopo anni di ottuso negazionismo economico. A dare stime più precise ci ha pensato un’indagine del Leibniz-Instituts für Wirtschaftsforschung di Halle (IWH), riportata dall’inserto domenicale del quotidiano “die Welt”. Gli economisti vedono più di 100.000 posti di lavoro in Germania a rischio in caso di una Brexit “dura”. «Gli effetti sull’occupazione di una Brexit disordinata sarebbero particolarmente evidenti nei siti automobilistici», afferma l’autore dello studio Oliver Holtemöller. Ad essere maggiormente colpiti sarebbero i dipendenti della Volkswagen a Wolfsburg e della BMW nella Bassa Baviera. In quelle regioni le due case automobilistiche, senza contare i subfornitori e l’indotto, sono i maggiori datori di lavoro.
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