Anno X - Numero 39
Il tempo degli eventi è diverso dal nostro.
Eugenio Montale

martedì 9 luglio 2019

La crisi etica della moda a 9.99 euro

Il nostro non è il migliore dei mondi possibili. Per produrre una maglietta da cinque euro che all’ambiente costa quasi 2700 litri d’acqua ogni anno migliaia di persone vengono sfruttate. Esistono alternative? Sì: possiamo comprare meno, acquistare vestiti di seconda mano, farli durare di più o sviluppare maggiore coscienza nelle nostre scelte

di Jennifer Guerra 

 Il 24 aprile 2013, assieme a Rana Plaza crollò anche il piedistallo su cui si reggeva la fast fashion: una manodopera a basso costo, ai limiti della schiavitù, chiusa in capannoni inadeguati e fatiscenti senza alcun tipo di tutela, intenta a confezionare abiti economici per il mondo occidentale. In meno di 90 secondi morirono 1134 persone, intrappolate nelle macerie di un enorme palazzo dove si producevano a ritmo serrato capi per le catene come H&M e Primark. Il Bangladesh è solo uno dei tanti Paesi in cui vengono assemblati i milioni di abiti e accessoriDel disastro di Rana Plaza i media si dimenticarono presto, ma la notizia squarciò un velo che era stato tenuto serrato troppo a lungo.
Che per poter vendere una maglietta a soli tre dollari ci fosse sotto qualcosa di marcio, non era di certo un mistero. Ma, si sa, consumismo e razionalità non vanno sempre insieme e l’idea di aver fatto un ottimo affare non porta a chiedersi mai quale sia il reale costo. Con Rana Plaza e le rovine brucianti della fabbrica viste al telegiornale, forse anche il consumatore più disattento si sarà chiesto se la maglietta appena acquistata al centro commerciale fosse stata cucita da una di quelle 1134 persone. Subito dopo il disastro, sembrò esserci un risveglio generale delle cos Anche i colossi della fast fashion si impegnarono a fare la loro parte, firmando l’Accord on Fire and Builiding Safety in Bangladesh e istituendo un fondo da 2,3 milioni di dollari per ristrutturare le aziende non a norma. Tutto bellissimo. Peccato che, secondo l’International Labour Organization, solo nel 15% delle fabbriche sia stata ristrutturata l’attività sindacale; molto intensa subito dopo il disastro, è quasi del tutto sparita e quei pochi sindacalisti rimasti subiscono soprusi da parte della polizia. Una ricerca della Penn State University ha riscontrato inoltre come i grandi brand, nonostante richiedano alti standard di sicurezza per i loro fornitori, vogliano pagare il 13% in meno per un paio di pantaloni da uomo rispetto al 2013, l’anno del disastro. Potremmo chiederci come facciano le aziende di confezionamento ad assicurare condizioni di lavoro dignitose – il salario minimo in Bangladesh per i lavoratori del tessile è di 32 centesimi all’ora – e prezzi stracciati per i loro clienti.

Semplicemente non possono.

Il risultato è che la fast fashion è in crisi. O almeno lo è uno dei suoi più significativi rappresentanti, H&M. Il brand svedese ha chiuso il 2017 con il calo più consistente delle vendite trimestrali dell’ultimo decennio, ancora peggio che durante la crisi economica e si è ritrovato con ben 4.3 miliardi di dollari di vestiti invenduti. Mentre Inditex, l’enorme multinazionale che gestisce, tra gli altri, Zara e Bershka, nel primo trimestre di quest’anno ha registrato una minima progressione del 2%. Il 2017 era stato chiuso con un utile del 7% e già allora erano i livelli di redditività più bassi degli ultimi dieci anni. C’è una differenza fondamentale fra i due gruppi: mentre Zara è proprietaria delle fabbriche in cui produce, H&M non lo è. Questo significa che H&M punta sempre al ribasso, cioè alla fabbrica che offre il prezzo migliore, non importa il costo umano.

Il problema della fast fashion è molto semplice da capire. Troppi capi di bassa qualità e sostenibilità vengono prodotti, comprati e buttati ogni anno, e ognuna delle tre azioni è dannosa per qualcuno. La produzione ha delle dinamiche insostenibili per i lavoratori, l’acquisto compulsivo di abiti che non servono fa buttare un sacco di soldi a noi consumatori e lo smaltimento del tessile è sempre più dannoso per l’ambiente: i capi vengono infatti prodotti ormai quasi esclusivamente con fibre sintetiche, che diventano un rifiuto molto inquinante. Quanto andrà avanti questo modello di business prima di sbriciolarsi come i muri della fabbrica di Rana Plaza?

Pensare che la crisi di H&M sia l’anticamera della crisi dell’intero sistema della fast fashion è un’idea semplicistica. È vero, i consumatori sono sempre più attenti alle conseguenze etiche delle proprie scelte di consumo e la stessa H&M ne è l’esempio. Uno studio del 2014 condotto tra i propri consumatori ha rilevato che molti di essi cominciavano a preoccuparsi delle ricadute che l’industria tessile aveva sull’ambiente. Il brand svedese ha risposto subito a queste suggestioni attuando politiche di sostenibilità molto attente, come linee prodotte in cotone biologico o la possibilità di recuperare gli abiti dismessi dei clienti, premiandoli con un buono spesa. Per quanto l’azione del colosso sia encomiabile, il risultato non è però così soddisfacente. Il cotone organico sarebbe ancor meno sostenibile del cotone normale e solo il 5% del tessile raccolto verrebbe effettivamente utilizzato per creare fibre riciclate. I consumatori si ritrovano in tasca un buono da 5 euro da spendere in altri capi prodotti a spese dell’ambiente e dei lavoratori, e rimpolpano le casse di H&M.

Continua la lettura su The Vision