di Stefano Campolo
Nella giornata in cui a Bruxelles tutte le attenzioni erano concentrate sul totonomine per i posti chiave nelle istituzioni europee, dalla Commissione alla Bce, passando per il Consiglio e la presidenza del Parlamento europeo, 60 coraggiosi sono riusciti a passare i controlli di sicurezza e accedere al Club de la Presse de Bruxelles per un evento organizzato congiuntamente dalla Fondazione per gli Studi Progressisti Europei (Feps) e da Solidar, il network europeo delle organizzazioni della società civile per la giustizia e il progresso sociale.
L’evento “Inequality 2020” è stato l’occasione per riflettere su come le crescenti diseguaglianze hanno modellato la società europea negli ultimi anni e pensare alla prossima agenda per contrastare l’esclusione sociale, la disoccupazione e la disuguaglianza in generale.
Nella giornata in cui a Bruxelles tutte le attenzioni erano concentrate sul totonomine per i posti chiave nelle istituzioni europee, dalla Commissione alla Bce, passando per il Consiglio e la presidenza del Parlamento europeo, 60 coraggiosi sono riusciti a passare i controlli di sicurezza e accedere al Club de la Presse de Bruxelles per un evento organizzato congiuntamente dalla Fondazione per gli Studi Progressisti Europei (Feps) e da Solidar, il network europeo delle organizzazioni della società civile per la giustizia e il progresso sociale.
L’evento “Inequality 2020” è stato l’occasione per riflettere su come le crescenti diseguaglianze hanno modellato la società europea negli ultimi anni e pensare alla prossima agenda per contrastare l’esclusione sociale, la disoccupazione e la disuguaglianza in generale.
Suddivisione di classe: un tema attuale
Lo studio di Spire, Penissat e Hugrée da cui è partita la discussione, attinge a piene mani da fonti ufficiali e dati raccolti dall’Unione europea quali l’Eu-Silc – la statistica sul reddito e le condizioni di vita nell’Ue, l’indagine sulla forza lavoro, quella sui livelli di istruzione degli adulti e l’indagine europea sulle condizioni di lavoro. La principale novità è probabilmente l’uso della nuova classificazione socioprofessionale (Gruppo europeo socio-economico Eseg) introdotta da Eurostat nel 2016. Ciò consente un’identificazione della classe sociale piuttosto accurata basata sul lavoro: classe lavoratrice, classe media, classe superiore.
Secondo la ricerca in media in Europa:
· le classi popolari rappresentano un 43 per cento della popolazione, si tratta particolarmente di impiegati non qualificati e lavoratori manuali, operai specializzati, operatori per l’infanzia, assistenti domiciliari, artigiani e agricoltori.
· La classe media rappresenta invece circa il 38 per cento della popolazione e comprende commercianti, impiegati qualificati, professionisti associati come ingegneri informatici e tecnici, professionisti associati alla salute (ad esempio infermieri), professionisti e insegnanti associati alle vendite e all’amministrazione.
· La classe agiata invece conta il 19 per cento della popolazione e include la maggior parte delle professioni intellettuali e scientifiche come medici, dirigenti dell’amministrazione, finanza e affari, avvocati, giudici, giornalisti, artisti e, naturalmente, gli amministratori delegati e i dirigenti d’impresa.

L’immagine sopra, presa dal libro di Spire, Penissat e Hugrée, mostra che in tutti i paesi mediterranei e dell’est europeo la percentuale delle classi popolari è sopra la media europea, mentre nell’Europa continentale e del nord la fetta di popolazione ‘disagiata’ o popolare è più bassa.
La ricerca ha reso chiaro che la crisi e la recessione economica non hanno un impatto identico su tutta la popolazione. Le classi popolari soffrono di più. Per esempio, l’incidenza della disoccupazione in Europa, negli anni più bui della crisi è stata del 3 per cento per i managers e le professioni scientifico-intellettuali mentre è salita rispettivamente all’11 e 14 per cento per gli operai specializzati e non specializzati.
Una tendenza confermata da numerosi studi
Altri studi promossi dalla Feps evidenziano che soltanto le disuguaglianze legate alla salute comportano un costo molto elevato per la nostra società, si tratta di circa 980 miliardi di euro l’anno, circa 9,4 per cento del PIL europeo, al quale rinunciamo per colpa di una più bassa produttività dovuta alla salute precaria dei lavoratori e allo scarso accesso a servizi di qualità. Alexander Kentikelensis dell’Università Bocconi di Milano e gli altri autori del report “Health Inequalities in Europe” hanno mostrato come un aumento della salute della metà più bassa della popolazione europea migliorerebbe la produttività del lavoro dell’1,4 per cento del PIL ogni anno. Basterebbe questo intervento per far crescere il prodotto interno lordo europeo del 7 per cento in cinque anni.
Lo studio “Cherishing All Equally 2019” fa il punto sulle disuguaglianze economiche dimostrando la gravità la situazione in Europa e in Italia. La percentuale di persone a rischio di povertà è andata progressivamente aumentando nel decennio 2006-2016, con un rischio ancora più elevato per bambini e donne.
Lo studio di Spire, Penissat e Hugrée da cui è partita la discussione, attinge a piene mani da fonti ufficiali e dati raccolti dall’Unione europea quali l’Eu-Silc – la statistica sul reddito e le condizioni di vita nell’Ue, l’indagine sulla forza lavoro, quella sui livelli di istruzione degli adulti e l’indagine europea sulle condizioni di lavoro. La principale novità è probabilmente l’uso della nuova classificazione socioprofessionale (Gruppo europeo socio-economico Eseg) introdotta da Eurostat nel 2016. Ciò consente un’identificazione della classe sociale piuttosto accurata basata sul lavoro: classe lavoratrice, classe media, classe superiore.
Secondo la ricerca in media in Europa:
· le classi popolari rappresentano un 43 per cento della popolazione, si tratta particolarmente di impiegati non qualificati e lavoratori manuali, operai specializzati, operatori per l’infanzia, assistenti domiciliari, artigiani e agricoltori.
· La classe media rappresenta invece circa il 38 per cento della popolazione e comprende commercianti, impiegati qualificati, professionisti associati come ingegneri informatici e tecnici, professionisti associati alla salute (ad esempio infermieri), professionisti e insegnanti associati alle vendite e all’amministrazione.
· La classe agiata invece conta il 19 per cento della popolazione e include la maggior parte delle professioni intellettuali e scientifiche come medici, dirigenti dell’amministrazione, finanza e affari, avvocati, giudici, giornalisti, artisti e, naturalmente, gli amministratori delegati e i dirigenti d’impresa.

L’immagine sopra, presa dal libro di Spire, Penissat e Hugrée, mostra che in tutti i paesi mediterranei e dell’est europeo la percentuale delle classi popolari è sopra la media europea, mentre nell’Europa continentale e del nord la fetta di popolazione ‘disagiata’ o popolare è più bassa.
La ricerca ha reso chiaro che la crisi e la recessione economica non hanno un impatto identico su tutta la popolazione. Le classi popolari soffrono di più. Per esempio, l’incidenza della disoccupazione in Europa, negli anni più bui della crisi è stata del 3 per cento per i managers e le professioni scientifico-intellettuali mentre è salita rispettivamente all’11 e 14 per cento per gli operai specializzati e non specializzati.
Una tendenza confermata da numerosi studi
Altri studi promossi dalla Feps evidenziano che soltanto le disuguaglianze legate alla salute comportano un costo molto elevato per la nostra società, si tratta di circa 980 miliardi di euro l’anno, circa 9,4 per cento del PIL europeo, al quale rinunciamo per colpa di una più bassa produttività dovuta alla salute precaria dei lavoratori e allo scarso accesso a servizi di qualità. Alexander Kentikelensis dell’Università Bocconi di Milano e gli altri autori del report “Health Inequalities in Europe” hanno mostrato come un aumento della salute della metà più bassa della popolazione europea migliorerebbe la produttività del lavoro dell’1,4 per cento del PIL ogni anno. Basterebbe questo intervento per far crescere il prodotto interno lordo europeo del 7 per cento in cinque anni.
Lo studio “Cherishing All Equally 2019” fa il punto sulle disuguaglianze economiche dimostrando la gravità la situazione in Europa e in Italia. La percentuale di persone a rischio di povertà è andata progressivamente aumentando nel decennio 2006-2016, con un rischio ancora più elevato per bambini e donne.
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