Anno X - Numero 39
Il tempo degli eventi è diverso dal nostro.
Eugenio Montale

martedì 28 maggio 2019

La Grande Dismissione

All’origine della fine dell’Iri ci furono insieme fattori economici, culturali e politici condivisi da una miriade di partiti e personalità di rilievo, guidati da circostanze oggettive e soggettive. Tra pregiudizi ideologici e preoccupazioni reali, la storia delle privatizzazioni nell'industria di Stato italiana

di Paolo Mossetti

Il 20 ottobre 1990 viene spento per sempre, con un’ultima colata, uno dei centri siderurgici più grandi d’Europa: l’Italsider di Bagnoli, nella zona occidentale di Napoli. Quel giorno, alcuni operai dell’impianto chiedono al giovane sassofonista Daniele Sepe di accompagnare con della musica l’abbattimento della prima torre-caldaia. Sepe si arrampica sul laminatoio, un edificio alto oltre cento metri, e al segnale della sirena che fa scattare la carica di tritolo comincia a suonare L’Internazionale. Più in basso, a quelle note i politici e i dirigenti sindacali presenti vengono svegliati dal torpore, e sfiorati da una nuvola di polvere.

Per decenni, prima che terminasse nella sua crisi più profonda, l’Italsider aveva fatto parte dell’Istituto italiano di Ricostruzione Industriale, fondato dal governo fascista nel 1933 per rimettere in sesto l’economia devastata dalla Grande Depressione. Alla fine degli Ottanta il conglomerato è ancora il maggiore gruppo industriale del paese, con oltre 500 imprese e più di 400 mila addetti operanti in tutti i settori produttivi.
Nella sola regione di Napoli, una delle più depresse d’Italia, l’Iri dà lavoro a migliaia di persone. Nel giugno del 2000, al termine di un processo di privatizzazione o di trasferimento di quote azionarie al ministero del Tesoro, l’Iri si sarebbe ridotto in una società holding in liquidazione cui facevano capo solo un paio di società operanti nel settore navale.

Nel 2002, gli incassi dalle privatizzazioni rientranti nell’Iri ammontano complessivamente a 56 miliardi di euro, pari a circa il 40 per cento degli incassi da tutte le privatizzazioni effettuate in Italia fino a quel momento. Il processo epocaleviene completato sotto grandi pressioni interne ed esterne, in un contesto in cui però la capacità di intervento della grande imprenditoria privata è a dir poco sopravvalutata. Diversi colossi di Stato, una volta privatizzati, saranno condannati a cambiare proprietà di continuo e a perdere la capacità di competere in Europa e nel mondo; altri saranno stati sommersi dai debiti. Quel che è più grave, al monopolio pubblico si sostituirà in alcuni casi – a cominciare proprio da Autostrade – un monopolio privato in un quadro regolatorio incoerente.

Un mito persistente vedrà nel centrosinistra degli anni Novanta il principale responsabile della Grande Dismissione. Ma all’origine della fine dell’Iri ci sono insieme fattori economici, culturali e politici condivisi da una miriade di partiti e personalità di rilievo, guidati da circostanze oggettive e soggettive. Di fatto, la necessità di trovare assetti più moderni per il nostro sistema economico risale almeno alla metà degli anni Settanta, quando governa la Democrazia Cristiana e le partecipazioni statali erano legate in un rapporto di totale subalternità al potere politico: le nomine dei presidenti degli enti pubblici dovevano essere sottoposte al parere delle commissioni parlamentari, e così l’industria statale venne “spacchettata” tra i partiti che di volta in volta sostenevano la maggioranza: l’Iri fu affidato alla Dc, l’Eni al Psi, l’Efim al Psdi. In verità, la presenza dello Stato italiano nell’economia era sistemica, dai tempi del fascismo in poi.

Questa presenza era stata già messa in discussione dal Trattato di Roma del 1957, che istituiva la Comunità economica europea e limitava, seppur parzialmente, gli aiuti statali alle imprese, ma il boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta aveva contribuito a procrastinare la questione. Con la crisi petrolifera del 1973, però, il sistema implode: la crisi valutaria richiede la stabilizzazione del nostro sistema finanziario, la riduzione del tasso di inflazione e il riequilibrio della bilancia dei pagamenti e il ridimensionamento del ruolo del Tesoro. Si verifica così una innegabile, drammatica situazione di squilibrio economico dell’Iri, con alcuni settori smarriti a causa della concorrenza dei paesi in via di sviluppo e soprattutto con un modello di impresa pubblica ormai superato dalla realtà.

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