di Damiano Palano*
Ogni contesa elettorale – diceva Elias Canetti – simula sempre una battaglia. Come se fossero eserciti contrapposti, le forze in campo non esitano a minacciarsi e a oltraggiarsi in un crescendo di tensione e di eccitazione, anche se rimuovono dal loro orizzonte il ricorso alla violenza. Per questo è quasi scontato che tutti gli appuntamenti elettorali tendano a essere rappresentati come decisivi, come scontri cruciali, persino senza precedenti. E non è dunque sorprendente che anche quest’anno le elezioni per il Parlamento europeo siano presentate come un momento epocale, come una contesa da cui dipendono le sorti del Vecchio continente, come un bivio in cui i cittadini dell’Ue saranno chiamati ad esprimersi sulla stessa prosecuzione del percorso di integrazione. Certo le consultazioni di fine maggio sono importanti. Ma probabilmente non sanciranno davvero una svolta, in un senso o nell’altro, nella vita dell’Unione.
La divisione tra “europeisti” e “sovranisti” fornisce sicuramente una chiave di lettura semplice, efficace da spendere nei dibattiti elettorali, soprattutto perché risulta facilmente comprensibile anche da chi – come purtroppo la gran parte dei cittadini dell’Ue – conosce poco i meccanismi istituzionali della politica europea. Ma si tratta di una divisione quantomeno semplicistica, per molti motivi. Innanzitutto, perché il sistema politico dell’Unione europea non funziona secondo la logica classica dei sistemi parlamentari, secondo cui governa il partito o la coalizione che vince le elezioni, o che è in grado di esprimere una maggioranza: e anche se il Parlamento ha oggi più poteri che in passato, il suo ruolo si affianca a quello della Commissione e del Consiglio, in cui in particolare emergono gli orientamenti (e gli interessi divergenti) dei singoli Stati membri. In questo quadro, le “svolte” sono molto difficili per motivi strettamente istituzionali. Attendersi che le prossime elezioni possano modificare sostanzialmente la direzione di marcia dell’Unione è dunque piuttosto semplicistico: una eventuale ‘sconfitta’ delle forze “europeiste” (se così vogliamo chiamarle) potrebbe certo complicare la gestione del Parlamento, incidere sulla stessa elezione del Presidente della Commissione e avere conseguenze sull’attività dell’emiciclo. Ma, proprio perché non siamo in un sistema parlamentare, l’ipotetica formazione di una maggioranza realmente “alternativa” a quella attuale – ipotesi peraltro piuttosto improbabile – non si rifletterebbe in modo automatico nel cambiamento della linea politica. Probabilmente, un maggiore frazionamento delle forze presenti a Bruxelles comporterebbe invece un indebolimento del peso politico del Parlamento rispetto agli altri organi dell’Ue, e dunque un rafforzamento dell’iniziativa degli Stati (come d’altronde è già avvenuto negli anni più duri della crisi economica).
Interpretare il confronto in atto come uno scontro tra “europeisti” e “sovranisti” è improprio anche per molti altri motivi, che hanno a che vedere con le istanze delle forze in campo. Con il termine “sovranismo” si ricomprendono spesso tutte quelle forze che un tempo si chiamavano “euroscettiche”, e che, in linea generale, sono critiche nei confronti della cessione di quote di sovranità al livello di governo europeo. Ma in realtà i “sovranisti” sono attualmente divisi in gruppi parlamentari tra loro ben distinti, che aggregano forze politiche molto eterogenee e che non è neppure detto si ripropongano negli stessi termini anche nel futuro Parlamento. Complessivamente, i diversi gruppi “euroscettici” potrebbero rinfoltire in modo consistente le loro pattuglie, anche perché i sondaggi nelle scorse settimane prevedevano un ridimensionamento sia per il Partito popolare europeo (Ppe), sia per l’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici (S&D), ossia per i due gruppi parlamentari che detengono oggi la maggioranza a Bruxelles. Ma le anime dell’euroscetticismo (e dell’antieuropeismo) – riconducibili principalmente a Europa delle Nazioni e delle Libertà (Enf), a Europa della Libertà e della Democrazia Diretta (Efdd), ai Conservatori e Riformisti europei (Ecr), oltre che alla Sinistra unitaria europea (Gue/Ngl) – sono tra loro tutt’altro che omogenee. Gli stessi “sovranisti” hanno peraltro prospettive diverse su questioni sostanziali, come la gestione della moneta unica e dei flussi migratori, oltre che sul modo di intendere la sovranità e il ruolo dello Stato. E anche se ci sarà quasi certamente un rimescolamento delle carte (legato anche alle complesse regole di formazione dei gruppi parlamentari), rimane dunque davvero difficile immaginare un’alleanza strutturata tra tutte le forze “eurocritiche”.
Continua la lettura su Vita e Pensiero